Tutti i fedelissimi spiazzati dalla retromarcia del Cav

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«Non abbiamo ancora deposto la speranza di pacificazione del Paese, la conserviamo ancora». Silvio Berlusconi ha appena preso la parola nell’Aula di Palazzo Madama e tra banchi del Pdl qualcuno inizia a guardarsi attorno stupito. Ancora pochi istanti e davanti agli attoniti presenti, arriva l’annuncio che ormai in pochi si aspettavano. «Abbiamo deciso non senza travaglio – scandisce l’ex premier – di esprimere un voto di fiducia a questo governo». Ma come? Tra gli applausi dei suoi senatori c’è chi non nasconde la sorpresa. Fino a pochi minuti prima il Cavaliere aveva sancito lo strappo. Nell’ultima riunione del gruppo parlamentare era stata presa la decisione irrevocabile: sfiducia al governo. E poi? A parte i pochi dirigenti che hanno concordato in extremis il cambio di programma, quasi tutti i pidiellini sono presi in contropiede. In certi casi l’effetto è quasi imbarazzante.

È il caso delle due sottosegretarie Michaela Biancofiore e Simona Vicari. Decise a seguire fino alla fine la linea del capo, in mattinata risultano le uniche esponenti del Pdl ad aver lasciato il posto di governo. Rimarranno le sole, visto che il ripensamento del Cavaliere conferma l’impegno del partito nell’esecutivo. Del resto fino a pochi minuti dall’inversione a U del Cavaliere l’ex ministro Altero Matteoli ammoniva i giornalisti a Palazzo Madama: «Il Pdl voterà compatto la sfiducia a Letta». E il futuro del partito? «Faremo opposizione». Altrettanto sicuro il presidente della commissione Finanze della Camera Daniele Capezzone. «Mi pare sacrosanta la decisione del gruppo Pdl al Senato di votare NO e quindi la sfiducia al governo Letta», così un suo comunicato poco prima della retromarcia berlusconiana. 

Difficile immaginare la sorpresa del direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti, che stamattina scriveva: «Alfano tradisce. Un pezzo del Pdl passa con la sinistra in cambio di poltrone». Ma a qualcuno va persino peggio. Quando ancora sembra scontato il no di Berlusconi al governo Letta, il coordinatore pidiellino Sandro Bondi prende la parola in Aula. Più che un intervento, la sua è una maledizione all’esecutivo. «Questo governo è morto il giorno della sentenza della Cassazione» spiega. Poi lancia l’anatema. «Avete spaccato il Pdl, ma fallirete. Potete avere tutto, formare il governo, estromettere Berlusconi e riuscire a spaccare il nostro partito. Ma io non assisterò a questa umiliazione dell’Italia». Come dar torto a Bondi… E chi se l’aspettava un cambio di linea così repentino? 

Eppure il Cavaliere decide di sparigliare le carte. A nemmeno un’ora dall’inizio delle votazioni, l’ex premier annuncia l’inatteso sostegno al governo delle larghe intese. Dopotutto negli ultimi due giorni il rischio di finire ai margini della politica italiana è diventato concreto. Così come il timore di vedere spaccato il suo partito, ormai diviso in due tronconi tra favorevoli e contrari all’esecutivo. Meglio una strategica retromarcia. A farne le spese è il senatore Mario Ferrara, il presidente del gruppo Grandi Autonomie e Libertà. Costretto a intervenire per le dichiarazioni di voto prima del Cavaliere – all’oscuro dell’imminente cambio di programma – in Aula attacca duramente il premier Letta. «Nel suo discorso non ha mai parlato di pacificazione». A fine giornata risulterà l’unico esponente di centrodestra ad aver sfiduciato l’esecutivo.  

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