Comunità, ambiente, scuola: i numeri dell’Italia triste

Il problema italiano non dipende solo dalla crisi

Ma quanto sono (in)felici gli italiani? Secondo i dati pubblicati dall’OCSE nell’annuale “Better Life Index”, gli italiani “sono meno soddisfatti della media”: il 69% dichiara di avere più esperienze positive rispetto a quelle negative in una giornata tipica, rispetto all’80% degli altri paesi. In classifica siamo il settimo paese più “triste” dell’OCSE su un totale di trentasei, battuti in depressione solo da Russia, Estonia, Turchia, Grecia, Portogallo e Ungheria.

Si potrebbe pensare che siano gli effetti della crisi. In fondo, Russia, Estonia e Turchia rimangono paesi con reddito pro-capite molto basso rispetto al nostro, e noi siamo accodati al trend depressivo di Grecia e Portogallo. Eppure, ci sono altri elementi che dovrebbero far pensare. Il reddito disponibile degli italiani rimane sempre più alto della media, con 24.216 dollari disponibili per famiglia, mentre la media è attorno ai 23.000. Il problema è la distribuzione: il venti percento più ricco delle famiglie ha un reddito disponibile cinque volte più alto rispetto al venti percento più povero. C’è poi una situazione grave nelle pari opportunità: il 67% degli uomini tra i 15 e i 64 anni ha un lavoro salariato, contro appena il 47% delle donne. In generale, il 57% degli italiani (uomini e donne) lavora, contro la media OCSE del 66%.

Sorprendentemente, però, la quota delle persone che ha un contratto temporaneo sul totale dei salariati è appena del 7%, rispetto alla media OCSE del 10%. L’organizzazione aggiunge un commento: «questo dato suggerisce che l’Italia è riuscita a stabilizzare i contratti di lavoro e a incoraggiare i contratti non a termine». Peraltro, in termini di equilibrio tra vita privata e professionale, siamo più soddisfatti della media, lavoriamo un monte ore vicino alla media (1.774 contro 1.776), e appena il 4% fa orari lunghi, rispetto alla media del 9%. Sono pochi quindi gli italiani che lavorano, pochissime le donne, e lavoriamo quanto tutti gli altri. C’è da aggiungere che viviamo più a lungo: l’aspettativa di vita è di 82,7 anni, seconda solo alla Svizzera per un mese – quindi se un po’ di gente smette di fumare, possiamo batterli in qualcos’altro che non sia solo il calcio.

Però siamo infelici. Oltre alla dichiarazione diretta sulla felicità, i tre dati davvero allarmanti sono quelli in merito alla percezione di una “comunità”, all’ambiente e all’educazione: in tutti e tre, l’Italia è in fondo alla classifica. Gli italiani dedicano in media due minuti al giorno ad attività “sociali” – contro una media OCSE di quattro. Per l’ambiente, i problemi sono l’accesso alle aree verdi e la qualità dell’acqua.

Forse il dato più preoccupante è quello sull’educazione. Appena il 55% degli italiani tra 25 e 64 anni ha un diploma di educazione superiore (liceo o istituto tecnico), contro il 74% degli europei. Anche tra i più giovani (25-34 anni) la percentuale è del 71%, più bassa rispetto alla media dell’82%. La qualità dell’insegnamento non sembra eccelsa, se nel test standardizzato PISA il punteggio italiano medio è di 486, mentre la media è 497.

Sembra così che il problema italiano non dipenda solo dalla crisi: il paese si sta addentrando verso una situazione di sfaldamento sociale che colpisce profondamente i valori della comunità. Il paese percepisce il deteriorarsi delle condizioni di vita: rimangono ancora alte, ma si stanno riducendo. Si avverte la mancanza di un’élite in grado di riorganizzare le priorità del paese: non è solo la privazione a pesare, ma anche la mancanza di prospettive. Ne ha scritto recentemente Robert Shiller, un professore di economia di Yale: «l’alto indice di disoccupazione che abbiamo oggi in Europa […] è una tragedia, non solo per la perdita di produzione, ma anche per il costo personale ed emozionale del fatto che i disoccupati non sono parte della comunità lavoratrice. […] Il tipo di austerity fiscale che viene praticata oggi ha l’effetto immediato di rendere le persone disoccupate e di riempire le loro vite con nient’altro oltre a un senso di rifiuto ed esclusione». Non rimane che sperare in tempi migliori.

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