Portineria MilanoLa guerra sotterranea per la grazia a Silvio Berlusconi

Clemenza

Come «un elefante in un negozio di porcellana» inizia a delinearsi la grande partita sulla concessione della grazia a Silvio Berlusconi. È la battaglie delle battaglie, il terreno su cui si giocherà il destino umano e politico del Cavaliere, ma soprattutto quello del governo di Enrico Letta e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. L’incrocio è letale. Riflette quasi vent anni di berlusconismo, gli scontri con la magistratura, quelli interni alla magistratura, la storica opposizione di una certa sinistra giustizialista all’interno del Partito Democratico come la morsa del Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo.

Eppure a poco a poco – in una fase più che mai delicata per l’esecutivo dopo le bordate contro il ministro di Grazia e Giustizia Annamaria Cancellieri sul caso Fonsai –  la macchina ha incominciato a muoversi. E diventerà di attualità il 28 novembre, il giorno dopo che l’aula di palazzo Madama avrà sentenziato con tutta probabilità la decadenza del Cavaliere. Hanno aperto le danze le anticipazioni del libro di Bruno Vespa “Sale, Zucchero e Caffè“, dove il leader del centrodestra, rivolgendosi al capo dello Stato, ha detto chiaro e tondo, “mi dicono che per avere la grazia bisogna aver iniziato a scontare la pena. Dunque, sarebbe ancora in tempo». 

Sono di ieri poi le indiscrezioni uscite sul quotidiano Il Tempo, giornale di centrodestra dove il gran mediatore Gianni Letta è stato padrone incontrastato per tanti anni. A quanto pare, secondo il quotidiano diretto dall’ex giornalista del giornale Gianmarco Chiocci, i figli di Berlusconi avrebbero già formalizzato la domanda di grazia. Sul punto, si legge nel retroscena, il Cav avrebbe dissentito, sostenendo che Napolitano non sarebbe pronto a concedergliela se non in caso di «addio definitivo» alla politica oppure che fosse «lui in persona» a domandarla, ovvero accettando la condanna per frode fiscale sul caso Mediaset. 

Niccolò Ghedini si è affrettato a smentire: «La notizia apparsa sul quotidiano ’Il Tempo’» ha detto l’avvocato «riguardante l’asserita presentazione di una domanda di grazia al presidente della Repubblica da parte dei figli del presidente Berlusconi, è destituita di ogni fondamento. Nessuna istanza in tal senso è stata mai presentata e tutte le ricostruzioni e i retroscena sono palesemente frutto di fantasia». La cosa però è circolata con insistenza ieri nei palazzi romani. E i piccoli berlusconi non hanno detto niente a riguardo. 

A quanto pare il Colle non ne sarebbe stato sfiorato neanche di striscio, anche perché per Napolitano fa fede quanto scritto lo scorso 13 agosto, quando i quotidiani di centrodestra iniziarono a parlare «di un atto di clemenza» per Berlusconi. In questi mesi quel discorso del Capo dello Stato è stato riletto più volte a palazzo Grazioli. E vale riproporne alcune parti per capirne meglio i passaggi. Napolitano partì dall’«articolo 681 del Codice di Procedura Penale, volto a regolare i provvedimenti di clemenza che ai sensi della Costituzione il Presidente della Repubblica può concedere, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. La grazia o la commutazione della pena può essere concessa dal Presidente della Repubblica anche in assenza di domanda». 

Poi precisò: «Ma nell’esercizio di quel potere, di cui la Corte costituzionale con sentenza del 2006 gli ha confermato l’esclusiva titolarità, il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, né dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonché dalla prassi seguita in precedenza». Infine: «Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso – sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia – per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale». E che infine «essenziale è che si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese». Quindi rispetto delle procedure, attenta valutazione del caso da parte del Guardasigilli e un clima disteso nei confronti della magistratura.

Una manciata di righe che non lascia spazio a interpretazioni. Se il Cavaliere vorrà avere qualche speranza di ottenere la grazia dovrà richiederla rispettando la sentenza, risparmiandosi attacchi o bordate contro i magistrati. Compromesso difficile, anche perché tra i falchi pidiellini c’è chi vuole sfruttare la situazione «carceraria» del Cav in vista delle prossime elezioni europee. Ma se Atene piange Sparta non ride. Perché anche la categoria delle toghe è più che mai in fermento in questi giorni, dopo gli scossoni interni a Magistratura Democratica per l’uscita del magistrato Giancarlo Caselli critico su un testo dello scrittore Erri De Luca sugli anni di piombo. E che sia Md a esplodere, la corrente più osteggiata dai berluscones, fa comunque riflettere certi ambienti, per una categoria che si appresta il prossimo anno al rinnovo di un Csm nominato durante l’ultimo governo Berlusconi e con un vicepresidente di centro di nome Michele Vietti.  

Non solo. A sentire alcune voci provenienti dai palazzi romani le bordate contro la Cancellieri sul caso Fonsai per l’aiuto a Giulia Ligresti in carcere, vedrebbero sullo sfondo proprio l’atto di clemenza per il Cavaliere. Perché in fin dei conti sarà proprio la Cancellieri a ricevere la domanda di grazia e valutarla, prima di inviarla al Quirinale. «E cosa farà dopo che è già stata accusata di essere connivente con il sistema?» si domanda un politico di lungo corso che conosce bene le istituzioni della Repubblica. Anche per questo motivo negli ultimi giorni continuano a circolare voci su un possibile cambio in corsa al ministero

Si parla diffusamente di possibili nuovi candidati. Tra questi c’è Donato Bruno, avvocato pugliese, politico stimato anche nel centrosinistra, deputato e membro della giunta del regolamento. E c’è persino chi azzarda il nome di Gianni De Gennaro, l’ex capo del Sismi, ora presidente di Finmeccanica, ma servitore dello stato e attento conoscitore dei gangli della macchina statale. Spifferi che non fanno altro che aumentare l’attenzione su una situazione che appare solo agli albori, ma che potrebbe esplodere proprio a nella primavera del 2014, quando la condanna per Berlusconi diventerà esecutiva. C’è ancora tempo, ma tra i pidiellini c’è chi ha voglia di forzare la mano, per iniziare il pressing. E Matteo Renzi, candidato alla segreteria del Pd, ieri ha aggiunto benzina sul fuoco, attaccando proprio la Cancellieri: «Se fossi stato il segretario del Pd non avrei difeso la Cancellieri e credo avrebbe fatto un favore al Paese se si fosse dimessa».  

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