Quella necessità di condividere la propria solitudine

La rubrica Genio del male

Il centenario della nascita di Vittorio Sereni non è soltanto l’occasione per rileggere l’opera poetica di uno dei suoi più autentici maestri: vi è anche una prosa intima che si puó “ascoltare” scorrendo le lettere. Sotto questo profilo la corrispondenza con Sandro Parronchi rivela una musicalità eccezionale.

Dal momento che per Sereni l’amicizia e il gioco del calcio erano in grado di far venir fuori il fanciullino che era in lui, da questo carteggio apprendiamo qualcosa di più delle abitudini, degli interessi intellettuali, dei premi letterari e degli avvenimenti che hanno accompagnato la vita di due amici. Tra quelle carte vi sono soprattutto le «questioni del cuore» – come indica Raboni nella prefazione di “Un tacito mistero” (Feltrinelli): se la poesia è per entrambi l’oggetto di una ricerca amorosa, le reciproche dichiarazioni di amicizia sono esplicite e sincere.

Nel 1945 Parronchi scrive: «…mi ricorre spesso il pensiero di te, in questo lungo giuoco della poesia che ha per posta la verità e per vincita non si sa cosa: forse, più che altro, il bene di sentirci amici». Gli risponde Sereni: «Non sai quanto t’invidio l’intelligenza che hai dell’arte, della pittura in specie. Penso che in certo modo ti tenga sempre ispirato; sempre disposto. Mentre io, fuori da quelle ore così rare, brancolo nella futilità». Vittorio dichiarerà l’anno dopo: «…non parlo mai con nessuno e succede, a volte, di aver bisogno di uno che ascolti come tu sai fare». Oppure: «Vuoi una confidenza? Ho cominciato a scrivere un racconto».

L’ordito di questo viaggio a due tuttavia non è diverso da qualsiasi altra storia d’amicizia, densa cioè di silenzi, paure di invecchiare, di perdere i capelli, di gelosie ed incomprensioni, amplificate dall’assenza fisica del proprio interlocutore. Viene alla luce una “tacita” conversazione dove il bello – paradossalmente – è proprio quell’essere lontani, separati anche da due differenti ambienti sociali e culturali: la Milano di Sereni e la Firenze di Parronchi. Scrive Sereni nel 1946: «…per me ormai dire Firenze è dire Sandro…Milano è da tempo diventata il regno di filibustieri indigeni e non. Spicca tra questi il funesto Jacobbi, già sirena di Cinecittà e dei salotti romani. Ma è almeno un bel ragazzo, un Malaparte in minore. Ce n’è invece un altro che sbalordisce e per la propria faccia di bronzo e per il credito che riscuote presso persone insospettabili. Credo che sia una vostra vecchia conoscenza e spero che non sia vostro amico: si chiama Franco Fortini, già Lattes…» Pensando al fatto che Sereni accetterà poi di vivere e lavorare dentro gli ingranaggi imprenditoriali di questa città, alcune parole appaiono perfino stridenti: «…Milano oggi è una città da saccheggiatori della vita, senza speranza per chi voglia da quella vita estrarre un altro senso». Del resto anche Parronchi non si esprime con toni più teneri e nel 1948 scrive: «Non ti puoi immaginare che razza di fondo di provincia sia diventata Firenze, senza teatro, con un’opera – buona – all’anno, appena con…conferenze di pittori astrattisti!».

Le due città sottintendono anche frequentazioni diverse e alle volte scende il silenzio. Nel 1947 Sereni scrive: «…il silenzio di cui io sono responsabile si rivolge sempre contro di me, diventa silenzio punitivo da parte dell’amico che finisco per immaginare sdegnato o addirittura perduto». La risposta di Parronchi non tarderà a venire rivelando, rispetto al timido e sospettoso Sereni, una maggiore maturità nel vivere il peso della distanza: «…è veramente mia la colpa se questa volta il dialogo è rimasto per tanto tempo sospeso…ma che cos’è l’uomo se non si accresce e non si rinnova?». Anche nel 1950 quando Parronchi mette a nudo una certa aridità conseguente alla pubblicazione di “Un’attesa”, dirà a Sereni: «Non scrivermi, ti prego, parole di consolazione. Oggi vorrei piuttosto l’irrisione che la pietà». Per noi ubiquitari, che tendiamo a voler essere sempre là dove invece non siamo, fa bene assaporare di nuovo il senso di un ritrovo dopo una forzata distanza, come affiora dalle poche righe di Parronchi: «Non ti dico quanto mi abbia fatto piacere passare due ore insieme, dopo tanti anni».

Leggendo le lettere al fianco della creazione poetica ci si chiede quale sia veramente l’arte e quale la vita, dove “gli oggetti” e dove invece “i movimenti del cuore”. Così, quando negli anni ’60 la comunicazione si dirada e la vita dei due amici prende oggettivamente una piega diversa, al fondo del rapporto rimane una grande verità: il fatto che la poesia abbia tenuto desta una corrispondenza silenziosa e nel contempo piena di armoniche. E soprattutto che l’eco dell’amico lontano abbia mostrato alla fine il bisogno radicale del poeta, cioè la necessità di condividere “a distanza” una fondamentale solitudine.