“L’Italia non si faccia scippare il Mediterraneo”

Le primavere arabe e noi

«Per l’Italia il quadrante mediterraneo non ha solo valore per il commercio: il Nord Africa è la porta di accesso al centro dell’Africa stessa, con tutte le sue potenzialità»: questo è il punto di vista di Massimo Deandreis, direttore di SRM, centro studi di Napoli collegato al gruppo Intesa Sanpaolo. Ogni anno SRM realizza un “annual report” sui rapporti economici tra Italia e l’area mediterranea, con il nostro Paese a rappresentare è il primo partner commerciale dei Paesi del quadrante. La marcia italiana è stata insospettabilmente rapida: l’aumento degli scambi è stato del 55% tra il 2001 e il 2011, raggiungendo i 58 miliardi di euro.

Se si escludono dal conteggio i prodotti energetici, l’interscambio di 40 miliardi colloca il nostro Paese al terzo posto dopo la Germania e la Francia – anche se la quota “non-oil” dei nostri rapporti commerciali, relativa cioè a produzioni non legate a gas, petrolio o prodotti raffinati, è in aumento.
Ma come hanno reagito i rapporti commerciali rispetto ai disordini mediorientali? “Sembrerà strano, ma le esportazioni dell’Italia verso il Mediterraneo hanno tenuto, mentre sono calate le importazioni italiane”, sostiene Deandreis. Se non ci sorprende il dato sulle importazioni – la domanda interna dell’Italia è in austera diminuzione – rimane qualche interrogativo sul perché Paesi percossi da tumulti e sommosse siano ancora in grado di acquistare prodotti dal nostro Paese. Il primo motivo sarebbe “contabile”: parte dell’interscambio è rappresentato dall’Egitto, che con il Canale di Suez fa da tramite a scambi internazionali solo marginalmente dagli eventi del Cairo (e della stessa città di Suez). C’è poi la Turchia, che per la presenza italiana nella regione rimane importantissima. Si calcolava nel 2012 che le oltre 900 imprese italiane operanti nel paese realizzavano un fatturato di quasi diciassette miliardi di euro – con presenza marginale di prodotti energetici. Si è ripresa anche la Libia, che però influenza quasi solo la componente oil dell’interscambio.

L’import poi non sarebbe calato anche perché gran parte della domanda mediterranea dipende da fattori demografici: la crescita della popolazione spinge naturalmente ad aumentare il consumo, e le rivolte urbane hanno avuto un effetto limitato sul trend economico generale, riassorbito in pochi mesi. I maggiori esportatori mondiali hanno compreso da tempo l’importanza del quadrante come risorsa per il commercio. Oltre alla Germania, anche l’impronta cinese si fa di anno in anno più significativa, con un ruolo pregnante delle banche di sistema che hanno spinto le operazioni internazionali, insieme a discusse operazioni d’investimento estero che – aggiungiamo – hanno provocato sconquassi a livello politico locale (si ritiene che dagli investimenti immobiliari e infrastrutturali abbia tratto vantaggio una quota sproporzionata di manodopera cinese). In Turchia, le imprese tedesche sono cinque volte quelle italiane, anche grazie ai rapporti preferenziali dovuti ai milioni di turchi che risiedono in Germania.

Massimo Deandreis, direttore del centro studi SRM

Se non si può competere con Germania e Cina, l’Italia nel mediterraneo deve cercare un’altra strada, che per Deandreis si chiama Marocco: «Il paese rappresenta la porta d’accesso all’Africa centrale, e l’Italia nel paese ha già una presenza di circa duecento imprese. Il maggior concorrente in questo caso è rappresentato dalla Francia, che ha una presenza di un migliaio di aziende». Lo svantaggio italiano non sarebbe dovuto a particolari problemi di sostegno politico o finanziario: gran parte della responsabilità è da additare alle caratteristiche stesse delle micro-imprese italiane: “La Francia dispone di grandi aziende legate alla distribuzione, che riescono facilmente a internazionalizzarsi”, sostiene Deandreis. In questo modo, la rete commerciale riesce a trascinare con se network di aziende nazionali, come se supermercati o grandi magazzini avessero la funzione di “teste di ponte” nei nuovi mercati. Si può considerare anche – ma questo Deandreis non lo dice – che maestose iniziative politiche come l’”Unione per il Mediterraneo” di Sarkoziana memoria, o il tedeschissimo “Desertec” per lo sviluppo delle rinnovabili nel deserto (con tanto di fondazione presieduta da Abdallah II di Giordania) sono state relegate su uno scaffale della Wunderkammer delle curiosità diplomatiche, dallo scarso effetto pratico. È l’impresa che conta.

Se non è pensabile una ristrutturazione in tempi rapidi del tessuto industriale italiano, l’idea proposta dall’SRM per l’Italia sarebbe quella di considerare il Mediterraneo come “quello che l’Est Europa ha rappresentato per la Germania”, con l’obbiettivo di aumentare l’interscambio nel non-oil di 13 miliardi, per colmare lo svantaggio con i tedeschi. I dati presentati nel corso dell’intervista dimostrano infatti non solo la presenza di opportunità, ma anche rischi significativi: un’incertezza economica della Turchia sarebbe estremamente deleteria per il benessere commerciale nell’area: è il momento di riformare. Come evidenziato da Linkiesta, inoltre, se tra dieci anni la “Rotta Nord-Est” potrà iniziare a rappresentare una via davvero percorribile per i commerci tra Asia e Occidente (con uno scioglimento dei ghiacci che per noi poveri berlinesi mai è apparso così improbabile, ma tant’è), il Canale di Suez potrebbe perdere traffico, a tutto svantaggio del sistema marittimo e portuale italiano.

La priorità mediterranea è fondamentale anche per un progetto di crescita del Sud italiano: il Mezzogiorno è la seconda “macro-regione” per interscambio con il quadrante (dopo il Nord-Ovest), con una crescita superiore al 30% tra il 2001 e il 2010 – e una picchiata quasi del 18% nel 2011. Rilanciare i rapporti con il Mediterraneo significa anche rilanciare il Sud italiano.

Twitter: @RadioBerlino

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