Dare dell’orango non è più crudele. È solo più bifolco

Breve storia dell'insulto in politica

L’insulto in politica ha tradizioni antiche. In genere è calibrato alle capacità mentali di chi lo pronuncia e quindi, in alcune occasioni, può diventare un sopraffino aforisma. È il caso, per esempio di Winston Churchill, famoso per aver costruito crudeltà di estrema raffinatezza. In altri frangenti non si va oltre all’animalità, ma non si può pretendere di cavar sangue dalle rape.

Catone l’Uticense, per esempio insultò Giulio Cesare dandogli dell’ubriacone. Ma alle spalle c’è tutta una storia che va raccontata. Catone sta parlando in Senato, è in corso il dibattito sulla questione di Catilina, uno scontro tra giustizialisti e garantisti si potrebbe dire in termini odierni (con Catone nei panni del giustizialista e Cesare del garantista). A un certo punto, pur nella foga del suo discorso, Catone si accorge che viene recapitato a Cesare una sorta di pizzino, un biglietto di carta di papiro o una tavoletta di cera con sopra scritto qualcosa. Catone s’interrompe e, ritenendo che si trattasse di qualcosa che lo riguardasse, invita Cesare a leggere a voce alta. Il divo Giulio, invece, porge lo scritto a Catone. Si trattava di un messaggio, anche abbastanza esplicito, di una donna. Ma, orrore, Catone si rende conto che chi si stava sdilinquendo per Caio Giulio Cesare altri non era se non sua sorella Servilia. A quel punto Catone lancia la tavoletta (o il biglietto) a Cesare apostrofandolo con un «Prenditelo, ubriacone». C’è da dire, però, che Catone aveva preso una cantonata, perché Cesare era noto per la morigeratezza dei suoi costumi alimentari.

Sir Winston Churchill, si diceva, è stato un inarrivabile maestro. È anche uscito un libretto dal titolo Il sorriso del bulldog (Liberilibri) che è una delizia da leggere. A un deputato che lo interrompeva continuamente, Churchill ribatte: «L’onorevole collega dovrebbe veramente produrre meno indigazione di quella che può convenientemente contenere». E un’altra volta, tenendo in mano un voluminoso dossier, commenta: «La lunghezza del documento lo difende dal pericolo che venga letto». Ma questa, più che un insulto, è una constatazione che dovrebbe sempre esser tenuta ben presente. Il bersaglio principale del conservatore Churchill è stato a lungo il laburista Clement Attlee. Celeberrima la frase: «Davanti al 10 di Downing Street si è fermata un’auto vuota. È sceso Attlee» (che poi il corsivista dell’Unità, Fortebraccio, avrebbe ripreso adattandola al socialdemocratico Antonio Cariglia). Di Attlee Churchill dice anche: «È una pecora in una pelle da pecora», parafrasando il detto «lupo vestito da pecora».

Naturalmente neanche Churchill stava simpatico a tutti, il suo collega di partito Frederick Edwin Smith afferma su di lui: «Winston ha speso i migliori anni della sua vita a preparare discorsi improvvisati». Anni più tardi, un altro celebre premier conservatore britannico, Margareth Thatcher, si vede apostrofare in termini simili da Lord St. John of Fawsley: «Quando parla senza pensare, dice ciò che pensa».

Il principe Filippo, ormai novantaduenne, è l’indiscusso principe delle gaffes, parecchie delle quali sono insulti a sfondo razzista (che però a lui vengono perdonati): agli abitanti delle Cayman, «qui siete tutti discendenti dei pirati», a un’esposizione di arte africana «sembrano i disegni fatti da mia figlia», durante una visita a una fabbrica britannica, quando gli mostrano un pezzo appena uscito dalla catena di montaggio, «che brutto, sembra fatto da un indiano», a un gruppo di studenti britannici residenti in Cina, «ma con tutto questo riso, non vi vengono gli occhi a mandorla?», e a un gruppo di aborigeni australiani: «ma vi tirate ancora le lance?».

E gli italiani? Mah, insomma. L’unico insulto di livello britannico (infatti, non era farina del suo sacco) è quello lanciato da Romano Prodi a Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale del 2006, spazientito dalla carrellata di numeri che sciorinava il leader dell’allora Polo delle libertà durante il faccia a faccia televisivo, rispose parafrasando una celebre battuta del premio Nobel irlandese, George Bernard Shaw: «Berlusconi si attacca alle cifre come gli ubriachi si attaccano ai lampioni».
Iscritto negli annali rimane lo scambio di contumelie nella prima metà degli anni Ottanta tra Gianni Agnelli e Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc. L’avvocato definisce il politico irpino «tipico intellettuale della Magna Grecia», e questi ribatte sostenendo che il presidente della Fiat è un «mercante moderno», denunciando sia mancanza di ironia (fa ridere?) sia mancanza di incisività (è un insulto?). Ci si mette pure Indro Montanelli affermando: «Dicono che De Mita sia un intellettuale della Magna Grecia. Io però non capisco cosa c’entri la Grecia».

Poi però a vivacizzare le sorti della politica italiana arriva la Lega. Probabilmente ci vorrebbe un’enciclopedia per raccontare gli insulti padani. Ma ce n’è uno, indimenticabile, quando Umberto Bossi, durante un comizio a Curno, in provincia di Bergamo, nel 1993 apostrofa l’allora sottosegretario socialista, Margherita Boniver, urlando mentre faceva il gesto dell’ombrello: «Ehi, Boniver, bonazza, la Lega è sempre armata, ma di manico!» ripetendo poi alcune volte: «Il manico! Il manico!».
Una simile raffinatezza non avrebbe impedito a Margherita Boniver e a Umberto Bossi di far parte dello stesso governo, con Silvio Berlusconi premier, nel 2001… 
 

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