Siria, gli Usa dal piano russo hanno solo da guadagnare

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La proposta russa di disarmare la Siria delle sue armi chimiche è stata derisa perché cinica, irrealizzabile, o nella migliore delle ipotesi, pura tattica. Potrebbe essere anche tutte queste cose assieme. Tuttavia, l’Occidente dovrebbe seguire il bluff di Vladimir Putin, perché anche un’ispezione e un programma di disarmo limitati farebbero più danno alle potenzialità belliche siriane che una manciata di missili.Come ha spiegato il Presidente Usa Barack Obama, gli attacchi proposti hanno l’obiettivo di infliggere una punizione alle unità militari siriane responsabili dell’attacco chimico e di scoraggiare futuri massacri. Non sono mai stati pensati per ribaltare l’equilibrio militare, per risolvere la guerra civile o per eliminare le armi chimiche.

I piani di guerra, inoltre, non mirano direttamente alle attuali scorte, per la paura di spargere fumi tossici o lasciare siti aperti al saccheggio. Aprire le riserve siriane agli ispettori e distruggere anche solo una parte delle armi chimiche potrebbe permettere di raggiungere l’obiettivo occidentale più che il tipo di attacco limitato proposto.

Questo non significa che il piano russo sia senza trappole. Porsi come obiettivo quello di valutare e distruggere l’arsenale chimico di un Paese è un cosa enorme. Almeno dieci anni dopo aver promesso il disarmo, la Libia possedeva ancora metà della sua iprite e i suoi antesignani. E la Siria possiede riserve di gran lunga maggiori. Gli Stati Uniti hanno iniziato a distruggere le loro armi chimiche negli anni Novanta. E ci si aspetta che il processo continui fino al 2023 al costo di 35 miliardi di dollari. Inoltre, muovere armi chimiche in un terreno di guerra comporta ampi rischi, e distruggerli significa costruire strutture specializzate e costose.

Tuttavia, il Presidente Bashar al-Assad ha mostrato negli anni scorsi di essere in grado di spostare o consolidare le sue riserve anche in condizioni difficili. Quantomeno, avere siti di stoccaggio centralizzati sotto il monitoraggio internazionale renderebbe più difficile per il regime preparare nuovi attacchi chimici o utilizzare le riserve esistenti. Una via intermedia potrebbe essere quella di spostare fuori dal Paese, sotto il controllo russo, una parte delle armi. Le riserve di gas già inserite nelle armi – per esempio gas sarin dentro testate missilistiche – potrebbero essere eliminate per prime, lasciando per ultimi gli agenti meno minacciosi. Come hanno notato gli esperti di disarmo Jean Pascal Zanders e Ralf Trapp, il piano è arduo ma tecnologicamente e umanamente possibile.

Tutto questo, ovviamente, parte dal presupposto che Putin e Assad non stiano solo prendendo tempo. Per dimostrare che sono sinceri, devono soddisfare certe condizioni cruciali.

  • Per prima cosa, la Siria deve firmare e ratificare la Convenzione delle armi chimiche, come ha promesso di fare. E il conteggio delle armi chimiche possedute deve almeno approssimativamente avvicinarsi alle stime dell’intelligence. Ogni grossa discrepanza comporterebbe la rottura dell’accordo. Gli ispettori devono essere capaci di spaziare ampiamente, cercando riserve o siti di stoccaggio non dichiarati, e avere il permesso di intervistare scienziati e ufficiali siriani.
     
  • Seconda cosa, ogni accordo deve stabilire scadenze definite per ogni step. La Convenzione delle armi chimiche dà alla Siria un mese per dichiarare i suoi possedimenti, e dieci anni per eliminare le sue armi. Questa sequenza temporale deve essere accelerata, e gli ispettori dovrebbero avere la possibilità di entrare in Siria entro Natale.
     
  • Terzo, e più importante, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve sostenere il piano con la cosiddetta Risoluzione del Capitolo VII, permettendo cioè l’uso della forza.

La minaccia dell’azione militare è ciò che ha costretto la Siria a permettere l’accesso degli ispettori Onu lo scorso mese e ad accogliere il Piano russo questa settimana. Per rendere la minaccia più credibile, Obama dovrebbe chiedere l’autorizzazione del Congresso per attaccare nel caso in cui Russia e Siria non rispettino gli accordi presi.

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