Si assottiglia sempre di più la distanza che separa il Libano dal caos. Martedì mattina un’autobomba è esplosa nel parcheggio di un centro commerciale a Dahyeh, quartiere di Beirut a prevalenza sciita e roccaforte di Hezbollah (“il Partito di Dio”). L’esplosione ha causato decine di feriti ma, pare, nessuna vittima. Per ora non c’è stata alcuna rivendicazione.
Un deputato di Hezbollah ha accusato Israele dell’attentato ma numerosi analisti lo collegano alle crescenti tensioni nel Paese tra sunniti e sciiti. Lo scoppio della guerra civile siriana e il suo protrarsi stanno riacutizzando l’odio tra i fedeli dei due i due principali rami dell’Islam in tutto il mondo arabo. Il 23 e il 24 giugno a Sidone, nel sud del Libano, c’è stato un prolungato scontro a fuoco tra l’esercito e un gruppo armato di estremisti sunniti che ha causato oltre cinquanta morti, tra cui 17 soldati. Il motivo dell’attacco, secondo il suo ispiratore, lo sceicco Ahmad al Assir, è il sostegno che non solo Hezbollah ma anche l’esercito regolare libanese starebbe dando al regime di Damasco. Prima ancora si era sfiorata una situazione di guerra civile a Tripoli, città sulla costa libanese, con quartieri armati gli uni contro gli altri a seconda dell’appartenenza religiosa.
Il dittatore siriano Bashar al Assad – laico ma di religione alawita, una minoranza vicina allo sciismo – può contare sull’appoggio di un “blocco di potere” sciita, composto dall’Iran e da Hezbollah e anche grazie a questo supporto è stato in grado di mantenere finora il potere. Il prezzo pagato, in termini di tensioni intrareligiose, è molto alto. Tutta l’area ne risente e ci sono ripercussioni anche sulla questione palestinese. Hamas infatti, storicamente alleata di Hezbollah in nome del comune nemico israeliano, sta ora prendendo le distanze dal “Partito di Dio” proprio a causa del suo appoggio ad Assad nella guerra contro gli insorti siriani (prevalentemente sunniti). Pare che l’organizzazione palestinese, in nome della comune appartenenza al sunnismo, stia addirittura inviando armi e uomini in sostegno ai ribelli.
Questo scontro coinvolge fazioni estremiste che siamo normalmente abituati a definire per la loro ostilità verso l’Occidente. Ora gruppi armati vicini ad Al-Qaeda combattono in Siria gli uomini di Hezbollah e i Pasdaran iraniani inviati a rafforzare il regime. In un simile scenario il Libano, ricco ma debole politicamente e frammentato al proprio interno in numerose minoranze e sottofazioni religiose, rischia un balzo indietro di quarant’anni, quando una guerra civile insanguinò il Paese dal 1975 al 1990.
«Questo pericolo – spiega Simone Pasquazzi, docente di relazioni internazionali e analista di geopolitica e sicurezza per enti pubblici e privati – genera molta apprensione già da alcuni mesi, in particolare per noi italiani che abbiamo un contingente nel Paese, nell’ambito della missione internazionale Unifil. Non si può prevedere con certezza quello che succederà, lo scenario nell’intera area è molto fluido. Tuttavia se precipitasse la situazione in Siria e il regime di Assad crollasse improvvisamente, le probabilità che scoppi una guerra civile in Libano quasi certamente aumenterebbero».
Damasco e Beirut sono storicamente legate a doppio filo. Dopo la fine della guerra civile, tra il 1990 e il 2005, il Libano fu occupato militarmente e controllato politicamente dalla Siria. Un improvviso crollo del sistema di potere di Assad, che dura da quando il padre Hafez divenne presidente nel 1971, avrebbe sicuramente gravi ripercussioni. «Hezbollah – prosegue Pasquazzi – in una situazione del genere diventerebbe un elemento di instabilità, perdendo l’unico altro influente interlocutore non sunnita – a parte l’Iran – dell’area. Paradossalmente la cosa migliore per la stabilità del Libano potrebbe essere un mantenimento dello status quo, non certo la sconfitta di Assad».
L’eventualità che la guerra si concluda in modo favorevole per il dittatore è meno remota oggi di quanto non lo fosse fino a poco tempo fa. «Fino a pochi mesi fa – sostiene Pasquazzi – la caduta del regime era data per imminente. Oxford Analytica ad esempio pronosticava la fine di Assad entro il 2013. Poi la situazione è cambiata, il regime ha mostrato una capacità di resistenza superiore alle aspettative e ha ottenuto alcune vittorie militari. Adesso potrebbe anche trarre vantaggio dall’evoluzione della situazione egiziana. Morsi e il governo dei Fratelli Musulmani appoggiavano apertamente gli insorti siriani. Il loro allontanamento dal potere è un bene per la dittatura di Damasco da un punto di vista strategico ma non solo. Anche da un punto di vista mediatico può rivelarsi utile».
Inquadrata in principio nel contesto delle “primavere arabe” e poi degenerata in scontro intrareligioso, la guerra siriana potrebbe essere ora manipolata dalla propaganda di Damasco fino a diventare uno scontro tra islamisti e difensori della pace sociale. «La destituzione di Morsi – dice Pasquazzi – è un duro colpo per “la via moderata islamica” che ancora un anno fa sembrava potessero portare avanti i Fratelli Musulmani. Assad proverà a sfruttare a proprio vantaggio la vicenda, mettendosi sullo stesso piano dei militari “garanti dell’ordine” in Egitto e soprattutto schiacciando i ribelli su una posizione islamista che nella pratica, come dimostrerebbero i recenti fatti del Cairo, non conosce sfumature. Potrebbe farcela – conclude Pasquazzi – approfittando del disorientamento dei Paesi Occidentali e della situazione caotica dell’intera regione».
Twitter: @TommasoCanetta