Governo allo scontro finale: Letta chiederà la fiducia

Venti di crisi: Berlusconi vs Napolitano

Aggiornamento 

Le ultime mosse prima dello scontro scandiscono il fine settimana. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in visita al carcere di Poggio Reale parla di amnistia o indulto, che in ogni caso non dipendono dalla sua azione, ma la cui proposta spetta alle Camere. Si tratterebbe di una misura, però, che renderebbe comunque difficile il salvataggio del Cavaliere, come hanno invece immaginato alcuni (non ultimi, alcuni membri del M5s). Napolitano ha anche chiesto calma e ordine, dicendosi contrario a quella che ha definito “campagna elettorale permanente”. Il presidente del Consiglio Enrico Letta utilizza il weekend per preparare il discorso di lunedì in cui, con ogni probabilità, chiederà la fiducia.

Dall’altra parte Silvio Berlusconi ha presentato la sua memoria difensiva alla Giunta delle autorizzazioni e delle immunità del Senato (qui il testo) in cui, oltre a sostenere l’incostituzionalità della legge Severino, ricusa alcuni membri della Giunta stessa, giudicati imparziali. In nome del principio del giusto processo, alcuni membri dovrebbero dimettersi «per consentire la formazione di un collegio giudicante quantomeno apparentemente imparziale». La sua posizione si basa sul fatto che alcuni membri hanno già espresso la propria intenzione di voto (negativa).

Non solo: la richiesta del Cavaliere è di attendere almeno la pronuncia della Corte Europea sulla legge Severino, che arriverebbe in pochi mesi. Dopo, potranno giudicare. 

Il tempo delle trattative è finito. «Prendere o lasciare», sintetizza Enrico Letta ai suoi interlocutori; il premier ha rotto gli indugi e a inizio settimana chiederà il voto di fiducia alle Camere. Visibilmente irritato, racconta chi l’ha visto, il presidente del Consiglio torna dagli Stati Uniti e archivia definitivamente la diplomazia. Un premier in versione inedita. Dismessi i panni del moderato Letta si presenta a Palazzo Chigi determinato, a tratti intransigente.

L’ultima accelerazione degli (ormai ex?) alleati del Popolo della libertà è la goccia che ha fatto traboccare il vaso della sua pazienza. La minaccia delle dimissioni in massa dei parlamentari berlusconiani non l’ha digerita. Soprattuto per il tempismo con cui a Palazzo Grazioli è stato deciso lo strappo. La crisi di governo si è aperta mentre il premier era in Nord America, in visita ufficiale per sponsorizzare il nostro Paese davanti agli investitori esteri. Peggio, nelle stesse ore in cui il presidente del Consiglio stava parlando davanti alle Nazioni Unite. «Una cosa gravissima» ripete Letta durante il Consiglio dei ministri di questa sera.

L’atmosfera a Palazzo Chigi è tesa. Del resto Letta è tornato in Europa con un piglio che in pochi si aspettavano. Pronto alla sfida finale con il Cavaliere. Basta ambiguità: se il Pdl vuole continuare a sostenere il governo, lo deve fare «senza se e senza ma». Le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi devono essere separate dall’azione del governo. Definitivamente. Altrimenti tanto vale chiudere l’esperienza dell’esecutivo. «Non mi farò logorare» aveva chiarito Letta al Quirinale prima di partire per gli Usa. «Se il governo dovrà cadere, meglio cadere in piedi», spiega nel pomeriggio a un ministro Pd.

Stavolta il presidente del Consiglio è irremovibile. Basta mediazioni. Senza il necessario chiarimento il governo non andrà avanti. Il premier lo spiega con drammatica semplicità ai rappresentanti del Pdl per tutta la serata. Prima il segretario Pdl Angelino Alfano, poi l’ambasciatore berlusconiano Gianni Letta, entrambi ricevuti nel suo studio di Palazzo Chigi. Infine davanti all’intero Consiglio dei ministri. Il sostegno all’esecutivo dovrà essere senza equivoci. Ecco perché entro martedì Letta si presenterà in Parlamento per chiedere un voto ai partiti che sostengono la maggioranza. Un voto che legittimi un nuovo mandato all’esecutivo, su un’azione di governo declinata in una serie di punti programmatici inderogabili. A partire dalla prossima legge di Stabilità.

Se i rapporti tra Pd e Pdl sono ai minimi storici, Letta può contare su una forte sintonia con il Quirinale. La nuova strategia del premier è stata concordata passo passo con il presidente Napolitano. In realtà i contatti con il Colle non si sono mai interrotti, neppure durante la visita negli Stati Uniti. E non è un caso se questa sera, prima di presiedere il Consiglio dei ministri, Letta si è recato dal Capo dello Stato. Un incontro di un’ora e mezza in cui i due hanno confermato la linea già studiata: per andare avanti è necessario un chiarimento con il Pd, non si può prescindere da un voto alle Camere.

Dopo due mesi di fibrillazioni, si fa sul serio. Stavolta l’ipotesi di crisi è molto più concreta che in passato. Lo dimostra il nulla di fatto con cui si chiude il Consiglio dei ministri che avrebbe dovuto approvare una serie di provvedimenti economici. Il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga e delle missioni militari all’estero, ad esempio. Ma soprattutto il blocco dell’aumento Iva, già fissato al prossimo 1 ottobre. L’accordo sembrava trovato. Nel pomeriggio aveva persino iniziato a circolare la bozza del decreto. Poi in serata, lo stop. Troppo alte le tensioni politiche. Troppo intransigente il presidente del Consiglio nella sua richiesta di un chiarimento «senza se e senza ma». E così nella riunione di Palazzo Chigi si decide di posticipare ogni decisione a dopo il voto parlamentare.

Il clima si fa incandescente. Il Cdm diventa la cornice dello scontro Pd-Pdl. «Non vogliamo chiarimenti che servano per tirare a campare – prende la parola il vicepremier Alfano – Occorre affrontare la questione della giustizia. Senza, ogni chiarimento sarebbe ipocrita». La trattativa sembra impossibile. Da adesso in poi Letta pretende una netta distinzione tra le vicende giudiziarie di Berlusconi e l’azione del governo. Inserire un capitolo dedicato alla magistratura nel documento che sarà presentato tra pochi giorni in Parlamento è fuori discussione. Al segretario Pdl lo ricorda con un intervento molto poco diplomatico, raccontano, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini. A tratti sembra già iniziata la corsa a scaricare sull’avversario le responsabilità della crisi. L’esperienza delle larghe intese pare sempre più vicina al suo epilogo. 

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Ecco il comunicato della presidenza del Consiglio

La Presidenza del Consiglio comunica che:

Il Consiglio dei Ministri si è riunito oggi alle ore 20.05 a Palazzo Chigi, sotto la presidenza del presidente del Consiglio, Enrico Letta. Segretario il sottosegretario di Stato alla Presidenza, Filippo Patroni Griffi.

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, ha manifestato in apertura l’esigenza ineludibile di ottenere un chiarimento politico e programmatico in Parlamento tra le forze della maggioranza che sostiene il governo.

“Dinanzi a noi – ha detto il Presidente del Consiglio – c’è la necessità di un confronto il più duro e netto possibile. Non sono disponibile ad andare oltre senza questo passaggio di chiarezza. Un’efficace azione di governo è evidentemente incompatibile con le dimissioni in blocco dei membri di un gruppo parlamentare che dovrebbe sostenere quello stesso esecutivo. O si rilancia, e si pongono al primo posto il Paese e gli interessi dei cittadini, o si chiude questa esperienza”.

“Non ho alcuna intenzione – ha concluso – di vivacchiare o di prestare il fianco a continue minacce e aut-aut. Quanto accaduto mercoledì scorso proprio mentre rappresentavo l’Italia all’assemblea generale delle Nazioni Unite – contestualità non casuale – è inaccettabile”.

In attesa del chiarimento si è reputato dunque inevitabile il blocco di ogni decisione governativa su temi, anche rilevanti, di natura fiscale ed economica. La sospensione è dovuta in particolare all’impossibilità di impegnare il bilancio su operazioni che valgono miliardi di euro senza la garanzia di una continuità nell’azione di governo e Parlamento.

Il Consiglio ha avuto termine alle ore 22.40.

Convocato alle 19:30, dopo essere stato in stand-by per molte ore, il cdm dove si dovrebbe parlare del rinvio dell’IVA e di una possibile crisi di governo incombente, motivata dall’intento manifestato dai parlamentari del Popolo delle Libertà di rassegnare le proprie dimissioni dopo la decisione che ha riguardato Silvio Berlusconi.
L’ultimo consiglio dei ministri si era tenuto il 19 settembre. Il 26esimo è stato convocato per il 27 settembre, dopo il rientro da New York del presidente del Consiglio Enrico Letta. Giorgio Napolitano ha incontrato Letta al Quirinale.

La giornata di oggi

Tensioni nel Cdm fanno slittare il decreto: prima, si decide, occorre un chiarimento per le Camere. La manovrina andrà decisa tra lunedì e martedì.
 

La crisi di governo

Enrico Letta ha intenzione di effettuare un chiarimento con il Consiglio dei Ministri e poi, nella prossima settimana con le Camere, probabilmente già martedì. Sugli step c’è il pieno consenso del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Secondo indiscrezioni raccolte il nodo verrà affrontato in maniera netta, con un chiarimento “inequivoco”, perché per Letta “prima viene il Paese”. Il presidente del Consiglio tornerà a ripetere che non accetterà sovrapposizioni tra le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi e l’attività di governo. 

Però i fedelissimi di Berlusconi rispondono alzando la posta. «Per reagire all’attacco contro il Presidente Silvio Berlusconi e il diritto alla piena rappresentanza di milioni di italiani che lo votano, Forza Italia ha deciso di convocare una manifestazione per venerdì 4 ottobre, in concomitanza con la riunione della Giunta per le autorizzazioni del Senato», scrivono sul sito del partito. La manifestazione si terrà alle ore 17 a Roma, a Piazza Farnese.

Il fronte pro-Silvio però è scosso da venti di divisione. Nel partito regna il caos. 

Il decreto legge

Stando alle bozze dl decreto legge che sono state anticipate all’Ansa, prima della fine dell’anno verranno «ridefinite le misure delle aliquote ridotte, nonché gli elenchi da assoggettare alle medesime».

Non solo. Il dl rifinanzierà la Cassa integrazione in deroga per il 2013 con altri 330 milioni di euro «da ripartirsi tra le regioni». Si aggiunge il rifinanziamento della carta acquisti per 35 milioni di euro.

Avendo rimandato il rialzo dell’Iva a ottobre, la copertura verrà dall’aumento dell’acconto dell’Ires (al103%) e dell’Irap per il 2013, con aumento delle accise sui carburanti (2 centesimi per litro fino a dicembre, e poi di 2,5 centesimi fino al 15 febbraio 2015). E si discuterà anche di come rientrare nel 3% del rapporto debito-Pil 

Il comunicato di convocazione del #cdm n.26 http://t.co/bahEO2JZBU

— Palazzo_Chigi (@Palazzo_Chigi) September 27, 2013

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