E famme respirà: ascesa e declino del cafone borghese

Analisi puntuale

Ci sono cose imbarazzanti da confessare. Sono verità costruite su convinzioni che trascendono l’intellettualismo e si perdono tra le nebbie del pensiero comune, eppure sono sacrosante. Ovvietà maledette e imperdonabili. «Mi piacciono le bionde» ad esempio, o «sono stato D’Alemiano». Ecco, io non mi vergogno di affermare entrambe, anzi ne faccio vanto e bandiera quando mi sento di imbracciare la mia autostima e la mia autonomia professionale. C’è però una terza presa di posizione che abbatte le prime due per sfacciataggine e che – devo dire purtroppo – non posso annoverare tra i miei slogan di emancipazione: «a me piacciono i cinepanettoni».

Va bene, può sembrare un complicato esercizio di doppia auto-negazione, costruito per camuffare un’affermazione snob, ma non è così. Fino a qualche giorno fa, quando al direttore è venuto in mente che sarebbe stato bello celebrare i trent’anni dal primo Vacanze di Natale – gli onori a chi li merita, amico mio –, non avevo mai visto un cinepanettone per intero. Conoscevo le clip, gli spezzoni raccattati su YouTube, i tormentoni, ma non conoscevo trame, ambientazioni, implicazioni del genere. Capiamoci, nel paniere del mio trash capeggiano titoli come Yuppies, Sapore di mare – che poi è quello che ha acceso la miccia – e tutta la saga fantozziana mandata a memoria, ma i cinepanettoni non mi hanno mai attratto. Di più, posso dire che solo a sentirne parlare mi hanno sempre annoiato molto, sarà che il cafonal in sé non mi affascina, anzi mi frastorna con quel suo chiasso ostentato. Però De Sica, come persona, mi piace, ed è con questa convinzione che mi sono fatto forza e mi sono immerso nel viscido liquame del filmone natalizio. 

Un mio caro amico fissato con le scarpe a doppia fibbia, la cura dei baffi e i polsini alla francese declama spesso frasi in chiave birignao del tipo di «Zartolin, la mutanda», che fino a poco tempo fa mi erano piuttosto oscure, e quando ha saputo della mia operazione di recupero nozionistico si è precipitato a telefonarmi e recitare per intero le parti del Dogui – Guido Nicheli – a partire da «fai ballare l’occhio sul tic». E a vederlo è un dandy insospettabile. Però è proprio questo che sorprende, l’apparente trasversalità dei cinepanettoni che toccano e affascinano le persone delle più disparate provenienze, imprimendosi nell’immaginario sulla lunga distanza e non andandosene più. In maniera, si direbbe, inconsapevole ma benvoluta. Il cinepanettone si inculca là nei nostri anni peggiori, dove ce ne dimentichiamo, e cresce con noi mentre diventiamo persone rispettabili, salvo ricomparire un giorno travestito da goliardia, quando finalmente siamo fuori dalla portata delle critiche. E il trash è il nuovo chic.

C’è poi il modo in cui un uomo tanto affezionato alla propria levatura e alle proprie origini da allargare le narici ad ogni frase, dall’impostazione quasi aristocratica e il gusto di un baronetto come Christian De Sica, riesce a pilotare con straordinaria abilità il suo alter ego non comico ma grottesco, volgare e un-tanto-al-chilo, che emerge in battute che in genere finiscono con «e famme na pompa!» sulle quali il grezzo pubblico in sala va in visibilio. Da precisare che a un certo punto di questa storia, non lontano da quel 1983 che ha dato avvio al tutto, ma abbastanza al largo nella deriva artistica dei film vacanzieri, la linea dura della comicità scorreggiona è stata affidata quasi in toto alla figura carnevalesca di Massimo Boldi. Con quell’aria vagamente ammiccante al leghismo militante. Azzerando scientificamente ogni esile pretesa di stile. 

Ho cercato di assorbire l’evolversi del genere con metodo, visto che ne ero completamente digiuno. La cosa più semplice, a livello puramente cognitivo e per avere un termine di paragone valido, era scegliere un filo rosso che collegasse la mia piccola rassegna. Ho scelto di arroccarmi sulla geografia, partendo dall’ambientazione di Vacanze di Natale. Così, dopo il capostipite, ho guardato Vacanze di Natale 2000 e Vacanze di Natale a Cortina, in modo da avere un’idea dell’evoluzione del fenomeno con un ritmo ben scandito nel corso dei trent’anni. Mi sono concesso una sola, brevissima, digressione in dieci minuti di Natale a New York, per vedere cosa sarebbe successo perdendo i riferimenti fissi. È stato un grosso errore, ma procediamo con ordine.

Ecco le cose che mi sono appuntato, così come vengono.  

La società

La cosa evidente, anche senza seguire con attenzione il corso degli eventi che hanno amplificato la critica di pari passo con gli incassi, è che il drammatico calo qualitativo dei cinepanettoni è l’espressione di un cambiamento di pubblico. La faccio facile: Vacanze di Natale, che venne proiettato per la prima volta il 23 dicembre 1983 ed era destinato a fare tre miliardi di lire al botteghino, partiva dall’assunto che il pubblico in sala, pur riconoscendosi in alcuni degli stereotipi italioti riportati sullo schermo, fosse superiore a ciò che stava guardando. Potesse riderne. Era una presa in giro del grottesco, cucinata anche con una certa finezza, della quale è rimasta solo un’ombra sterile che echeggia in alcuni atteggiamenti del già citato De Sica. Ora – o per lo meno fino a Vacanze di Natale a Cortina, del 2011 e che ha incassato quasi dodici milioni di euro, anche perché viste le premesse avrei un po’ paura a infilarmi in un cinema per vedere l’ultimo – la questione è spostata sullo status symbol che i cafoni arricchiti delle pellicole sono arrivati a rappresentare. Il pubblico, in pratica, non ride più di loro ma con loro, ammirandone – nemmeno troppo in segreto – la volgarità ostentata e prendendo esempio.

La società del 1983, che colava fuori dalla pellicole firmate Vanzina, era semplice, confusa, ma orgogliosa. Quella che appare nei film più recenti è soltanto cafona, vive dello scimmiottamento della ricchezza e della fascinazione per il VIP, che si traduce in fenomenali colpi di fortuna, la cui massima aspirazione è quella di cenare allo stesso tavolo con le celebrità per fare invidia al cognato di turno. Mentre il pubblico ammira sognante, senza più critica ma con grande meraviglia.

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Le donne

Se nel primo film le protagoniste femminili erano, pur con un vago senso di maschilismo, complessivamente raffinate – e attrici per lo meno decenti – la cui sensualità era velata dagli sguardi maliziosi e da appena un’ombra di seno attraverso il vedo-non-vedo del reggipetto di Karina Huff, da Vacanze di Natale 2000 si delinea già una tendenza a buttare tutto nel calderone dell’industria tette-e-culi. Basti pensare alla sfilata siluettante e improbabile di Megan Gale – io non me la ricordavo più, ma era la cavallona australiana delle pubblicità della Omnitel – in tacchi alti su un marciapiede ghiacciato. Per non parlare della sfilza di scene in cui, per combinazione o per malizia, compaiono forme in bella vista senza apparente motivo, e che ormai sono diventate un classico del genere tanto che io, sempre per ostentare la mia non-appartenenza, pensavo che solo di questo si trattasse.

Le gag visive

C’è di più, ma non molto. A un certo punto compare Boldi, scompare il Dogui, e le gag visive si moltiplicano sensibilmente a discapito dei giochi di parole e degli equivoci. Quello che in Vacanze di Natale veniva speso immediatamente dall’immenso Mario Brega con «a Ursus, pure qua stai!» dopo una palata di neve in testa, e tornava solo in un paio di occasioni facilmente trascurabili – De Sica che si schianta con gli sci, ad esempio – è già tormentone nel 1999. Una mazzata nelle palle ogni cambio di scena, scandita non più dal romanesco gretto ma delicato del maestro Brega, ma da versi sempre più sguaiati. Fino ad approdare all’inutile e fastidiosa macchietta borgatara sempre presente e sempre meno apprezzabile che, in sostanza, ripete a pappagallo la stessa battuta per tutto il film – grazie, grazie, grazie, Patata. 

Boldi poi, è un campionario di versi da avanspettacolo clownesco, lingue di fuori e faccioni stupiti per quella che si direbbe una patologia grave legata all’isteria. La cosa tragica è che, sempre raffrontando i tre elementi che ho considerato, pare che si sia scelto di adottare questa come cifra portante dei film, preferendola alla prima linea comica degli equivoci, più semplice ma decisamente più decorosa. Non mi stupisce la dichiarazione di Enrico Vanzina, anni dopo il cambio alla regia in favore di Neri Parenti: «mi fa ribrezzo la sola parola [cinepanettone], è una cosa che mi fa schifo».

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Il problema della lingua

Ecco, questa è la cosa che ha rovinato tutto. Dopo qualche ora di attenta ispezione degli elementi, ero arrivato in fondo ai tre film masticando un certo senso di soddisfazione. Avevo le mie conclusioni, non mi serviva altro. Ero persuaso della parabola discendente che aveva colpito il filone dei filmacci natalizi, ma pensavo provenisse da un primo esperimento tuttavia dignitoso e ragionevole – figlio, non per niente, di una tradizione comico-grottesca invidiabile. Ero pronto a cambiare il mio punto di vista, a spostare, anche se non di moltissimo, il tiro su un parziale recupero. Poi ho dovuto iniziare a guardare Natale a New York e il problema della lingua mi ha stordito.

C’è questa faccenda degli americani doppiati senza alcuna inflessione, e del fatto che tutti capiscano tutti senza problemi. Parlano tutti lo stesso italiano, anzi gli stranieri ne parlano uno ancor più compito, in perfetta dizione e con una proprietà di linguaggio invidiabile a confronto con il panorama dilettale sciorinato dagli attori nostrani. Cosa diamine vorrebbe dire? Perché la scelta di appiattire completamente anche l’unico possibile appiglio alla realtà ancora esistente, al netto di tutte le porcate di cui – va detto – sono infarciti i cinepanettoni? 

La risposta, almeno per me, è tanto ovvia quanto triste: il pubblico che fa sbancare al botteghino, quello di aficionados del genere, avrebbe non poche difficoltà a comprendere qualsiasi tipo di adattamento della lingua straniera, specialmente dell’inglese. Sottoporre questo tipo di pubblico alla brutalità del sottotitolo, anche se sporadico, sarebbe un autentico disastro. D’altronde tornare ai vecchi fasti e proporre un film solo una volta ogni qualche anno, senza scomodare località esotiche, affosserebbe un piano ben congegnato per mangiare quanti più soldi possibile in un lasso di tempo relativamente limitato.

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Le conclusioni

Non ho conclusioni entusiasmanti, o che si discostino abbastanza da quella che è la realtà che da trent’anni abbiamo imparato a conoscere. Negli ultimi tempi si parla sempre più spesso di un declino del cinepanettone e di una possibile chiusura del ciclo. Quello che penso è che quando questa storia finirà veramente, come da tradizione il cinepanettone verrà elevato allo stadio di cult. Chissà che quest’anno non sia la volta buona, anche se comunque non vedo all’orizzonte niente in grado di salvare la faccia ai classici della porcata. Dopotutto, per tornare al citazionismo con cui ho incominciato: «io, de cinema, nun c’ho mai capito ‘n cazzo». 

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