La crisi di governo ci costa più di 20 miliardi di euro

Scherzare col fuoco. I calcoli de LaVoce

La crisi politica c’era già. Ma ha subito una brusca accelerazione con la scelta di Berlusconi di far dimettere i ministri del Popolo delle Libertà nel tentativo di evitare che si perfezioni la sanzione giudiziaria per i gravi reati economici (trasferimento di utili a società da lui possedute al 100% in paradisi fiscali) e non economici di cui è stato ritenuto colpevole in terzo grado.

Cosa succede 

La crisi che si è aperta potrebbe produrre un brusco incremento dell’onere di un debito pubblico che ha ormai superato il 130 per cento del Pil. È probabile che nei prossimi giorni le agenzie di rating decidano un ulteriore downgrading che priverebbe i nostri titoli di stato della caratteristica di essere “investment grade”, con ciò obbligando molte istituzioni finanziarie, sia italiane che estere, a vendere lo stock in loro possesso. Inoltre i nostri titoli potrebbero non venire più accettati come garanzia nelle operazioni di finanziamento delle nostre banche, come già è accaduto nei giorni scorsi a Londra.

Cercare una difesa nel programma Omt della Banca centrale europea potrebbe essere difficile: tale programma richiede infatti una vigilanza dell’Europa. Questa procedura, prevista dall’Omt, non è stata ancora testata ed è piena di incognite. Richiede impegni che un governo dimissionario difficilmente potrebbe assumere.

Ricordiamo che da qui a giugno (data di presumibile chiusura della crisi politica dopo nuove elezioni) ci sono circa 240 miliardi di aste di titoli di stato. Se il rendimento dei titoli aumentasse di 100 punti da qui ad allora avremmo un aggravio dei costi per il servizio del debito di circa 2,4 miliardi, come la seconda rata dell’Imu. A regime il costo sarebbe di più di 20 miliardi, vanificando più di metà delle manovre fatte dal 2011 per fronteggiare la crisi del debito.

Dare segnali di stabilità

Bisogna dunque rapidamente dare segnali di stabilità per evitare questi scenari. Si tratta di confermare il quadro a politiche invariate -quindi nessuna cancellazione della seconda rata Imu e dell’aumento dell’Iva- da qui alla fine dell’anno, varare rapidamente una legge elettorale che sia in grado di aumentare di molto la probabilità di avere un esecutivo in grado di governare dopo il voto, e assicurare al nuovo governo la possibilità di varare un’ambiziosa legge di stabilità che tagli le tasse dove ce n’è più bisogno, riducendo la pressione fiscale insostenibile che oggi grava sul lavoro.

*tratto da LaVoce.info, pubblicato il 29 settembre 2013

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