“Briganti” contro il Cavaliere

Decadenza e voto segreto

Che tristezza! La Giunta per il regolamento del Senato ha disonorato tutti gli avversari pensanti di Berlusconi, che per giunta rischiano di ritrovarsi senza parole. D’ora in poi, alcune frasi e battaglie, come quelle contro un ventennio di leggi ad personam e conflitti d’interessi, saranno considerate fuffa; e non perché avranno perso il loro senso e valore, ma perché non si potrà più dire di averle combattute con onore. La “guerra” e la sua battaglia finale hanno bisogno di una buona reputazione, soprattutto quando l’avversario o il pensiero contro cui si combatte è tra i più insopportabili e l’argomento principale di contrapposizione è il rispetto della legge. 

È capitato ancora. In Italia capitano sempre le stesse cose. Difficile è tenerle a mente. La vita di Mussolini terminò in esecuzione del decreto per l’amministrazione della giustizia e l’ultimatum del 19 aprile 1945. Dopo averlo ammazzato, però, qualcuno pensò di esporlo a testa in giù a piazzale Loreto. In nessun articolo del decreto e dell’ultimatum era previsto il ludibrio  fu così che Sandro Pertini sentenziò: «l’insurrezione si è disonorata». E Ferruccio Parri tuonò disgustato contro la “macelleria messicana” dei cadaveri fatti appendere.

Tante volte il peso disonorevole e impietoso di quella scena ha dato fiato – e scuse – a sentimenti di nostalgia per la camicia nera, contro cui l’Italia repubblicana ha dovuto fare tristemente i conti. Ma la storia insegna poco se non la si legge con l’animo giusto, sgombro dalla tentazione di infliggere il colpo vincente con una scorciatoia tattica, merce pubblicizzata nella prima pagina del catalogo se-non-ora-quando delle carriere politiche.

Ora, che Berlusconi non sia Mussolini e che la decadenza non somigli a un omicidio, è chiaro; ma che sarebbe stato lecito aspettarsi che i componenti della Giunta per il regolamento, allontanandosi un po’ dalla tendenza a lisciare il pelo ai tweet e ai post, si fossero sentiti un po’ più irretiti da Pertini e Parri, non è un’attesa da stralunati. Per Pertini l’insurrezione si disonorò perché l’esposizione di Mussolini a piazzale Loreto, col corpo penzolante, era avvenuta violando le regole.

Il problema è tutto qui. Il regolamento del Senato, per tornare a noi, prevede “comunque” il voto segreto quando si tratti di decisioni “riguardanti persone”. “Comunque” è scritto. Significa “come mai”. La disciplina e l’onore dovrebbero orientare le funzioni pubbliche, dice la Costituzione. Far finta che quel “comunque” non sia scritto nel regolamento del Senato è una condotta indisciplinata e disonorevole.

Travolgere il diritto, accreditando ancor più il populismo legislativo, plasmato su opinioni e leggi-manifesto che servono solo al consenso popolare, è in fondo ciò che molti hanno opportunamente contestato – e con fierezza – al ventennio berlusconiano. Che Berlusconi possa terminare la sua esperienza da parlamentare italiano di questa legislatura con una violazione del diritto, la stessa cosa che a lui si obietta con assiduità, non può augurarselo nessuna persona di buon senso. Sarebbe nemesi ingiusta, cioè un paradosso detto con due parole.

Diversamente mi sembra di vedere già la scena. Una video lettera, annunciata qualche giorno prima per creare suspense ed audience, che dopo la rielaborazione di concetti sentiti più volte terminasse con il solito «noi vogliamo l’Italia dell’amore, della libertà e del diritto» e in un crescendo lirico farci sentire addirittura S. Agostino con il suo «togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?». 

E a quel punto “briganti” potrebbero essere chiunque, magari anche quelli che senza mai sedere in Parlamento o in qualsiasi assemblea elettiva hanno combattuto, con continuità, razionalità e senza pregiudizi, la politica ventennale di Berlusconi. Questo non si può francamente accettare, perché il guaio è che sarebbe addirittura vero.

* consigliere Regione Puglia, Partito Democratico