Scalfari e l’enciclica del papa della porta accanto

Pensieri dopo l’intervista a Repubblica

«Erano le due e mezza del pomeriggio. Squilla il mio telefono, e la voce alquanto agitata della mia segretaria mi dice: “Ho il Papa in linea, glielo passo immediatamente”». Racconta così, Eugenio Scalfari, in un articolo che qualsiasi giornalista italiano oggi avrebbe voluto scrivere quello che gli è accaduto apprendendo la notizia: «Resto allibito, mentre già la voce di sua santità dall’altro capo del filo dice: “Buongiorno sono papa Francesco”». È inutile soffermarsi troppo sull’incredibile cortocircuito di simboli innescato da questa telefonata. Torna “il Papa della porta accanto”, quello che la mattina può chiamare chiunque, e proporgli un dialogo o una scampagnata, suscitando eco in tutto il mondo. Questa è solo la prima lettura, la più banale del terremoto che sarà innescato da questa intervista alla Repubblica.

La seconda interpretazione, non meno suggestiva, è questa: il papa vero, con la sua telefonata (e con la lettera che l’ha preparata), ha battezzato un altro papa, un Papa di Carta stampata, ha coronato il pontificato giornalistico di Eugenio Scalfari, che diventa simbolicamente interlocutore di rango, adeguato e di pari dignità nel campo laico. Non intervistatore ma interlocutore. Da questo punto di vista, e non vorrei che sembrasse una osservazione troppo enfatica, proprio per la revisione del ruolo che sottointende, questa intervista equivale ad un piccolo concilio: mai, prima d’ora, un pontefice aveva affidato una revisione dottrinaria a un laico, e men che meno a un giornalista.

Ma tutto questo scompare, o meglio passa in secondo piano, rispetto al contenuto “ideologico” dell’intervista, rispetto allo strappo dottrinale che con Scalfari e attraverso Scalfari papa Bergoglio compie rispetto la figura del Pontefice come l’abbiamo intesa fino a ieri. Papa Francesco, in questo dialogo cambia la concezione stessa del Papa che eravamo abituati a conoscere, porta a compimento, sul piano del contenuto, la rivoluzione che aveva già affermato nei suoi primissimi giorni di azione sul piano dell’immagine.

Il Papa, alla luce di queste parole, non è più un pastore di anime fedeli (o perse), o il custode del sigillo della Chiesa di Roma. Non è il guardiano di un recinto da cui sono fuggiti i buoi. Ma piuttosto è il Pontifex che, in senso etimologico e letterale, attraverso la sua unica vocazione, quella al confronto, costruisce un dialogo preferenziale con l’altro, con quello che ha le idee più distanti dalle sue: un costruttore di ponti verso la diversità. Un Papa che contamina la Chiesa delle certezze usurate con la vitalità del dubbio. 

Questo Papa estende il confine della Chiesa fino al confronto programmatico con chi non è credente, mette in discussione la sacralità dello stesso ruolo che occupa, parla di papi corrotti dalle brame terrene: «I capi della Chiesa spesso sono stati narcisi, lusingati e malamente eccitati dai loro cortigiani».

Pausa, che precede lo sganciamento di una frase che ha la potenza di un ordigno nucleare: «La Corte è la lebbra del papato». Cosa questo significhi e abbastanza chiaro: non riguarda i Borgia, i simoniaci, o qualche predecessore corroso dal potere temporale, non riguarda qualche piccola scaramuccia nella Curia, ma la stessa concezione della Chiesa.

È stato superato un punto di non ritorno, nella rivoluzione bergoglista, nulla sarà come prima. Il Papa, dice Bergoglio, non deve più «fare proselitismo». Il Papa si confronta con la diversità, perché questo è l’unico modo che ha a disposizione per mettere alla prova l’autenticità della sua fede e la propria capacità di persuasione. Il Papa non insegue più un dogma, ma un umanissimo desiderio di dialogo. Il Papa si spoglia della sua aura ultraterrena, e diventa importante perché ultimo e più umile degli uomini, piuttosto che il primo guardiano di un clero a cui non riconosce nessun primato morale.

Il Papa si spinge fino a dire, dialogando con Scalfari (che fa autoironia dicendo di diventare anticlericale di fronte ai clericali): «Capita anche a me, quando di fronte un clericale, divento anticlericale di botto. Il clericalismo non dovrebbe avere niente che fare con il cristianesimo». Scalfari chiede a Francesco se ritiene di avere una vocazione mistica, e lui risponde: «A lei cosa sembra?». Scalfari azzarda: «A me sembra di no». E il Papa: «Probabilmente ha ragione». E più avanti spiega a Scalfari che anche lui potrebbe essere toccato dalla grazia anche senza avere fede, anche senza credere.

Ma il passaggio più importante è quello in cui papa Bergoglio osserva: «Io credo in Dio. Non in un Dio cattolico, non esiste un Dio cattolico, esiste Dio». Altra pausa che ci mozza il fiato: «Questo è il mio essere, le sembra che siamo molto distanti?», chiede a Scalfari. E sulla politica aggiunge, in modo non meno stupefacente: «Personalmente penso che il cosiddetto liberismo selvaggio non faccia che rendere i forti più forti, i deboli più deboli e gli esclusi più esclus: ci vuole grande libertà, nessuna discriminazione, non demagogia e molto amore». Che straordinario precetto.

Quello che papa Francesco dice, mette in gioco lui stesso, il suo ruolo, la sua stessa Chiesa. Qualcuno minimizzerà, qualcun altro enfatizzerà. E invece, a me sembra che il punto davvero rivoluzionario dell’intervista Scalfari sia un’idea di fondo ancora più radicata e forte: o il cattolicesimo mette in discussione tutto se stesso, per salvare la sua fede ed il mondo intero, oppure ha già perso. Papa Bergoglio può compeire questa operazione di salvataggio solo spogliandosi di tutto, in virtù del sua carisma e della fiducia nella bontà del suo messaggio. O la sua rivoluzione del dubbio vince e salva la Chiesa, oppure il suo successore, rischia di essere solo un clericale in abito bianco, che avrà molta difficoltà a restaurare il proprio ruolo.

Twitter: @lucatelese

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