TaccolaElectrolux e le altre: il governo notaio è come Tafazzi

Parla l’economista Patrizio Bianchi

Basta parlare solo di salari e illudersi che con qualche ritocco agli stipendi si possa risolvere la crisi di Electrolux, e non solo, perché se si prende quella china non si finirà mai di scendere. Piuttosto, il governo deve smettere di fare il notaio delle crisi, una volta scoppiate, e fare un passo in avanti per delineare una politica sul settore degli elettrodomestici. È la posizione dell’economista Patrizio Bianchiex rettore dell’Università di Ferrara e attualmente e assessore alla scuola e lavoro della Regione Emilia-Romagna, nel giorno dell’atteso tavolo tra Electrolux e governo. Nel ministero dello Sviluppo economico il ministro Flavio Zanonato ha convocato l’amministratore delegato di Electrolux Italia, Ernesto Ferrario, i governatori delle Regioni interessate e i sindacati. 

Un incontro che non ha convinto il ministro, come ha detto lo stesso Zanonato, perché la proposta di riorganizzazione di Electrolux è stata tutta impostata sul costo del lavoro, mentre il governo vuole una discussione sul piano industriale. L’ad dell’Electrolux ha confermato implicitamente la chiusura dello stabilimento di Porcia, perché non ha confermato una proposta per il sito friulano. Ma per la governatrice della Regione Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani, l’incontro è stato “straordinario”, perché è stato messo come paletto che la discussione si dovrà fare su tutti e quattro gli stabilimenti italiani, compreso Porcia. Un incontro in sostanza interlocutorio. Nei prossimi giorni, ha detto Zanonato, ci sarà un prossimo vertice, a cui parteciperà anche il premier Letta. Intanto nelle fabbriche italiano del guppo continuano gli scioperi e i blocchi delle merci. 

Professore, oggi è stato il giorno del tavolo sul caso Electrolux. Che cosa si poteva decidere?
È finalmente in corso una trattativa sul tavolo del ministro. La riunione di oggi era di verifica della situazione effettiva, allo scopo di capire quale fosse il piano industriale. Abbiamo visto vertenze molto dure in passato, ben più complesse, in cui le aziende partivano da posizioni insostenibili. La stessa crisi dell’Indesit si è risolta positivamente. Se la posizione dell’impresa è di rompere, ci provi. Abbiamo visto come è andata con la ThyssenKrupp, che voleva abbandonare il tavolo e poi è rimasta. Quindi anche questa crisi si potrà risolvere: ci sono diversi strumenti per agire, a partire dalla gamma dei contratti di solidarietà, che permettono di gestire la mobilità assieme all’azienda. Non stiamo d’altra parte parlando di numeri altissimiOggi però il ruolo del governo si gioca più sulla moral suasion che sugli strumenti. È importante che le parti rimangano al tavolo. Quello che è certo è che per il Paese non è accettabile, oltre alla chiusura degli stabilimenti, neanche la diminuzione dei salari, perché questo porterebbe a una depressioni dei consumi e a una crisi gravissima per il Paese. 

Qual è il suo giudizio sull’operato del governo? Ricordiamo la richiesta di dimissioni arrivata solo pochi giorni fa dalla governatrice del Friuli-Venezia Giulia Serracchiani. 
Serracchiani è stata molto netta, e ha fatto bene. Ha ragione quando dice che è un problema di politica industriale. Le posizioni notarili sono importanti ma non sono sufficienti in questo momento. La mia impressione è che Zanonato abbia fatto le cose correttamente, nei modi previsti dalle norme. Oggi è però opportuno allungare il passo, ragionando sulle politiche da fare. Ci sono due modi per giocare la partita: si può aspettare che le crisi scoppino o giocare d’anticipo. Per esempio, nel caso di Indesit si poteva fare un’ipotesi di quadro generale del settore per tempo. Il ministro ha invece aspettato che le parti chiedessero un incontro. Questo infatti prevede la legge: se c’è una vertenza tra azienda e sindacati e nasce un conflitto, si va prima al ministero del Lavoro e poi al ministero dello Sviluppo economico. Ma oggi non basta. 

Il settore del “bianco” va salvato a tutti i costi?
Si tiene non solo il bianco, ma tutto. Zanonato ha annunciato che incontrerà domani (giovedì 30 gennaio, ndr) i ministri dell’industria dell’Unione europea. A marzo ci sarà il tavolo europeo sulla manifattura, a livello di Consiglio Europeo, che partirà dalle proposte del commissario Ue all’industria Antonio Tajani. Lì si dovrà decidere se c’è una politica europea per l’industria o se ci possono essere dei free rider. La Polonia, insomma, dovrà stare nelle regole, anche se non ha l’euro e può fare politica monetaria. 

Ma a quali condizioni si può tenere in vita questo settore?
Quante volte ci hanno detto che dovevamo stare fuori dall’abbigliamento e dalle scarpe? Poi abbiamo scoperto che dovevamo fare produzioni di alta gamma. Lo stesso si può fare con il bianco. Come fanno in Germania a tenere le produzioni se non così? Michele Tiraboschi ha fatto notare ieri che tra i Paesi avanzati siamo quello che ha il costo del lavoro più basso. Ma siamo quelli che hanno il costo del lavoro più basso se consideriamo i Paesi meno sviluppati. 

Quali sono stati gli errori fatti sul caso dell’Electrolux?
Il caso dell’Electrolux credo stia dentro un ragionamento in cui molti nel Nord Est hanno pensato che con qualche aggiustamento al ribasso del salari si potesse uscire dalla crisi. Non penso che si possa andare su questa strada, perché non basta abbassare il salario del 5 per cento. In Polonia il lavoro costa un quarto in meno, in alcuni Paesi asiatici un decimo. Se questa è la china che prendiamo, non finiremo mai. 

Quindi anche la proposta di Unindustria Pordenone, che ha proposto tagli del costo del lavoro fino al 20%, non la convince?
Unindustria fa le sue proposte. Come organizzazione patronale ha diritto a farle, in un gioco delle parti. Ma il governo deve fare altre scelte. 

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