Fast Animals and Slow Kids: la cosa più rock da 50 anni

Intervista alla band perugina

I Fast Animals and Slow Kids sono un miracolo. Per la musica che fanno, per il successo live che stanno ottenendo da questa estate (70 date negli scorsi mesi, la targa come miglior band live al MEI, e ora, pronti via: un nuovo tour nei locali) e per le persone splendide che sono. Vengono da Perugia e ne fanno un vanto. Hanno ragione: la loro musica una volta tanto non va a inserirsi in nessuno degli ampi solchi autoreferenziali dell’indie italiano, ma va a scavarne uno completamente nuovo, senza farsi problemi a tirare in mezzo influenze emocore e post-hardcore, unendo l’irruenza punk ai riff rock più classici. I FASK suonano epici come nessuno in questo momento alle nostre latitudini, e il malessere delle liriche unite alla botta adrenalinica del sound fa scattare già al primo ascolto qualcosa di unico, una specie di ossimoro dei sentimenti: una voglia di violenza e di amore per tutti, contemporaneamente.

Eravamo già andati a sentirli quest’estate in un Magnolia bollente, con un pubblico che cantava e pogava senza sosta e li abbiamo ritrovati ora al BIKO, sempre in quel di Milano. La scaletta del live, a parte un paio di momenti estratti dal precedente Cavalli, è sempre e giustamente incentrata sull’ultimo, folgorante, Hýbris. Il più classico dei dischi della svolta: songwriting decisamente migliorato, suoni cucinati a puntino, intensità alle stelle e pura empatia per le orecchie. E, soprattutto, disponibile in free download: mossa che ha permesso alle persone di innamorarsi del disco, di presentarsi carichi ai concerti e – come ci conferma Alessio Mingoli, il batterista dei FASK – di andarsi a poi comprare la versione in vinile o in CD.

Genuini come gli strangozzi al tartufo, a cavalcioni di un’onda che non smette di montare, i FASK non si risparmiano. Dal primo all’ultimo accordo il concerto è una botta di ecstasy. Il suono esce perfetto dalle casse del BIKO, la chitarra di Alessandro Guercini è il metronomo su cui la precisione di Jacopo Gigliotti al basso e di Alessio Mingoli alla batteria fanno deflagrare i pezzi. E poi c’è Aimone Romizi, voce e chitarra ritmica. Un torrente in piena: si sgola, ringrazia, si batte sul petto quando si accorge che chi è sotto al palco sta cantando in coro più forte di lui, racconta i pezzi, lancia il pogo e scende in mezzo alla gente microfono in mano per dimenarsi, abbracciare e cantare con tutti.

Nessun bis, i FASK non sono una band che si fa pregare o che vuole prendersi troppo sul serio, e suona emozionante la frase di Aimone in chiusura, quando chiede a tutti un applauso perché: «Grazie a voi, forse da grandi facciamo i musicisti, mannaggia al cazzo!».

Posàti gli strumenti, i quattro ragazzi non se ne vanno nel backstage, fanno a turno al banchetto, e parlano con tutti, con la semplicità dei ventenni a cui nessuno ha mai insegnato il significato di “band rivelazione del 2013”.

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Scemata la gente e smontato il palco, ci piazziamo tra i divani e il pavimento del backstage e ci facciamo una chiacchierata rilassata, caotica il giusto nell’accostamento degli argomenti e per nulla convenzionale – come se fossimo nel tepore di un bar la domenica pomeriggio, invece che nel freddo di Milano Sud, alle due di notte, di un martedì. Stiamo per attaccare con le domande, quando ci accorgiamo che due di loro tengono in mano un BrancaMenta.

Perché il BrancaMenta?

Ok, non dipende dai Derozer. Non c’entra con quel retaggio di punk italiano lì. Che c’è, ma non è per quello. È che è l’unico amaro che tu lo bevi, e non ti puzza l’alito. Perché c’è la menta, e allo stesso tempo l’alcol, un’accoppiata incredibile.

Parliamo di cibo. La cosa più buona che avete mangiato in tour.

Sushi. Noi siamo chiaramente per quelli lì un po’ scrausi. Non proprio all’ammasso, ma che comunque puoi sfondarti. E vi diremo di più: quando veniamo qui a Milano, a pranzo andiamo sempre nello stesso posto. Si chiama il Ristorante della nonna, che è un coreano poi, ma fa anche il sushi. Ci andiamo proprio con i paraocchi, non sappiamo neanche bene dov’è: lo mettiamo nel navigatore e via.

La cosa più buona che avete vomitato in tour.

Arriviamo a Como, era il tour di Cavalli, all’aperto, d’estate. Gli organizzatori avevano avuto la pazza idea di ospitarci in questo ristorante in cui potevamo scegliere quello che volevamo, e chiaramente siamo andati in stile prendo 70 primi, 816 paste, 300 secondi. Fatto sta che Jacopo sceglie, con delicatezza, il risotto alla milanese con un ossobuco gigantesco, e come secondo, l’apice: un filetto di pesce spada. Enorme. Quindi suoniamo e quando arriviamo a fine concerto, all’ultimo pezzo, A cosa ci serve – dove c’è una parte di solo basso – a un certo punto non si sente più nulla e c’è Jacopo chinato, sul palco, che vomita dando le spalle al pubblico. E poi, una volta finito ha ripreso a suonare. La cosa fantastica è stato poi a fine concerto, un signore anziano, con i capelli bianchi e la coda, che ci ha detto: «Ragazzi, è la cosa più rock che vedo da almeno 50 anni».

E a Perugia, dove andiamo a mangiare?

Civico 25, via della Viola. Che è di livello supremo, un pochino ricco. Invece, sempre livello supremo, ma più “sei un poveraccio di merda”, è dove andiamo sempre noi: Pizza Fresh, che in realtà è un bar.

Partiamo con la musica. La canzone che vi siete scassati di fare.

Lei. Ci ha rotto le palle. Anche se la parte in cui suonavamo tutti insieme, fino a che a non si è rotto il pedale di Orso [Alessando, il chitarrista, NdR] ci gasava un botto.

La canzone che ancora non riuscite a scrivere.

[Aimone]: Me l’han già fatta questa domanda e avevo risposto Because dei Beatles

[Alessio]: No! Quella è la canzone che avresti voluto aver scritto.

[Aimone]: Eh, ok, è la canzone che non sarei mai riuscito a scrivere. È uguale!

[Alessio]: Non è uguale. Quella esiste. È come se dicessi: che sfiga, Because esiste già e però non riesco a riscriverla uguale!

[Alessandro]: Gli accordi son su Internet, eh!

[Aimone]: Checcazzo di domanda è quindi?! Boh, non lo so allora. Ancora non l’abbiamo scritta!

Avete fatto scaricare il disco al mondo. Perché?

Siamo nel 2013 e se vuoi trovare un album in rete, lo trovi. Quindi, per bene che ti vada, il tuo album finirà comunque su Internet, ma finisce che chi lo ascolterà, lo ascolterà con una qualità di merda. Quindi, tanto vale darglielo in buona qualità. E poi, lo abbiamo visto sulla nostra pelle: a chi è piaciuto se l’è venuto a comprare.

Vi hanno già paragonati ai Ministri. Negli ultimi tempi, loro urlano sempre meno…

Ah, non vi preoccupate che noi, mannaggia al cazzo, da qui al futuro: soltanto disagio. Il prossimo disco sarà un emblema del “ascoltalo per star male”. E tranquilli: sarà tutto urlato.

Ora una domanda che c’entra niente. Tu, Aimone, sei biotecnologo, vediamo se è vero: descrivici nel minor numero di parole possibili che cos’è una PCR.

Una PCR è un’amplificazione di DNA. Insomma, tu prendi il DNA, lo amplifichi e ce n’hai una quantità vergognosa.

Torniamo sulla musica. La band senza la quale voi oggi non sareste qua.

[Jacopo]: I Tre Allegri Ragazzi Morti.

[Alessandro]: Jimmy Eat World.

[Alessio]: Io sarò un po’ banale, ma: i Nirvana. Come secondo me il 90% delle persone che iniziano a suonare.

[Aimone]: La mia risposta è “mio fratello”. Che proprio mi ha preso e mi ha fatto ascoltare tante tante band. Quindi: le band di mio fratello, è la mia risposta.

E una band di Perugia che meriterebbe di attraversare la penisola?

I Da Hand in the Middle sono fortissimi. Ma c’è tanta roba bella in Umbria: i The Rust and the Fury, gli Heavy Wood. Poi una delle band migliori della storia dell’Umbria sono stati i Dummo.

Il posto più di merda dove avete dormito.

Una volta abbiamo dormito in un negozio equo e solidale, tra i saponi fricchettoni. E in una casa famiglia, a Eboli, con le merendine appese alle pareti, la puzza di fritto: sembrava di stare in The Ring. Pure dentro un locale abbiamo dormito: abbiamo fatto partire  la musica, ci siamo attaccati alla birra e poi ci siamo messi in terra, tutti abbracciati a piangere: «la musica è una merda!».

Un altro aneddoto tosto riguardante il tour (a parte quando vi hanno rubato gli strumenti).

[Aimone]: la volta della casa famiglia, avevamo già tanta roba, ma non avevamo ancora il furgone: giravamo con due macchine e il cachet era 100 euro. Finiamo a suonare in un bar dove non potevamo fare il soundcheck perché c’era la partita. Diamo la prima schitarrata e ci interrompono. «Così non si può,» ci dicono, e quindi finiamo a fare il nostro primo concerto acustico, con gli strumenti elettrici. Una merda. E in tutto questo c’erano quattro persone, compresi il promoter e la sua ragazza. Ed eccoci, finito di suonare, alla casa famiglia. Io non voglio lasciare la chitarra in auto: apro, prendo la chitarra, lascio le chiavi dentro e chiudo la macchina. Morale? È la notte prima del primo maggio e ci troviamo bloccati. Chiamiamo il promoter e il giorno dopo arrivano due amici suoi, due tizi tatuati che con un filo di ferro aprono prima il finiestrino e poi l’auto. Il tutto mentre un bambino mangiava il suo gelato e mi guardava.

E il peggior concerto?

Il giorno prima della casa famiglia e della macchina bloccata. In un ristorante specializzato in carne, che chiaramente a noi ha dato da mangiare la pasta. L’impianto erano tipo delle casse del computer e ci chiedevano di suonare le cover di Ligabue. E in tutto questo, avevamo dimenticato i piatti della batteria il giorno prima a Roma.

La sbronza migliore/peggiore che vi siete presi in tour.

Eravamo a Brescia, al Lio bar. Posto fichissimo. C’era l’open bar e ti davano da mangiare solo toast. Al che ne abbiamo mangiati tre, abbiamo iniziato a bere e abbiamo un po’ perso il controllo. Tipo che si è finiti a vomitare, tutti a turno, sulla macchina del promoter. Ed era il giorno prima di Como, tra l’altro, quando Jacopo a vomitato sul palco. Gran fine settimana.

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