Tap, il grande risiko dei gasdotti in Puglia

Parte da Shah Deniz nel mar Caspio

C’è un gasdotto, il Trans Adriatic Pipeline (Tap), che vince a Sud la partita dell’oro azzurro dell’Azerbaijan e riporta gli analisti sull’equilibrio geopolitico del Corridoio meridionale dell’Europa. Poi c’è un altro, il Nabucco Gas Pipeline International Gmbh (Nabucco), che si è battuto per spuntarla a Nord partendo da Est, ma è stato fatto fuori con buona pace dei concorrenti russi che lì si chiamano Gazprom e dalle cui fonti (ma anche da quelle dell’Iran) l’Unione Europea ha deciso di affrancarsi dal 2020. 

Tracciato del TAP dall’Azerbaijan all’Italia

Ma se a lungo termine non si sa se e come il Mediterraneo sarà più stabile di Mosca e Teheran, in questo groviglio da miliardi di euro ora ci sarebbe un problema più urgente, forse il più delicato tra quelli sorti da quando la gara è stata bandita dai sette padroni del gas del bacino Shah Deniz in mar Caspio – la compagnia inglese British Petroleum (BP, 25,5%), la norvegese Statoil (25,5%), la nazionale azera Socar (10%), la russa Lukoil (10%), la francese Total (10%), l’iraniana Nico (10%) e la turca Tpao (9%) – e cioè dove agganciare la coda di questo tubo lungo quasi 800 chilometri e che costerà ad altri tre big dell’energia – gli svizzeri Axpo (42,5%), la stessa Statoil (42,5%) e i tedeschi E.On (15%) – 1,5 miliardi di euro, meno però dei circa 8 miliardi di Nabucco da 3.300 chilometri.

La “grana” riguarda l’Italia. Tap, che il 28 giugno scorso ha ottenuto in via ufficiale la commessa per trasportare nel Vecchio Continente 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dal 2019 (potenziale fino a 20 miliardi), prevede di spuntare davanti alle coste del Salento dopo aver attraversato mar Adriatico (circa 105 km offshore), Albania (circa 204 km) e Grecia (circa 478 km), ma prima ancora Turchia e Georgia dai gasdotti lì già operativi (rispettivamente Trans-Anatolian gas pipeline, Tanap, e Baku-Tbilisi-Erzurum, BTE). Ma proprio sull’approdo in Puglia dell’impianto, la cui scelta è stata svelata già due giorni prima dell’ufficialità dall’austriaca Omv col 16,7% in Nabucco – stessa quota di Bulgarian Energy Holding, la turca Botas, l’ungherese Magyar Olaj e la rumena Transgaz – la vicenda potrebbe intrecciarsi con un’altra ancora più complessa. Quella del rigassificatore di British Gas a Brindisi, archiviata dopo dieci anni di stand–by, tra permessi a metà, dichiarati abusivismi e processi per presunte tangenti, che se realizzato avrebbe dovuto ridurre proprio la dipendenza dai gasdotti.

Tap ha fatto sapere di non escludere del tutto un ennesimo cambio di rotta del tracciato proprio nella zona occupata fino a pochi mesi fa da Brindisi Lng (incaricata da Brindisi Gas) da quella finora scelta davanti alle coste del Leccese, tra San Foca e Torre Specchia nel comune di Melendugno. Qui previsti un micro tunnel di quasi 50 chilometri (5 interrati e 45 in mare) e un «terminale di ricezione» con stazione di misura e controllo (a circa 800 metri dagli edifici abitati più vicini e in uno spazio occupato da strutture per 9 ettari), da allacciare alla rete nazionale Snam che col sì a Tap vede ora decollare il raddoppio (altrettanto discusso) del proprio metanodotto di Minerbio che parte proprio da Brindisi (+1,04% in Borsa tra l’ufficiosità e l’ok finale azero).

L’eventuale trasloco, come ha detto di recente il country manager Tap per l’Italia Gianpaolo Russo in un’intervista alla salentina Telerama, sarebbe nella colmata realizzata per il rigassificatore in località Capobianco all’esterno del porto, ritenuta «adeguata» per i propri tubi forse sin dallo studio di fattibilità tra il 2009 e il 2011, ma che poi, come spiegato, è stata scartata in particolare per il «clima politico» contro British Gas. A Brindisi, in realtà, Tap ha archiviato quattro ipotesi di sbocco per nodi tecnici importanti: a nord di Lendinuso e nell’area di Cerano l’attraversamento della Posidonia oceanica, pianta protetta della rete Natura 2000; nell’area industriale i rischi di sicurezza legati agli impianti petrolchimici; a nord dell’aeroporto di Casale i piani urbanistici di sviluppo del Comune.

Nel Leccese però la storia sembra la stessa. Quasi come in Val di Susa per la Tav, da anni ormai Tap è contrastato da amministrazioni locali – interesserebbe 6 Comuni tra Melendugno, Lizzanello, Cavallino, Castrì, San Donato e Vernole – cittadini e associazioni ambientaliste, quest’ultime riunite nel comitato «No Tap», preoccupati per i presunti rischi che la struttura arrecherebbe alla sicurezza e al turismo del territorio (nel 2012 l’unico in positivo col Tarantino, Bankitalia), anche se, stando all’attuale piano, l’azienda s’impegna a rispettare vincoli ambientali e paesaggistici. Nell’area di studio «Le Cesine», zona a protezione speciale (Zps) e sito di importanza comunitaria (Sic), ma anche Sic come «Palude dei Tamari», «Torre dell’Orso», «Specchia dell’Alto» e «Alimini». Il “no” più pesante, oltre a Melendugno e Vernole, l’ha dato la Regione Puglia il 18 settembre 2012 in fase di Valutazione di impatto ambientale (Via): documentazione ritenuta «non sufficientemente dettagliata» su terminale, localizzazione, impiego di tecnologie e rischi di incidente rilevante. Il parere vincolante spetta però solo al ministero dell’Ambiente che entro settembre prossimo dovrà vagliare altri dettagli richiesti dopo lo Studio di impatto ambientale e sociale (Esia) ricevuto a marzo 2012. 

«Il progetto – dice a Linkiesta l’assessore all’Ambiente della Regione Puglia Lorenzo Nicastro – ha avuto una serie di osservazioni dettagliate dal Comitato Via, che è un organo tecnico, non politico. Sappiamo dal Ministero e da Tap che ci sono modifiche da presentare, ma ad oggi (15 luglio, ndr) nulla è arrivato negli uffici né in riferimento a Brindisi, quando arriveranno ne esamineremo di nuovo l’impatto ambientale e, anche se il nostro parere pur obbligatorio non è vincolante, valuteremo che sia accettato e accettabile dai territori». Sul punto Tap ha proposto al Comune di Melendugno 5 milioni di euro per un piano di mitigazione dell’erosione costiera (colpita soprattutto la falesia Sant’Andrea). Gli altri benefici? Per Nomisma Energia, nei quattro anni di costruzione tra il 2015 e il 2018 l’opera contribuirà direttamente al Pil della Puglia per circa 320 milioni di euro e un totale di 600 occupati (tra contratti part–time e full–time), ma con gli ulteriori effetti indiretti e indotti fino a 2.170 annui.

Portare il “rubinetto” finale a Brindisi è il diktat del «No Tap» da anni. In un’area industriale che ha tre centrali termoelettriche – due a carbone come Enel a Cerano e Edipower a Costa Morena e una a ciclo combinato quale EniPower nel petrolchimico – l’impatto, dicono, sarebbe più sostenibile. Sull’ipotesi, pur sempre dentro un Sito inquinato di interesse nazionale (Sin) sottoposto a bonifica, poco o nulla dice Legambiente che invece dice sì al gasdotto per riconvertire in futuro le stesse centrali a carbone. «Vigileremo rispetto alla soluzione proposta – ha scritto il presidente regionale Francesco Tarantini – Tap può essere una delle risposte per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti poiché utilizza giacimenti non gestiti dalla compagnia russa Gazprom». In ogni caso, se Tap decidesse di spostarsi, ad oggi, oltre a rifare tutti gli atti per una nuova Via, finirebbe in un pasticcio burocratico: la colmata Capobianco è stata infatti confiscata con sentenza del Tribunale di Brindisi il 13 aprile 2012 a conclusione del processo penale scattato dopo l’inchiesta del 2007 sul presunto giro di tangenti intorno alle autorizzazioni del rigassificatore che, tra le altre cose, l’aveva posta sotto sequestro.

La colmata Capobianco nel Porto di Brindisi

I giudici, oltre ad aver processato 11 imputati, tra società, manager ed ex amministratori pubblici, accusati a vario titolo di corruzione (reati tutti poi prescritti), hanno bollato come occupazione abusiva proprio l’area ricavata sul mare. A che punto sono le carte? British Gas, dopo aver speso 250 milioni di euro in dieci anni, ha rinunciato una volta per tutte all’investimento il 28 gennaio scorso: ha chiesto all’Autorità portuale il recesso unilaterale della concessione demaniale siglata il 4 febbraio 2003 per trent’anni. Come risulta a Linkiesta, l’Autorità non l’ha presa in consegna poiché nel frattempo attende ancora il parere tecnico chiesto all’Avvocatura di Stato sulla competenza al ripristino dei luoghi e su presunti rischi di risarcimento danni e nell’attesa nessuno sogna di rimuoverla come a Bagnoli. Poi c’è un’altra grossa grana: per il sindaco Cosimo Consales (Pd) l’ipotesi contrasta con un piano per il rilancio turistico del porto che prevede di spostare proprio lì le navi della Marina militare oggi nell’area interna. Dal Comune confermano a Linkiesta che «nei giorni scorsi Tap è stata nei nostri uffici, ma per dire che il gasdotto non si fa qui». Proprio il porto locale però, scrive la società, potrebbe essere «parco di posa per le tubazioni e per altri materiali e forniture necessarie per la costruzione offshore».

E mentre Tap assicura che il «micro tunnel consentirà di passare sotto la “Posidonia Oceanica” (habitat protetto) presente nell’area e sotto la linea di costa per evitare qualsiasi impatto visivo sulle spiagge e sulle scogliere» e che per tubi di spessore oltre i 25 millimetri come questo «in base alle statistiche dell’associazione europea specializzata, la EGIG (European Gas pipeline Incident Data Group), non si sono mai verificati incidenti negli ultimi 41 anni, ovvero da quando le statistiche sono disponibili», l’attenzione resta sull’inchiesta che la procura di Lecce (condotta dal pubblico ministero Antonio Negro) ha aperto contro ignoti per il presunto danneggiamento del fondale marino che sarebbe avvenuto con le ispezioni condotte da Saipem per conto di Tap tra gennaio e febbraio scorsi, almeno secondo le ipotesi dei pescatori di San Foca che hanno denunciato la rottura delle reti e attività troppo vicine alla costa (autorizzate dalla Capitaneria di Porto).

Si farà luce però pure sui campioni di sedimenti marini raccolti mesi fa e sulla cui validità è nato uno scontro tra la stessa Saipem e l’Agenzia per la prevenzione e la protezione dell’ambiente della Puglia (Arpa) poiché, stando a quanto spiegato ai pm, tutte le operazioni sarebbero dovute avvenire in presenza o sotto la direzione di tecnici regionali o da terzi autorizzati solo se l’Agenzia avesse dichiarato la propria indisponibilità. L’incarico invece è stato affidato al Cnr di Taranto senza l’ok di Arpa e Tap, come confermato da Russo, sarà costretta a ripetere i sondaggi dopo l’estate.

Nel 2009, stando all’inchiesta della procura di Bari sull’ipotizzato giro di escort nelle residenze romane di Silvio Berlusconi, sarebbe finito nell’orbita di presunti interessi di “Gianpi” Tarantini che, come già dettagliato da Linkiesta, ne fa riferimento in conversazioni intercettate con l’amico–imprenditore Roberto De Santis vicino a Massimo D’Alema. «Nelle more che il progetto di Finmeccanica–Protezione Civile prendesse forma – annota la Finanza in un’informativa – Tarantini discuteva con Roberto De Santis circa l’opportunità di far intervenire Berlusconi per sostenere la realizzazione di un progetto non meglio specificato nel settore dell’energia, probabilmente un gasdotto dall’Albania all’Italia». Ma proprio su questo, il numero uno di Tap in Italia, Russo, ha fatto sapere che né lui né il management abbia mai conosciuto Tarantini, ma non ha escluso che “Gianpi” «avesse un suo progetto che aveva in animo di rivenderci, cosa mai avvenuta».


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Il progetto è sostenuto dall’Ue (Comunicazione sulle priorità per le infrastrutture energetiche per il 2020) e dai governi di Roma, Atene e Tirana. «Progetto di interesse comune» in linea col piano di rete trans–europea di energia (Ten–E) per Parlamento e Consiglio europeo. Interconnettore nell’ambito di un sistema regolatore unificato tra Italia, Grecia e Albania, per la Commissione che tra il 2005 e il 2009 ha dato l’ok a due finanziamenti per studio di fattibilità e basic engineering. Da sempre di «interesse prioritario» per l’Italia che da ultimo col governo Letta ha ratificato i patti a operativi presi in passato dall’esecutivo Monti con Grecia e Albania (Accordo intergovernativo di Atene del marzo 2013 e Memorandum di New York del settembre 2012).

In realtà, dal 2005 fino allo scorso anno, quando Shah Deniz vagliava in tutto quattro opzioni (a Nord pure il South east europe pipeline, Seep, di BP), l’Italia ha sempre appoggiato l’altro tubo in lizza contro Tap a Sud: l’Interconnessione Turchia-Grecia-Italia (Itgi) di Edison (Francia), Botas e Depa (Grecia), lungo quasi 2.500 chilometri e fino a 10 miliardi di metri cubi annui, ma soprattutto con l’arrivo dal 2015 della sezione Igi Poseidon sempre nel Salento, a Otranto, oggi con tutti i sì ministeriali e il via libera dai territori (restano incerte le fonti). Qui era poi previsto l’approdo del South Stream di Eni (20%), Edf e Basf-Wintershall (15% a testa) e in particolare Gazprom (50%) che ha deciso di portarlo in Friuli, a Tarvisio, perché «nel Sud Italia non c’è abbastanza mercato e nel gas esistono già progetti concorrenti».

E gli inglesi? Se in Puglia perdono il rigassificatore, presto avranno proprio il gasdotto Tap. La società svizzera-norvegese-tedesca ha siglato infatti un accordo per vendere metà tubo entro dicembre: a Bp e Socar il 20% a testa, a Total il 10%, ma si aspettano mosse pure da Enel già in trattativa per le forniture con gli azeri. Tap va quindi ai supplementari, ma nel risiko dei progetti se la vedrà pure con altri due: a Torchiarolo, sempre nel Brindisino, è previsto dal 2015 l’Eagle Lng della Trans-European Energy e richiesto da Burns Srl, che unirà l’Italia a un rigassificatore in Albania; e in una zona ancora top secret del Salento, come ha reso noto l’Autority per l’energia di Cipro, dovrebbe sbarcare l’East Med che dovrebbe portare il gas da Cipro e Israele via Grecia e che l’Ue inserirà nella lista dei progetti finanziabili. Riusciranno tutti a ridurre la bolletta del gas? 

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