Come la Corea del Nord fa affari d’oro con l’Occidente

Un fiorente mercato dell’arte

Che ci facevano a Pyongyang, nel novembre del 2005, due dirigenti tedeschi volati in Corea del Nord per motivi ufficiali? Erano lì per intessere relazioni diplomatiche, discutere di disarmo, incontrare il caro leader Kim Jong-il? Niente di tutto questo, erano volati nella Repubblica Democratica Popolare di Corea, uno dei Paesi più impenetrabili del mondo, per verificare l’avanzamento della ricostruzione delle sculture bronzee della fontana Märchenbrunnen (fontana delle fiabe) di Francoforte, la più bella in stile liberty della città. I cherubini e i rettili alla base della grande ninfa marmorea erano stati fusi, per ottenere metallo a scopi militari, durante la Seconda guerra mondiale e mai più ricostruiti. Un cruccio, al tempo, non ancora sanato per la città della finanza europea.

La destinazione del viaggio dei due manager era la Mansudae Art Studio di Pyongyang, forse la più grande fabbrica d’arte al mondo: 120 mila metri quadri, 80 mila coperti, dove lavorano quattro mila dipendenti esclusivamente nordcoreani, tra cui mille artisti, selezionati nelle migliori accademie del Paese, esperti in tele, carte, xilografie e manifesti di propaganda dipinti a tempera. Sono gli unici ufficialmente autorizzati a ritrarre la dinastia della famiglia Kim. 

Ma perché rivolgersi proprio ai coreani con cui la Germania aveva e ha, come tutti i Paesi occidentali, rapporti più che tesi? Klaus Klemp, vicedirettore del Museo di Arti applicate a Francoforte rassicura: «È stata una decisione puramente tecnica». Il progetto originale dell’imponente fontana, completata nel 1910, che sorge vicino al Teatro dell’Opera di Francoforte, era andato in fumo. Chi avrebbe, allora, potuto ricreare – cento anni dopo – la nuda bellezza bronzea di una serie di cherubini, di enormi rettili e di pesci a fior d’acqua, solo attraverso fotografie degli anni Venti? Alla fine di una intensa ricerca tra scultori tedeschi e stranieri, la migliore soluzione sembrò quella di rivolgersi ai nordcoreani, gli unici in grado di costruire statue alla maniera di cento anni fa. Nonostante il rischio di polemiche. «Gli artisti di primo livello in Germania semplicemente non fanno più lavori in stile realista. I nordcoreani, d’altra parte, non hanno sperimentato la lunga evoluzione dell’arte contemporanea. Sono rimasti bloccati al primo Novecento, che è esattamente il periodo in cui questa fontana fu costruita», ha sottolineato Kemp, che scoprì il lavoro di Mansudae nel 2004, ammirato dalla maestria scultorea tanto da riuscire a convincere i funzionari amministrativi francofortesi a commissionare il lavoro allo studio di Pyongyang. In realtà, oltre al motivo tecnico ce n’era anche uno economico, non certo minore: il prezzo fissato dalla Corea del Nord per la ricostruzione della fontana in bronzo era di 200 mila euro, incluse le spese di spedizione. Allettante.

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D’altronde se la Germania è il primo, finora isolato, committente occidentale, l’accordo con i tedeschi non è l’unico firmato da Mansudae con un Paese straniero. Oltre all’autocelebrazione nordcoreana, lo studio gestisce un fiorente commercio multimilionario con l’estero attraverso il ramo internazionale, Mansudae Overseas Project Group of Companies lanciato nel 1970, undici anni dopo la fondazione della fabbrica (1959) e diciassette dopo la guerra di Corea. Statue, monumenti, musei, stadi, palazzi: una lunga lista di Paesi in tutto il mondo, molti dei quali in Africa. Secondo il Daily Nk, Mansudae Overseas avrebbe guadagnato almeno 160 milioni di dollari dal 2000 al 2011 con progetti in Algeria, Angola, Botswana, Benin, Cambogia, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Guinea Equatoriale, Etiopia, Malesia, Mozambico, Madagascar, Namibia, Senegal, Siria, Togo e Zimbabwe.

In quel novembre del 2005, i funzionari del Ministero della Cultura della Corea del Nord scortarono Klemp e il suo collega, Philipp Sturm, fino a un ampio spazio della “fabbrica Mansudae”. Sulle pareti erano appesi larghi striscioni con scritto: «Quando il partito dà gli ordini, noi eseguiamo!» e «L’autosostentamento è l’unica strada per la sopravvivenza!». Non lontana da una statua di marmo bianco, alta quasi otto metri, del presidente eterno Kim Il-sung, e a un’altra con tre più piccoli eroi rivoluzionari brandenti un’enorme bandiera, era collocato un modello in gesso a grandezza naturale della fontana tedesca. Lavoro impeccabile, ma con un tocco troppo comunista, spigoloso, per monumento in stile liberty. «Abbiamo spiegato al capo scultore che lo stile del realismo socialista non era in voga a Francoforte a inizio Novecento», racconta Sturm, «è stato molto ricettivo e ha ammorbidito l’aspetto dei tratti».

In Corea del Nord (dove, secondo l’Onu, quasi il 28 per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e, nel bilancio dello Stato, le uscite relative allo sviluppo economico e al miglioramento del tenore di vita delle persone sono state utilizzate per il 44,8% per la costruzioni di edifici in onore dei cent’anni di Kim Il-sung), Mansudae è il marchio export («Non siamo una fabbrica con catena di montaggio come i centri cinesi, ma un luogo di produzione di altissima qualità», spiegano sul sito). «I nordcoreani sono alla disperata ricerca di soldi, e la mia ipotesi è che a un certo punto hanno capito che in sostanza esportare la loro capacità di fare monumenti gloriosi di grandi leader era qualcosa che potevano fare sia per conquistare amici, influenzare le popolazioni, ma anche eventualmente per fare denaro», ha detto al Bloomberg Businessweek Marcus Noland, esperto di Corea del Nord e direttore del Peterson Institute for International Economics.

A differenza di altri lavori, gli interventi sulla fontana di Francoforte sono stati svolti tutti in Corea. Con qualche precauzione estetica, nella fase iniziale i manager tedeschi hanno spedito foto di bambini europei affinché le sculture non assumessero tratti troppo coreani, com’è successo in Senegal per l’altissimo (49 metri) e contestato Monumento alla Renaissance africaine voluto dal presidente Abdoulaye Wade, costato 23 milioni di euro in piena crisi economica. Polemiche politiche ma non economiche si sono verificate in Germania, ma in tono minore. Le statue tedesche sono state spedite dalla Cina ad Amburgo e nel maggio 2006 sono state montante nella sede originaria lungo la Untermainanlage, pochi mesi prima dei test missilistici e nucleari (e del successivo embargo). «Sarebbe molto difficile riproporre quel progetto oggi – dice Klemp , non c’è dubbio che la Corea del Nord fosse un Paese criminale anche allora, ma la Germania al momento sperava che una politica di riavvicinamento potesse aiutare il regno eremita verso un percorso diverso». La Germania è rimasta l’unica democrazia occidentale ad aver commissionato un lavoro a Mansudae. In Italia c’è stato invece la prima esposizione dedicata alle opere figurative dello studio nordcoreano, a Genova nel 2007, un progetto di Pier Luigi ed Eugenio Cecioni.

Intanto, a Pyongyang, poche settimane fa le autorità nordcoreane hanno annunciato la costruzione di due nuove statue di Kim Il-sung e Kim Jong-il (padre e figlio fondatori della dinastia ora al potere con Kim Jong-un), nella città di confine di Hyesan, provincia di Ryanggang. La realizzazione è affidata, come sempre, allo studio Mansudae. I monumenti verranno inaugurati il prossimo ottobre. E l’idolatria continua.