Senza immigrati non avremmo Google e Facebook

Cosa insegna la strage di Lampedusa

Lo dico a tutti quelli che di fronte ai morti e ai naufraghi di Lampedusa dicono: «Portàteli a casa vostra». Non avete idea di quanto siete vicini alla verità. Portarli a casa nostra, infatti, è meglio che respingerli o affondarli. Il bello è che a sostenere questa tesi non sono le bestie nere della Lega, Papa Francesco, la Kyenge o la Boldrini, i buonisti, i Papa boys, o i ragazzi dei centri sociali, ma un pugno di miliardari americani. Il primo di questi realisti anti-frontiere è il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, che solo pochi mesi fa ha deciso di sostenere la riforma dell’immigrazione in America, persuaso che se non si danno più visti immigrazione, anche tra i cervelli della Silicon Valley, dove una start up su tre nasce da pionieri cresciuti fuori dagli Usa, ci sarà un pericoloso impoverimento intellettuale. L’iniziativa di Zuckerberg (che non a caso si chiama Zuckerberg, non Smith o Brown e ha le sue radici nei ghetti dell’Europa, non nelle praterie americane) dovrebbe spiegare molto bene che le frontiere blindate sono un problema per chi le solleva, e non solo per chi le subisce. E che nel tempo della modernità il grande tema è chiedersi come regolamentare gli accessi, non ingegnarsi su come chiudere le porte. Lo dico perché a una argomentazione cinica si risponde meglio con una argomentazione tutta economica, che non ha nulla di caritatevole o di umanitario.

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«Le nostre leggi sull’immigrazione sono del tutto inefficienti», ha detto al Financial Times Prerna Gupta, una delle fondatrici di Khu.sh, una start up che dal 2009 sviluppa applicazioni per la musica. Figlia a sua volta di un immigrato indiano, Gupta ha raccontato un caso che dovrebbe essere studiato nelle scuole del futuro, dal momento che non è riuscita a fare entrare nel Paese un altro dei fondatori della società, un ingegnere cinese che aveva elaborato il codice per le applicazioni. «La nostra normativa ci ha ralletantato molto», ha spiegato Gupta, raccontando che ha dovuto attendere mesi prima che qualcun altro potesse ricostituire il codice. 

Chissà che cosa direbbe la Kupta se potesse conoscere il pasticciaccio italiano della legge Bossi-Fini, quel paradosso per cui se gli immigrati affondano li dobbiamo salvare perché prevalgono la legge del mare e le convenzioni internazionali, ma se sopravvivono e non ottengono il diritto di asilo, dobbiamo invece chiuderli dentro un lager a cui – per lavarci la coscienza – abbiamo dato nomi asettici (come Cie), o beffardi (come Cara). A quelli che dicono l’Italia non può scoppiare basterebbe ricordare che l’Italia ospita 54mila rifugiati, la Francia 260mila (con un numero di abitanti molto vicino al nostro), e la Germania addirittura 550mila, dieci volte più dei nostri. Molti di quelli che bussano alle porte di Lampedusa spesso non hanno la minima intenzione di restare nel nostro Paese: siamo solo la prima dolorosa tappa verso altre destinazioni.

Vorrei ricordare a quelli che «Allora portàteli a casa vostra» una cosa: le politiche più repressive, non sono fallite sul piano umanitario (non solo, almeno), ma soprattutto su quello pratico. Non hanno risolto il problema, non hanno fermato la valanga. Non possiamo scoprire stupiti di essere una meta dopo aver bombardato la Libia. Non possiamo fingerci stupiti dopo aver rischiato un attacco in Siria, e aver ignorato due anni di guerra civile in quel Paese, centomila morti, migliaia e migliaia di profughi. Se gli immigrati si mettono in mare, se le madri affogano tenendo i figli sopra la testa a Lampedusa, non è perché hanno sentito parlare la Boldrini (che dice cose sensatissime, ma di cui loro ignorano l’esistenza) ma piuttosto perché in Kenya, a Dadaab, c’è il campo profughi più grande del mondo, dove 500mila uomini che ogni giorno l’alto commissariato dell’Onu fatica a sfamare, sono oggi in balìa dei trafficanti di vite. Se la soluzione che immaginano i leghisti è «aiutarli in Africa», possono fregarsene di Papa Francesco e di Zuckerberg, e andare direttamente in Kenya, a dare una mano.

Twitter: @lucatelese 

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