H. P. Lovecraft, a tutto campo

Il Re dell'Horror, prima di King

Domani esce per Mattioli1885 un libro che si intitola Biografia di uno scrittore da quattro soldi e che mette insieme una serie di scritti, inediti in Italia, di H. P. Lovecraft, il grande maestro della letteratura fantastica di Providence, Rhode Island, padre fondatore – anche se in fondo inconsapevole – della letteratura fantastica horror. Il libro si compone di tre brevi scritti squisitamente autobiografici, di un saggio molto interessante sulla letteratura di genere e diuna serie di appunti presi dallo scrittore per eventuali progetti futuri sulla base di suggestioni provenienti da incubi, riflessioni o letture. 

Quella che trovate di seguito è una breve intervista a Lovecraft in persona che ho realizzato per l’occasione. Un’intervista che Italo Calvino avrebbe definito impossibile, e non avrebbe tutti i torti visto che l’autore in questione è stato dichiarato morto all’alba del 15 marzo del 1937 e che non ho visitato nessun averno, inferno o mondo sotterraneo post mortem per farci due chiacchiere. Eppure non c’è nulla, nelle riposte di Lovecraft, che posso dire di avere inventato: è tutta farina del suo sacco. Buona lettura. 

Dicci qualcosa di te. Chi è H. P. Lovecraft?

Sono un tipo così: un cinico materialista con gusti classici e tradizionali, amante del passato, delle sue reliquie e dei suoi modi; un uomo convinto che l’unica ricerca degna

di un uomo saggio sia, in un cosmo insensato, quella del piacere estetico e intellettuale, sotto la spinta di una fervida immaginazione e di una feconda attività cerebrale. Dal momento che non credo in verità assolute, accetto i valori estetici del passato come unico punto di riferimento gli unici valori relativi possibili in un universo altrimenti sconcertante e insoddisfacente. Sono ultra-conservatore in campo sociale, politico e artistico, ma ho vedute estremamente progressiste per tutto ciò che riguarda filosofia e scienze, nonostante abbia 39 anni. Amando la libertà fittizia del mito e del sogno, mi dedico alla letteratura di evasione, ma, essendo altresì ancorato al passato, amo dare ai miei pensieri una patina di antichità. Il mio periodo moderno preferito è il XVIII secolo, mentre tra gli evi antichi prediligo quello virile e autentico della Roma repubblicana; al Medioevo non riesco ad interessarmi, poiché anche i racconti di magia e le leggende di quel periodo mi sembrano troppo puerili per risultare convincenti.

Cosa ti spinge a scrivere?

Il motivo per cui scrivo storie è la soddisfazione di visualizzare con maggior nitidezza, precisione e stabilità le impressioni vaghe ed elusive di meraviglia, bellezza e promessa di avventura provocatemi da certe vedute di paesaggi, architetture, cieli, ecc. idee, eventi e immagini incontrate nell’arte e nella letteratura. Non scrivo mai se il bisogno interiore di esprimermi non diventa pressante, poiché niente suscita il mio disprezzo quanto la scrittura meccanica, commerciale e forzata.

Mi interessa questa cosa della letteratura commerciale, spiegati meglio…

Mi rifiuto di seguire le convenzioni meccaniche della narrativa popolare e di riempire i miei racconti con personaggi e situazioni abusate. Quel che insisto a fare, è cercare di riprodurre atmosfere e sensazioni al meglio delle mie possibilità. I risultati potranno essere miseri, ma preferisco puntare a un’espressione letteraria di valore, piuttosto che accettare gli standard artificiosi di una narrativa scadente.

Perché hai scelto di scrivere letteratura fantastica?

Perché uno dei miei desideri più forti e datati è quello di raggiungere, per un istante, l’illusione di una strana sospensione o violazione degli irritanti limiti di tempo, di spazio e delle leggi naturali.

E perché fai leva sulla paura?

La paura è sia la nostra emozione più profonda e potente, sia quella che meglio veicola illusioni che sfuggono alla realtà ordinaria,

E Lovecraft, di cosa ha paura più di tutto?

Che la vita sia soltanto un sogno ingannevole, e che un orrore lugubre e sinistro sia in attesa dietro la finzione.

E il tempo, cosa mi dici del tempo?

Il motivo per cui il tempo gioca una parte importante in molti dei miei racconti è che, nella mia mente, non vi è niente di più profondamente drammatico e cupamente terribile. La lotta contro il tempo mi sembra il tema più proficuo e intenso di tutto l’esprimersi umano.

Come ti sei avvicinato alla scrittura?
Quando avevo tre anni, o forse meno, ascoltavo con avidità le classiche favole per bambini e, all’età di quattro, i racconti dei fratelli Grimm furono tra le mie prime letture. A cinque anni fui conquistato dalle Mille e una notte, e giocavo per ore a far la parte dell’arabo: mi facevo chiamare Abdul Alhazred, nome che, mi aveva suggerito qualche adulto bendisposto, era tipicamente saraceno. Fu molti anni più tardi, ad ogni modo, che ebbi l’idea di calare Abdul nell’ottavo secolo, e di attribuirgli la creazione del temuto e innominabile Necronomicon!

Lo sanno tutti che di scrittura non si vive. Tu che lavoro fai per vivere?

La mia principale occupazione remunerativa è la revisione professionale di prosa e versi per altri scrittori, un compito odioso, ma più sicuro che l’affidarsi ai rischi della scrittura di materiale proprio, qualora non si producano opere popolari e facilmente vendibili. Scrivo racconti miei non appena ne ho l’occasione, cosa che non accade così spesso quanto vorrei. Non conobbi un mercato professionale regolare fino alla fondazione di Weird Tales, e nutro ancora dei dubbi sul fatto che un altro periodico possa pagare regolarmente per il mio materiale! Accanto all’assoluta sciattezza dei racconti pubblicati su Weird Tales, i miei lavori non sembrano certo malvagi, ma temo che non possano reggere il confronto con la vera letteratura con autentici capolavori letterari come quelli di Poe, Machen, Blackwood, James, Bierce, Dunsany, de la Mare e così via.

Come nasce un tuo racconto?

Solitamente so cosa voglia esprimere prima di cominciare un racconto, ma spesso cambio la trama a metà strada, se il processo di scrittura mi suggerisce una nuova idea. Scrivo tutto a mano, non posso neanche immaginarmi davanti a un’infernale macchina da scrivere – poi revisiono scrupolosamente. Così come scrivo in modo molto rapido il materiale non destinato alla pubblicazione, i brani di prosa con propositi più seri ricevono cure lente e caute; pongo grande attenzione ai dettagli, inclusi ritmo e sfumature, benché il mio obiettivo sia la più schietta semplicità, l’arte che nasconde l’arte.

In che momento della giornata scrivi?

I miei racconti migliori sono stati scritti tra le due di notte e l’alba.

Cosa fai quando non scrivi?

Il mio unico hobby puramente ricreativo è viaggiare alla ricerca del passato, visitando altre cittadine antiche e studiando esempi di architettura coloniale. 

C’è un’idea che avresti voluto sviluppare, ma che non sei mai riuscito a farlo?

Sì, l’idea di un racconto in cui giocare con il tempo e con lo spazio. Me lo immagino così: Centocinquanta anni fa accade qualcosa di inspiegabile. Nel presente, invece, un uomo estremamente nostalgico del passato fa o dice qualcosa che causa l’evento precedente.

Per finire, che consiglio daresti a chi scrive letteratura fantastica?

È l’atmosfera, e non l’azione, il più grande obiettivo della letteratura fantastica.