Pidiellini delusi e grillini, così nasce il Letta-bis

Anche il Colle spera in un nuovo governo

«Cercherò di vedere quali sono le possibilità per il proseguimento di questa legislatura, come ho sempre fatto quando c’è stata una crisi». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è ancora convinto di poter scongiurare un rapido ritorno alle urne. Da Napoli, il Capo dello Stato lascia aperta l’ipotesi di un Letta-bis. Quando questo pomeriggio tornerà a Roma e riceverà il premier al Quirinale, i due potranno approfondire lo scenario.

Un nuovo governo guidato da Enrico Letta. Senza il sostegno del Popolo della libertà, ma con l’appoggio di alcuni esponenti berlusconiani pronti a disattendere la linea dettata ad Arcore. È davvero possibile? Il premier ci sta lavorando, come sempre in contatto con il Colle. Due le ipotesi principali: l’obiettivo più immediato sarebbe la nascita di un esecutivo in grado di mettere al riparo il Paese dalla crisi improvvisa in cui è sprofondato. Una nuova squadra di governo per varare in tempi rapidissimi la legge di Stabilità, la riforma delle legge elettorale e poco altro. In tempo per tornare alle urne entro la primavera. L’ambizioso progetto di Letta, però, va oltre. Il premier – e con lui il Quirinale – non ha ancora abbandonato l’idea di dar vita a un governo più stabile, anche senza il Pdl. Un esecutivo capace di rimanere in campo almeno fino al 2015, per portare a termine il processo di riforme avviato cinque mesi fa.

Per riuscirci, Letta deve trovare in Parlamento una nuova maggioranza. Martedì il premier parlerà alle Camere. Dal suo discorso – e dal successivo voto – dipenderà il futuro della legislatura. Si cerca di rompere il fronte berlusconiano. A Palazzo Chigi sono consapevoli che l’accelerazione alla crisi impressa dal Cavaliere nelle ultime ore ha lasciato più di qualche malumore nel Pdl. È possibile che una parte dei gruppi parlamentari berlusconiani decida di votare in dissenso dalla linea del partito per sostenere un nuovo governo Letta? È tutto da verificare. Molto dipenderà dall’intervento del premier in Parlamento. 

Di sicuro la vera partita si gioca al Senato. Complice il premio di maggioranza del Porcellum, a Montecitorio il centrosinistra ha già la maggioranza. A Palazzo Madama i numeri sono molto meno rassicuranti. Anche con il sostegno di Scelta Civica, di qualche transfuga grillino e dei senatori a vita, per dar vita a un nuovo esecutivo Letta è necessario l’ingresso in maggioranza di una consistente pattuglia di pidiellini. A detta di chi ci sta lavorando, l’ipotesi non sembra irrealizzabile. Tra ieri sera e stamattina lo scontento all’interno del Pdl si è fatto palpabile. E se ieri l’ex capogruppo Fabrizio Cicchitto aveva spiegato che «la decisione di far cadere il governo non può essere assunta da un ristretto vertice», oggi a farsi sentire sono alcuni dei ministri dimissionari. 

Dura la reazione del titolare delle Riforme Gaetano Quagliariello. «Spero nasca una posizione diversa da quella espressa ieri ad Arcore, anche per Berlusconi. A questa Forza Italia non aderirò». Altrettanto quella del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. «Accetto la richiesta di dimissioni fatta durante un pranzo a cui non partecipavano né i presidenti dei gruppi parlamentari, né il segretario del partito. Ma continuerò ad esprimere le mie idee e i miei principi non in questa Forza Italia». Il partito è pronto a implodere o è solo l’inizio di un regolamento di conti all’interno della nuova Forza Italia?

A soffiare sul fuoco ci ha pensato Luca Cordero di Montezemolo che ieri ha provato a incalzare alcuni berlusconiani. «Spero che persone come Lupi, Quagliariello, Sacconi, Gelmini, Lorenzin e lo stesso Alfano riflettano bene prima di decidere di assecondare, fino alla fine, una deriva populista e irresponsabile che ci riporta sull’orlo del baratro». Torna d’attualità il progetto di una nuova forza di centrodestra. Un movimento in grado di unire le realtà confluite in Scelta Civica con le frange più moderate del Pdl. La nascita di quel Partito popolare italiano a cui si lavora ormai da tempo. Magari benedetta dalla Chiesa (il cardinale Angelo Bagnasco pochi giorni fa ha ammonito la politica italiana del rischio di una «irresponsabile» crisi di governo).

Le indiscrezioni si diffondono incontrollate. C’è chi assicura che Quagliariello abbia già dato il suo ok all’iniziativa. Chi conosce i nomi dei senatori pronti a saltare la barricata e chi giura che al momento non ci sia ancora nulla di concreto. Un ruolo importante lo sta giocando ormai da tempo il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini. E chissà che l’ex presidente della Camera non abbia già rassicurato Enrico Letta in questi giorni, durante la trasferta negli Stati Uniti. In qualità di presidente della commissione Esteri del Senato, infatti, Casini ha accompagnato la delegazione di governo oltreoceano. Il suo ritorno in Italia è atteso proprio in queste ore.

Numeri alla mano, per dar vita a un Letta-bis basterebbe lo strappo di una ventina di senatori pidiellini. Le cifre ballano. A tenere i conti è il ministro per i Rapporti con il Parlamento Dario Franceschini. Lo stesso che, forse non a caso, stamattina ha lanciato un appello ai berlusconiani “responsabili” dalle colonne di Repubblica. Intanto a Palazzo Chigi ci si guarda attorno. A destra e non solo. A sostenere la nuova maggioranza potrebbe essere anche qualche grillino. In queste ore una piccola pattuglia di senatori pentastellati sembra davvero disposta a staccarsi dal M5S per appoggiare un esecutivo che abbia come primo punto programmatico la revisione della legge elettorale. Certo, Letta sa di muoversi su un terreno accidentato. I pericoli di un simile scenario sono evidenti. Guidare un governicchio traballante, appeso alle richieste di ogni singolo senatore non è una prospettiva allettante. Magari un esecutivo costretto a prendere misure impopolari, con il Cavaliere all’opposizione. Ma l’unica alternativa sembrano essere le elezioni.  

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