Ma è davvero caduto il muro di Berlino delle notizie?

Il WaPo in mano al fondatore di Amazon

Il 5 agosto 2013 è stata diffusa la notizia che il quotidiano americano Washington Post ha cambiato guida dopo 80 anni: il nome del nuovo proprietario è Jeff Bezos, fondatore di Amazon. Abbiamo posto cinque domande a tre voci del panorama legato al giornalismo, il sistema dell’informazione e lnternet: Paolo Bottazzini, Arianna Ciccone e Filippo Sensi. 

Paolo Bottazzini (@eckhart72), si occupa dal 1999 di architettura delle informazioni. Nel 2011 avvia SocialGraph, ha insegnato al Politecnico di Milano, l’Università degli Studi e lo IED

Arianna Ciccone (@_arianna), co-fondatrice e direttrice del Festival internazionale di Giornalismo di Perugia e parte del blog collettivo Valigia Blu

Filippo Sensi (@nomfup), classe 1968, giornalista, è vicedirettore di Europa. Collabora con La Lettura del Corriere della Sera e Wired. Cura il blog di comunicazione politica Nomfup.

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Che significato assume nel mondo delle news una operazione come quella Besoz-WaPo? Nuova frontiera o caso a sé?

Paolo Bottazzini (@eckhart72)

Arianna Ciccone (@_arianna)

Filippo Sensi (@nomfup)

Che tipo di esperimento può nascere dalla cura Besoz su un grande brand di carta con forte know-how ma non più sostenibile?

Paolo Bottazzini (@eckhart72)

Arianna Ciccone (@_arianna)

Filippo Sensi (@nomfup)

Che rapporti ci saranno con Facebook e Google e che frontiere apre sulla digitalizzazione del giornalismo?

Paolo Bottazzini (@eckhart72)

Arianna Ciccone (@_arianna)

Filippo Sensi (@nomfup)

Cosa insegna ai giornalisti e agli editori tradizionali?

Paolo Bottazzini (@eckhart72)

Arianna Ciccone (@_arianna)

Filippo Sensi (@nomfup)

Lezioni per l’Italia?

Arianna Ciccone (@_arianna)

Filippo Sensi (@nomfup)

La sede del Washington Post e la notizia della cessione della testata a Jeff Bezos (Afp)

♦ Che significato assume nel mondo delle news una operazione come quella fra Jeff Bezos e il Washington Post? Nuova frontiera o caso a sé?

@eckhart72 L’interpretazione dell’acquisto da parte di Bezos della testata WaPo è piuttosto complessa per almeno due ordini di ragioni. La prima, banale, riguarda il fatto che i dettagli dell’operazione non sono ancora stati resi noti nella loro completezza: le informazioni provengono da due comunicati ufficiali, uno della testata e uno di Jeff Bezos, apparsi ieri sera sulle pagine del giornale. La seconda è che nella sua dichiarazione il fondatore di Amazon ha dichiarato di aver acquistato il WaPo senza ancora avere in mente una strategia per il futuro. Si tratta di un’affermazione quasi incredibile per Jeff Bezos, che è noto per l’ampio respiro dei suoi progetti imprenditoriali e per la sua visione sul lungo tempo.

@_arianna Il significato è enorme. Solo seguendo il dibattito che è in corso da ore e ore in America (e non solo) si capisce quanto profondo è il significato di una acquisizione del genere. La sintesi perfetta di questo significato è nel titolo dell’articolo di Andrew Leonard su Salon: L’iceberg alla fine ha salvato il Titanic. Stiamo parlando di un vero e proprio “disruptor” che entra nel business delle news. New media (e soldi) che acquistano gli old media.
Di sicuro ha ragione Emily Bell il centro del potere e di influenza dei media si è spostato “culturalmente” verso la Silicon Valley.
Non so se è una nuova frontiera. In fondo questi multimiliardari che decidono di investire lo fanno in base ai loro interessi. Bezos ha interesse personale nelle news, Brin ha investito sull’hamburger sintetico :D. Notizia delle stesse ore.

@nomfup L’asticella si è alzata, non c’è dubbio. Ci eravamo abituati ad acquisizioni della carta da parte dell’online, avevamo già pianto le sorti di altre icone a stampa destinate al web. Ora l’operazione Bezos-WaPo si carica di un significato ulteriore: non si tratta solo di salvare un giornale, ma di sperare in un tentativo, forse il più avanzato, di pensare un modello di business che valga per tutta l’informazione, in America e non solo.

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♦ Che tipo di esperimento può nascere dalla cura Besoz su un grande brand di carta con forte know-how ma non più sostenibile?

@eckhart72 Il campo delle illazioni al momento è molto vasto. Agli occhi di chi si occupa di innovazione digitale però non può sfuggire l’affinità di prospettive che unisce il percorso intrapreso dal WaPo con la fondazione del centro di sviluppo tecnologico Trove, e il modello imprenditoriale fondato sull’intelligenza dei big data perseguita da Amazon.com e dal suo network di siti. Come già ricordato su Linkiesta, Wang definisce il modello di Bezos una «Matrix economy», dal momento che il dispositivo di e-commerce ormai non è che il segmento di output di un vasto sistema di raccolta dati sugli utenti, sui loro interessi, sulle loro abitudini e sui loro comportamenti, al fine di poter proporre loro contenuti e servizi che rispondono ai loro interessi ma di cui non conoscevano nemmeno l’esistenza. 

@_arianna Bezos porta con sé la chiave del successo di Amazon. Investimenti a lungo termine senza pensare ai profitti immediati. Amazon viene fondata nel 1994 i primi profitti sono del 2001. Bezos ha la pazienza e i soldi, tanti, per ’sopportare’ il peso della trasformazione digitale: tempi lunghi e investimenti. A questo va aggiunta la fondamentale cura e attenzione per il cliente. Nel caso del giornale al centro dell’attenzione ci sarà il lettore, l’utente.

@nomfup Penso che l’esperienza maturata nell’e-commerce potrà dare una diversa torsione all’offerta informativa più tradizionale del Post. Non credo che Bezos lo abbia comprato come potrebbe fare un emiro con una squadra di calcio. Ma di certo una serie di ragionamenti in termini di marketing e di brand passeranno da Amazon.

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♦ Che rapporti ci saranno con Facebook e Google e che frontiere apre sulla digitalizzazione del giornalismo?

@eckhart72 Tra le testate giornalistiche, il WaPo è quella che si è avvicinata di più ad una formula di reinvenzione del giornalismo nella ricerca di un percorso di sostenibilità economica. Insieme a The Guardian, il giornale di Graham ha tentato di rintracciare nella dimensione digitale un nuovo modo di concepire l’informazione e le attività che la circondano. Trove è il nome della società in cui la testata ha concentrato i progetti di sviluppo tecnologico nella prospettiva dei big data: tra i servizi che sono stati sviluppati ci sono il dispositivo di curation, l’app di social reading, l’app frictionless per Facebook (poi abbandonata dal WaPo), il MyPost. Tutti questi dispositivi sono tesi a profilare l’offerta informativa per gli utenti fino alla configurazione di un giornale totalmente personalizzato, in cui vengono raccolte notizie provenienti da tutte le fonti della Rete, selezionate sulla base degli interessi e del grado di competenza dei lettori, e anche sulla base dei focus di attenzione della comunità di amici e colleghi che circondano l’utente. In cambio della continuità di informazione sugli argomenti necessari per la propria crescita personale e per la propria affermazione sociale, il lettore lascia al giornale la libertà di raccogliere dati personali a tutti i livelli di profondità, dall’anagrafica individuale, alle relazioni sociali, agli interessi e alla competenza che il soggetto vanta sugli argomenti di cui si occupa.
Questo è il genere di elementi che possono inquadrare una nuova forma di rapporto tra una testata giornalistica e gli inserzionisti che la finanziano. La formula che oggi governa questa relazione è dettata dalla logica della pubblicità tabellare, il cui valore economico è in continuo (e irreparabile) calo. Il native advertising che domina il dibattito attuale in America prevede una struttura diversa di interazione tra il giornale e il finanziatore: la comunicazione non passa più attraverso banner espliciti (e non cliccati dai lettori), ma tramite un progetto editoriale che promuove l’interesse degli utenti attraverso la formazione del pubblico sui temi che sono presidiati dall’offerta commerciale dell’inserzionista. Un sistema di dispositivi di reclutamento di dati e di intelligenza come Trove è in grado di offrire indicazioni essenziali a questa struttura di relazione: la testata conosce in tempo reale la reazione del pubblico alle proposte del progetto editoriale, individua i segmenti più sensibili ai temi, verifica l’incremento della loro competenza e del loro coinvolgimento – fino a poter segnalare i lead più rilevanti all’inserzionista per procedere con l’azione di contatto commerciale.
WaPo parla con Trove la stessa lingua di Bezos, almeno a livello potenziale, sul nodo critico che collega il giornalismo alla knowledge economy su cui si fonda il sistema Amazon.com. Oltre alle potenzialità, i dati raccolti e l’intelligenza elaborata nei DB del WaPo, pongono la testata nello stesso contesto delle società rilevate da Bezos negli ultimi dieci anni di attività alla testa di Amazon.

@_arianna Questo non riesco a immaginarlo. Di sicuro Bezos non ha bisogno di loro. Bezos è un visionario e un profondo conoscitore delle dinamiche della Rete e della cultura digitale. Cosa di cui non possono vantarsi tanti editori, non solo qui in Italia.

@nomfup Non so se questa operazione invoglierà altri player della Silicon Valley a entrare nel mondo dell’informazione (qualcuno lo ha già fatto, basti pensare a Chris Hughes e al New Republic). Forse sì, un effetto trascinamento non è da escludere. Ma gli occhi puntati sul deal Bezos-WaPo diranno molto anche sugli utili, oltre che sulla sostenibilità di un modello di impresa. Se si vedranno soldi, o comunque un significativo contenimento delle perdite, allora non mancheranno gli investimenti. Altrimenti non ce ne sarà più per nessuno, o quasi.

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♦ Cosa insegna ai giornalisti e agli editori tradizionali?

@eckhart72 Le questioni poste dal modello dei big data congiunti con il native advertising, impongono una riflessione sul compito del giornalista come formatore della coscienza critica del pubblico da un lato, e dall’altro lato la sostenibilità economica della testata. Il confronto è indispensabile, perché i processi di produzione e di proposta ai lettori di stampo tradizionale non sono più in grado di sopravvivere – e il ruolo stesso del giornalista appare screditato agli occhi del pubblico. La disintermediazione che la blogosfera e i social network pretendono di aver imposto tra gli utenti e i fatti, finisce per colpire la figura del giornalista come il rimosso del nuovo impianto di produzione e di circolazione delle notizie. I servizi che Trove ha cominciato a sperimentare si muovo anzitutto nella direzione di concepire un nuovo impianto di offerta informativa, ritagliata sugli interessi del lettore e distribuita attraverso una compagine di strumenti complementari – dallo scouting di notizie disponibili in Rete ma in ambienti difficilmente rintracciabili per l’utente che non si occupa di giornalismo in modo professionale, alla ricognizione dei contenuti letti da colleghi e amici, fino alla selezione dei pezzi pubblicati all’interno della testata attraverso meccanismi push di segnalazione. Nella proposta degli argomenti da trattare per la formazione del pubblico, il giornale deve bilanciare il mandato etico che è affidato alla professionalità dei suoi redattori e le istanze commerciali degli inserzionisti che sviluppano progetti editoriali in native advertising. Il valore economico di questa collaborazione supera di gran lunga quello dei formati tabellari, e può implicare una convergenza di obiettivi nella formazione dell’opinione pubblica tra le battaglie politiche e civili della testata e le finalità commerciali degli imprenditori più innovatori (gli eroi di Schumpeter). L’ethos della professione giornalistica (ma non il suo mandato sociale) deve essere ripensato alla luce del contesto finanziario, culturale e tecnologico in cui matura il senso critico dei cittadini e il patto che essi stipulano tra la il valore della loro posizione nella collettività (identificata dai dati personali) e l’accesso ai servizi assicurato dalle imprese che aderiscono al paradigma della knowledge economy.
Naturalmente questa necessità di rielaborazione non riguarda soltanto i giornalisti, ma gli editori in generale. Probabilmente la rivoluzione digitale investe l’intera classe sociale che a partire dall’Illuminismo ha detenuto il (quarto? quinto? primo?) potere di definire quali fossero i temi rilevanti da inserire nell’agenda delle riflessioni, delle decisioni e delle forme di espressione collettive. Google e l’irruzione dei social network hanno mostrato che la periferia del «sapere sociale» è infinitamente più vasta di quanto si pensasse, ed è densa di un’attenzione che il centro accademico, massmediale, editoriale, non è più in grado di polarizzare. I motori di ricerca hanno imposto una nuova policy, che trasforma ogni curiosità – anche la più banale – in un diritto di risposta. Ma soprattutto, la Rete ha assegnato una solidità ontologica a tutta quella periferia di argomenti che fino a una decina di anni fa erano considerati eccentricità e stravaganze personali. Ha attribuito un peso di razionalità e di consistenza pubblica ad ogni divagazione individuale. Nel mondo della cultura sono crollate le pareti del cielo, con lo stesso gesto con cui il Rinascimento ha visto disperdersi la centralità dell’uomo insieme al sistema tolemaico e al cielo delle stelle fisse. Senza una classe sociale di editori in grado di imporsi come il fuoco eliocentrico del sistema della cultura, la sperimentazione condotta da Bezos con Amazon, e da Trove nell’ecosistema del WaPo, ha cercato di trovare un nuovo equilibrio tra un modello economico tecnocentrico e una direzione umana – se non nelle scelte editoriali, almeno nella formulazione del modello economico. Sulla soluzione di Bezos, Wall Street sembra più disponibile a investire persino rispetto a brand solidi come Apple. Ma il successo del momento non assicura che si tratti di una formula definitiva e capace di reggere a oltranza. A tutti è richiesto lo sforzo di impegnarsi sia nel dibattito etico, sia nel confronto con la necessità di trovare una formula che ne assicuri la sopravvivenza economica.
Nel contesto dei giganti media, il WaPo è stato tradizionalmente collegato a Facebook (Graham siede nel consiglio di amministrazione della società che controlla la piattaforma), mentre il suo servizio di curation si è di fatto schierato come competitor di Google News. Nel corso dello sviluppo dell’app per il social network, i tecnici di Trove hanno lavorato a stretto contatto con gli sviluppatori di Menlo Park, fin nell’ambito della progettazione della Timeline, ancora in corso di progetto. In questa nuova fase il giornale potrebbe avvicinarsi alle istanze di Amazon, in alternativa agli altri grandi silos di dati. Non è facile immaginare in che modo questa congiunzione potrebbe tradursi in servizi accessibili al pubblico.

@_arianna Bisogna vedere a cosa porterà a lungo termine. Ma se proprio devo dire qualcosa in merito è che di sicuro la lezione è: non bisogna fermarsi, è tempo di scommettere, di aprirsi, di sperimentare. E sperimentare, inventare è stata proprio una delle parole chiave nel discorso di Bezos ai giornalisti del WaPo

@nomfup Ha detto delle cose molto sensate Federico Sarica sulla Rivista Studio. Sul coraggio e la voglia, il gusto di sperimentare, che è diventato una necessità, una urgenza. Non solo in America che guardiamo ancora come fosse la luna, ma anche dalle nostre parti. Non vorrei, però, che fosse vera la profezia di Lennon, sempre qualcosa che cuoce, ma niente in pentola. Dalle nostre parti, e non per fare del provincialismo d’accatto, è spesso così.

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♦ Lezioni per l’Italia?

@_arianna ahahahahahahahahahhahahahahahahahahahahhaha. Bisogna cambiare tutto e radicalmente. Ha ragione ancora Emily Bell: cambiare quello che c’è è impossibile, la mentalità legata al business delle notizie di carta che domina anche la trasformazione al digitale è perdente. Bisogna cominciare da zero. Noi qui in Italia non abbiamo nemmeno un iceberg contro cui scontrarci e che alla fine ci possa salvare 😀
Una lezione però è importante per me: il dibattito in una società è vitale. Lo vediamo in questi giorni in America, come dicevo, il dibattito intorno alla vicenda Bezos/WaPo è impressionante. Qui da noi per fare un piccolo esempio sulla ricapitalizzazione di Rcs e di quello che potrà significare per il futuro del Corriere della Sera si è parlato solo in termini societari, di quote etc. etc. Un dibattito sul progetto editoriale io non l’ho visto. Mi sarà sfuggito. 

@nomfup Con colossi come Rcs in piena trasformazione, le domande sono d’obbligo. Ci sono capitali da investire nell’informazione di qualità? Ci sono imprenditori disposti a perdere, ma a guadagnare in termini di rispetto e considerazione, di influenza per una scommessa su carta o digitale? La lezione è che il cambiamento c’è ed inesorabile, inutile illudersi di scampare. Trasformarlo in opportunità è la sfida per tutti: impresa, editori, giornalisti, e, mi permetto, anche per i lettori che dovranno orientare questa grande trasformazione.

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Jeff Bezos ha fondato Amazon nel 1994 a Seattle (Afp)