Racconto di NataleUmano, troppo umano (Una storia di San Giuseppe)

Racconto natalizio

«Dove voi vedete cose ideali, io vedo cose umane, ahi troppo umane»

F. Nietzsche

Una volta fuori dalla grotta, Giuseppe respirò a fondo. Doveva cercare di riordinare le idee. Alzò lo sguardo al cielo stellato e fece schioccare il collo piegandosi sul lato destro. A metà del gesto si rese impietosamente conto che indugiare in gesti meccanici come quello poteva fargli guadagnare qualche altro secondo ma la realtà dei fatti ormai andava coagulandosi inesorabile nella sua testa come un nuvolone scuro che prometteva tormenta. Un fortunale che avrebbe spazzato via le fragili impalcature mentali pazientemente costruite in quei giorni di fuga rocambolesca a difesa della sua dignità. Pensieri elaborati mentre camminava tenendo saldi in mano i finimenti dell’asino sul quale sedeva la donna che amava.

Durante la strada da Nazaret a Betlemme non aveva quasi avuto il coraggio di guardarla, perché sapeva che nonostante quel pancione che tanto lo adirava, sarebbe bastato incrociare il suo sguardo per fargli perdere la poca lucidità che gli era rimasta. Invece Giuseppe voleva sfruttare quei momenti per provare nuovamente ad ordinare secondo un calendario preciso i giorni del periodo incriminato. Ancora una volta però non ci era riuscito. Sulle prime gli era sembrato di ricordare con certezza come Maria in quel periodo fosse stata scostante, addirittura ostile, nei suoi confronti. Lui aveva preso a rimuginarci ossessivamente sopra ma, cosa curiosa, ogni volta che lo aveva fatto gli era sembrato che invece che guadagnare in chiarezza i ricordi si facessero più confusi.  Le immagini si sovrapponevano, l’incrocio di eventi con il quale cercava di creare un calendario, seppur indicativo e precario, gli sembrava d’improvviso solo una griglia incapace di fornire alcun dato realmente utile al suo scopo. Ad esempio: il giorno in cui aveva comprato la giara di terracotta era stato a marzo o ad aprile? Ricordava chiaramente come dopo quell’evento avesse giaciuto con sua moglie. Di questo era sicuro, era la tipica euforia erotica da acquisto di giare. Eppure non riusciva a ricordare in che mese fosse avvenuto l’acquisto. Non lo aiutava neppure pensare al colore del cielo sopra Nazaret in quei giorni, alla temperatura, ai vestiti che indossava. Alle volte gli sembrava che quella mattina il mercato fosse stato ancora sferzato da qualche raffica di vento umido, pallido residuo della stagione invernale, vedeva ancora con chiarezza i venditori stringersi nelle tuniche per difendersi dal freddo.  Altre volte ricordava la stessa identica scena, con gli stessi tendoni e i medesimi mercanti ma questa volta illuminati da un sole limpido e caldo e gli sembrava quindi logico che si fosse trattato di un giorno di aprile. Quanto ai vestiti, ehi, erano in Palestina, da quelle parti l’unica cosa che s’indossava ogni santo giorno dell’anno erano le tuniche. Non era quindi quello un elemento che poteva aiutarlo. Ma ne esisteva uno? Incominciava a dubitarne.

Più scavava nei suoi ricordi, più gli parevano indistinguibili, paradossalmente però era meglio così. Se non ricordava con certezza di aver giaciuto con Maria nel periodo in cui poi era rimasta incinta, non poteva certo sostenere con certezza neppur di non averci giaciuto. Giuseppe diede un leggero calcio a una pietra che rotolò poco lontano.  Andava nervosamente avanti indietro sul sentiero di fronte alla grotta usando ancora una volta, l’ennesima, il movimento come scusa per non mettere a fuoco le cose. Era come se finché non si fosse fermato l’evidenza della realtà non avrebbe potuto investirlo con l’irruenza di un carro di buoi scappato al suo conduttore. Eppure i ragionamenti, i distinguo, le astuzie mentali attorno alle quali si era arrabattato, stavano per essere distrutti dalla forza deflagrante di una verità alla quale si era sforzato in ogni modo di sfuggire, conscio di come fosse troppo grande per essere affrontata. Qualche giorno prima la fuga gli era sembrata l’unica soluzione percorribile. E allora via da Nazaret, verso Betlemme, di notte come ladri, con la scusa del censimento a cui nessuno in paese poteva veramente credere.

Aveva detto bene Ismaele, suo cugino: «Che si fottano i romani, non andrai mica fino a Betlemme per questo». L’odio per i romani e l’indifferenza per quel genere d’iniziative erano sentimenti condivisi da tutti e non ci voleva molto a intuire nel tono e nello sguardo del suo parente il vero significato di quelle parole. «Se fuggi adesso, tutti sapranno che il figlio che Maria aspetta non è il tuo». Quello che aveva fatto innervosire Giuseppe però era stata l’incrinatura nella voce di Ismaele e quel labbro piegato all’ingiù in un’imitazione mal riuscita di suo padre. Imprecisa ma ancora abbastanza simile perché fosse possibile riconoscere la stessa, spasmodica, attenzione per il nome della loro famiglia più che per il suo destino. Proprio Ismaele, un dannato mercante di vino noto in tutta la Giudea perché annacquava il suo prodotto, adesso si preoccupava per il suo onore. Ma che razza di società era quella dove era più grave amare una donna sopra ogni cosa che truffare il prossimo?

Oddio, stava ancora facendo questioni di moralità pubblica per giustificare i suoi fallimenti. Rendersene conto non fece che avvilirlo maggiormente. 

Sì, lui era uno dei discendenti diretti del re David e ciononostante, o forse proprio per questo, la sua vita stava andando a puttane.

Il perché era molto semplice: non era riuscito a ripudiare una moglie che l’aveva tradito.

Ecco l’aveva detto. Non l’aveva pronunciato, ma l’aveva pensato. O forse lo aveva anche detto? A bassa voce, senza farlo apposta. Si guardò attorno, come a cercare conferme. Non c’era nessuno. Se anche aveva parlato, lì non lo aveva sentito nessuno, in entrambi i casi quindi era come se non avesse aperto bocca. Un po’ come quella storia dell’ulivo che cade nel campo ma non fa rumore perché non c’è nessuno a sentirlo. Sciocchezze filosofiche. Ma a parte questo, aver solo formalizzato quel pensiero latente, quell’enormità, lo fece sentire un po’ meglio. Fu però un sollievo di breve durata. Bastò il tenue bagliore che proveniva dalla grotta a riportarlo in una morsa di ansia. Ecco dove era finito: nella stalla di una locanda, come un poveraccio qualsiasi, lui che costruiva case e aveva un lignaggio nobile. UN DISCENDENTE DI DAVID. Ma era in fuga, doveva centellinare le spese, e nella locanda c’era il rischio di incontrare qualcuno di Nazaret. Una circostanza che non avrebbe sopportato. Tutto perché aveva perso la testa per Maria e non aveva saputo tenerla sotto controllo. Tutti glielo avevano sempre detto sin da quando era bambino: se una donna dà problemi o alza troppo la testa falle assaggiare il manico del bastone. Chiaro che nessuno si poneva il problema di cosa ne pensasse la donna, nessuno tranne il suo grasso e bonario zio Gionata che fra una sorsata di vino e l’altra un giorno aveva sentenziato: «e guarda Giuseppe che quando le picchi il più grosso favore lo fai a loro, perché così mettono giudizio e imparano a non coltivare desideri che le renderebbero infelici». Era sempre stato un fine intellettuale, suo zio Gionata. Eppure per quanto Giuseppe fosse arrivato al primo incontro con una donna preparato da anni e anni d’insegnamenti parentali, di fronte a Maria aveva dimenticato tutto in un attimo. Messo al cospetto della sua bellezza tutto quello che gli era sembrato logico fare era stato annullarsi in lei completamente. Era stato fortunato perché anche lei pareva gradire le sue attenzioni e dato il nome che Giuseppe si portava dietro, il matrimonio era seguito di lì a poco. Quello stesso giorno Giuseppe, impaziente, l’aveva presa sul letto di pagliericcio vicino alla corte. Quel giorno in cui per la prima volta aveva affondato il suo viso fra quelle tettone bianchissime, Giuseppe si era sentito come se fosse nato una seconda volta. Fu preso da una sorta di estasi mistica, quasi divina, mentre puntellava i suoi piedi sul pavimento per infilzare più a fondo quella creatura stupenda, quella gioia incarnata che rispondeva al nome di Maria. Lo sguardo perso e gaudente della sua giovane moglie rase al suolo d’imperio tutti quei neuroni dove albergavano cose come la strategia, il contegno, l’autorevolezza. Rimase solo la dedizione.

Giuseppe s’incamminò verso la grotta, risalì il piccolo crinale e si fermò sull’ingresso. Vide Maria allattare il bambino. Il suo viso era rivolto verso quel neonato che a lui non assomigliava per niente. Ricordava invece quello di Gabriele, uno dei sacerdoti del tempio che per un certo periodo aveva ronzato come un moscone attorno a Maria. Una fitta di dolore attraversò la schiena di Giuseppe ma fu subito seguita da una pulsione tonda, avvolgente, un’attrazione magnetica per quel debordante seno lattiginoso. Avrebbe mai potuto rinunciare a tanto ben di Dio? No, certo che no.

Eppure aveva bisogno di qualcosa ancora, per fare quel passo che gli mancava per tornare nel fascio di luce della lampada ad olio, per riunirsi a Maria e a quel bambino, figlio di quel religioso fighetto alto, magro e con la lingua lunga che era il sacerdote Gabriele.

San Giuseppe afflitto con sigaretta di Roberto Tubaro

La verità così com’era non gli avrebbe mai più permesso di vivere serenamente. Doveva trovare una soluzione, girò su stesso e fissò la città di Betlemme immersa nel buio. Stette così per un tempo che non avrebbe saputo quantificare, finché fu come scosso da un fremito. Si ricordò le parole di suo nonno Melchiorre:  «se credi veramente in qualcosa anche gli altri finiranno per crederci».

Giuseppe sentì che non aveva nulla da perdere e incominciò a dare forma a parole e frasi, le incastrò a comporre i versi che avrebbe fatto mettere nero su bianco da uno scrivano il prima possibile, forse già il giorno seguente.

Alzò lo sguardo alla luna e disse:

«l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse : “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto».

«Mhh….», Giuseppe esitò pensieroso per un istante poi ricominciò a improvvisare.

«L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. Allora Maria disse all’angelo: “Come è possibile? Non conosco uomo”. Le rispose l’angelo: “lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l’angelo partì da lei».

Ripeté quelle parole più volte, limandone l’intonazione, studiandone le pause. Alla fine soddisfatto disse: «cazzo, potrebbe anche funzionare».

Poi, finalmente, entrò nella caverna e abbracciò Maria.

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