La posta con le ali, dalle cartoline al bancassurance

Cosa sono davvero le poste italiane

Che c’azzeccano le poste? È la domanda che tutti si fanno dopo l’ingresso a sorpresa in Alitalia. Se lo chiedono economisti di vaglia, politici malmostosi e anche la gente comune che (giustamente) teme di dover sempre mettere i propri quattrini, di riffe o di raffe, in un pozzo senza fondo. La risposta è niente, non c’azzeccherebbero niente se fossero ancora quelle dei vecchi tempi, quando “la postina della val Gardena che bacia solo con la luna piena” (canzonetta di Kramer, Garinei e Giovannini, del 1954 dal swing american-tirolese), faceva sognare i ragazzini. Ma il fatto è che le Poste italiane oggi non c’azzeccano nulla o quasi con la posta. Lettere, pacchi, raccomandate sono una parte minore, anzi addirittura minima di una conglomerata che ricava l’80% da prodotti finanziari, polizze assicurative, schede telefoniche e affini. Il gruppo, rovesciato come un guanto da Massimo Sarmi, possiede anche una piccola compagnia aerea, Mistral Air, otto jet in tutto, fondata nel 1981 da Carlo Pedersoli alias Bud Spencer; ma è solo fonte di perdite sia pur non significative.

Sarmi che ha cominciato nell’aeronautica torna agli antichi amori? In realtà ha fatto un grande favore al governo e si aspetta la giusta ricompensa. Se l’operazione andrà in porto. Air France-Klm non l’ha presa bene e ha messo le mani avanti: non c’è un piano industriale credibile, sostiene. Ha ragione, ma il suo piano non è stato giudicato accettabile dai soci italiani e soprattutto da Banca Intesa che vuole proteggere il proprio investimento.

Quanto alle Poste, saranno ancor più un insieme di attività diverse il cui core business è finanziario. Una metamorfosi, incredibile dieci anni fa, anche se i semi li aveva gettati Corrado Passera, che solleva molti interrogativi: ha senso tenere insieme la gestione dei risparmi e il servizio postale? Le banche da sempre lamentano una concorrenza sleale. Mentre il “bottino”, che ammonta, tra buoni e libretti in giacenza, a 300 miliardi di euro (quasi un quinto del prodotto lordo italiano), fa gola a molti. E proprio l’ingresso in Alitalia rende più stridente l’anomalia.

Tutti i servizi postali, a dire il vero, hanno cambiato pelle o lo stanno facendo, in risposta a un mutamento strutturale chiamato e-substitution. La sostituzione elettronica della posta cartacea che a partire dall’inizio del nuovo secolo ha costretto le aziende a cercare un’alternativa; nessuna di esse, però, è stata tanto rapida e radicale quanto Poste italiane.

I volumi dei grandi operatori europei

Anche Deutsche Post ha le sue appendici aeronautiche e finanziarie, tuttavia i servizi non tradizionali rappresentano il 47,3% del fatturato. Dalle assicurazioni ricava quasi 14 miliardi, Poste italiane 24. Insomma, ha una struttura più equilibrata. Sono rimaste indietro, invece, La Poste e la Royal Mail (in via di privatizzazione). Molto tradizionale quest’ultima, ma c’è da aspettarsi un balzo non appena sarà venduta sul mercato. Mentre i francesi si stanno trasformando lentamente (il 24% dei ricavi proviene da altri servizi) seguendo grosso modo il modello tedesco.

Che cosa è successo, dunque: l’Italia lenta, addormentata, conservatrice, è stata più aggressiva, s’è mossa con una rapidità da record, oppure s’è avviata su una strada pericolosa? Per capirlo facciamo un passo indietro, ai tempi della postina che non era poi così mite e bucolica come nella canzoncina. Intanto, chi comandava sulle poste, in Italia, s’assicurava un potere enorme. Benito Mussolini, genio nell’usare gli strumenti della società di massa, aveva capito il potenziale di quella distribuzione capillare che spiazzava tutti. Allora c’erano più uffici postali che chiese e campanili (ancor oggi sono ben 14 mila). Nel 1924 il ministero delle Poste e dei telegrafi viene trasformato in ministero della Comunicazione, ingloba radio e telefoni (nel dopoguerra la televisione). L’Azienda di Stato per i servizi telefonici prima, l’Eiar poi, rappresentano i pilastri di un modello potenzialmente orwelliano. Il fascismo spende e spande per costruire palazzi nello stile razionalista del regime e per creare uno spirito di servizio, di squadra si direbbe oggi, giù giù per li rami, fino alla famosa postina della Val Gardena.

È una struttura e una cultura rilanciata, anzi addirittura potenziata, nel dopoguerra. La scelta del ministro delle Poste (per la quale si accapigliano le correnti democristiane) diventa uno dei passaggi chiave di ogni governo, perché quella posizione resta un architrave del sistema di potere. È lui che comanda sulla Rai, il più importante, capillare, duraturo, strumento di consenso e formazione dell’opinione pubblica. Nel 1954 le trasmissioni televisive avvengono con i ponti radio delle poste. Il presidente della Rai risponde al ministro delle Poste oltre che al presidente del Consiglio e al segretario Dc. A lui faranno capo anche i servizi telefonici attraverso i quali passa il controllo della privacy, la sicurezza, i servizi segreti.

Intanto, arrivano i quattrini contanti sotto forma di libretti e buoni postali, garantiti dallo Stato. Un’idea semplice e geniale per un Paese ancora povero ma risparmioso, dove le banche sono percepite come nemiche, un luogo per i ricchi, per aiutare i padroni, non gli operai. Con la garanzia di guadagni certi e di lungo periodo, il libretto diventa il vero salvagente della classe medio-piccola. Nasce allora quella vocazione finanziaria delle Poste, diventata negli ultimi dieci anni la sua vera natura. Il risparmio confluisce poi nella Cassa depositi e prestiti attraverso la quale vengono finanziati gli enti locali. Una circolarità pressoché perfetta, un potere diffuso che dalla innocua cartolina arriva fino all’asilo nido. La giacenza dei conti correnti aperti presso Bancoposta ammontava nel 2012 a 41,45 miliardi di euro, 98,77 miliardi quella dei libretti postali, 213,27 miliardi di euro i Buoni Fruttiferi Postali. Il motto bismarckiano “dalla culla alla tomba”, in Italia sembra perfetto per le Poste.

Tutto ciò fa pagare un prezzo alto in termini di efficienza. Ma non è questa la variabile fondamentale almeno fino agli anni ‘90, quando la crisi fiscale dello stato diventa ingestibile e con essa salta l’intero sistema del dopoguerra. Le Poste non sono un’azienda, ma una gamba del ministero. I sindacati sono forti e protetti anche perché diventano strumento di consenso. La conflittualità endemica serve a scambiare posizioni, stipendi, carriere e voti. I ritardi delle lettere in Italia diventano oggetto delle barzellette in tutto il mondo. Solo una su cinque viene consegnata il giorno successivo rispetto all’80 per cento in Germania. Il tempo medio di consegna s’aggira sui nove giorni alla fine degli anni ’80. Ci si ride su, ma nessuno cambia niente. Non si vuole, anzi non si può. La produttività per addetto si riduce di un quarto dal 1970 al 1985, anno in cui per coprire i costi del personale viene destinato oltre il 90 per cento delle entrate correnti. La postina in val Gardena s’è fatta la villa.

Il crollo della prima Repubblica e l’ondata di privatizzazioni, porta nel 1993 a trasformare le Poste in una società per azioni, anche se l’azionista unico resta il Tesoro. Quell’anno il disavanzo arrivava a 4,5 miliardi di lire (circa 2,4 milioni di euro). Comincia un lento percorso di recupero, troppo lento, almeno fino al 1998 quando il governo di Romano Prodi nomina amministratore delegato Corrado Passera il quale introduce una impostazione da impresa privata. Il costo è pesante in termini di occupazione: 22mila posti di lavoro in meno. Ma il ritorno di efficienza è clamoroso. E con esso cambia anche l’immagine. Le Poste italiane cominciano a funzionare, non sono più un caso irrecuperabile. Passera capisce che occorre diversificare l’offerta ed entra nei pacchi dove la concorrenza privata è fortissima. È il momento in cui si dice che l’e-commerce richiederà grandi investimenti nella logistica. E su questo si lanciano i tedeschi.

In Italia le cose sono un po’ diverse. La penetrazione dei privati mette alla frusta le Poste. E non c’è nessuna acquisizione paragonabile a DHL comprata da Deutsche Post. Il nuovo amministratore delegato Massimo Sarmi fa di necessità virtù. Arrivato nel 2002, punta sull’innovazione tecnologica, sulla riorganizzazione degli sportelli, ma soprattutto potenzia l’anima bancario-assicurativa. I bilanci chiudono in utile per dieci anni consecutivi. Si sviluppa un servizio telefonico con Poste Mobile. Si stringono i legami con la pubblica amministrazione (come con Posta certificata o Sportello amico per i certificati anagrafici). Ma Bancoposta, Postepay e Poste Vita sono senza dubbio i prodotti di maggior successo. Secondo il bilancio 2012, il Gruppo Poste Italiane ha conseguito ricavi per 24,06 miliardi: 13,83 miliardi da Servizi Assicurativi; 5,31 miliardi da Servizi Finanziari; 4,65 miliardi da Servizi Postali e Commerciali; 267 milioni da altri servizi. L’utile è stato di poco superiore al miliardo. La sola Poste Italiane S.p.A. ha ottenuto ricavi per 9.2 miliardi di euro. 

A parziale compensazione del servizio universale, l’azienda riceve un trasferimento dal Tesoro (quasi 350 milioni nel 2012). Il 92,9% della Posta Prioritaria è stata consegnata entro un giorno così come il 94,9% della posta Raccomandata; il 98,8% delle Assicurate entro tre giorni. Il 96,8% dei Pacchi Ordinari sono stati recapitati in 3 giorni; l’88,7% delle spedizioni Postacelere Espresso in uno; il 99,3% dei prodotti Paccocelere in tre giorni. Queste le cifre ufficiali. L’esperienza quotidiana non è altrettanto brillante, sia nei piccoli centri sia nelle grandi città come Roma dove la riorganizzazione ha penalizzato sevizi obsoleti ma ancora essenziali come le raccomandate. In ogni caso, non c’è paragone con il passato.

La liberalizzazione cominciata in buona parte dei paesi dell’Unione europea nel 2011, inasprisce la concorrenza. La ciambella di salvataggio, dunque, è sempre di più la bancassurance, finché il risparmio postale verrà difeso dalle tante mani che vogliono accaparrarselo per i motivi più diversi (ridurre lo stock del debito, pagare la spesa assistenziale, salvare le imprese fallite e via di questo passo). Le Poste italiane sono una conglomerata che mette insieme raccolta, investimento e partecipazione, come nel caso Alitalia. Un azzardo quest’ultimo. L’investimento, 75 milioni, non è elevato, ma, se le cose non funzionano, le Poste possono essere trascinate in una spirale di perdite.

«Non rischiamo i soldi dei risparmiatori», ha garantito Sarmi. Sa bene, però, di essere entrato in terra incognita. Forse lascerà la poltrona alla scadenza, in primavera prossima. Magari ritornerà in Telecom Italia (era arrivato ai vertici prima in Tim poi nel gruppo come direttore generale), con i pieni poteri incassando la riconoscenza del governo per avergli tirato fuori le castagne dal fuoco. Speriamo che non sia troppo tardi. Non dipende da lui, il compito spetta agli amministratori della compagnia. Ci vuole un piano, certo, ma soprattutto stabilità proprietaria e azionisti pronti a investire. Tutti grandi punti interrogativi. Sarmi se ne rende conto e immaginiamo che faccia gli scongiuri.

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