Verità e bugie sull’export italiano

Soldi pubblici, sprechi e falsi miti

Mesi fa scrivevamo di quanto fosse importante rivedere le strategie dedicate all’export. Degli investimenti privati che le imprese impegnano per azioni finalizzate all’internazionalizzazione, poco si sa. Non ci sono ancora studi o ricerche che li quantifichino con precisione, o ne descrivano la qualità in termini di scelte strategiche. Le imprese italiane che hanno rapporti con l’estero spendono di più per le consulenze, o le ricerche e le analisi di mercato, le promozione estera o l’assunzione e la formazione di risorse umane dedicate all’export? Un quadro d’insieme sugli investimenti privati ancora non c’è.

Gli investimenti pubblici non fanno capo alle imprese, mariguardano invece l’insieme delle istituzioni pubbliche preposte alla promozione delle imprese e dei prodotti italiani all’estero, il cosiddetto Sistema Paese. Un contesto che merita una valutazione necessaria, non solo per una logica di efficacia per chi dovrebbe goderne, ma di risparmio ed efficienza per chi “finanzia”, in un momento in cui anche e soprattutto le risorse pubbliche sono in regime di scarsità.

Va in aiuto la Banca d’Italia, che di recente ha approfondito il tema e pubblicato una dettagliata analisi di Filippo Vergara Caffarelli e Giovanni Veronese dal titolo “Il sistema paese a supporto dell’internazionalizzazione”. Il testo merita di certo un’attenta lettura da parte di chi ha la responsabilità della gestione delle attività del proprio ente dedicato al sostegno all’internazionalizzazione e può valere quindi come uno stimolo per dare un assetto razionale ed efficace a quelle strutture, vecchie e nuove, che offrono servizi per l’export; se non altro perché, diversamente dalle solite ricerche, questa non è fatta da un soggetto che è anche diretto operatore nel settore.

I fondi pubblici dedicati all’export sono pochi.

Falso. Le spese per il funzionamento e la promozione del Sistema Paese sono suddivise per missioni (facenti capo ad uno o più ministeri), a loro volta declinate in programmi, e secondo i dati provenienti dalla Ragioneria Generale dello Stato, sono di difficile individuazione. Nonostante questo, per la Banca d’Italia è stato possibile valutare che

«gli stanziamenti per il 2011 relativi alle spese del Mae (ministero Affari esteri, ndr) per le attività promozionali sono ricomprese nella missione “L’Italia in Europa e nel mondo”, ma risultano di difficile quantificazione, essendo riportate in programmi promiscui: “Promozione del sistema Paese”, “Presenza dello Stato all’estero tramite le strutture diplomatico-consolari” e “Rappresentanza all’estero e servizi ai cittadini e alle imprese. Ugualmente promiscuo è il programma “Incentivi alle imprese per interventi di sostegno” appartenente alla missione “Competitività e sviluppo delle imprese” afferente al Mef (ministero Economia e finanza. ndr), nel quale sono ricompresi tutti gli interventi di incentivazione alle imprese, e anche gli stanziamenti per i Fondi 295 e 394 gestiti dalla Simest. Gli stanziamenti destinati al Mise (ministero Sviluppo economico, ndr) sono invece concentrati nella missione “Commercio internazionale ed internazionalizzazione del sistema produttivo” (pari a 187,7 milioni di euro per il 2012), distinta in due programmi di natura specializzata: “Politica commerciale in ambito internazionale”, per il quale è prevista una spesa di 46,3 milioni di euro e “Sostegno all’internazionalizzazione delle imprese e promozione del made in Italy” con un importo complessivo di 141,3 milioni.

Tali voci includono anche i costi di funzionamento sia dell’apparato burocratico del Mise sia dell’Ice (Istituto commercio estero). Una stima delle risorse stanziate per le attività di promozione del Mise si può ottenere direttamente dal Bilancio preventivo dell’Ice per il 2010, ultimo anno intero di funzionamento con la vecchia organizzazione: lo stanziamento complessivo è stato pari a 89,4 milioni, di cui 64,7 per la promozione e 23,4 per il programma Made in Italy; il ministero ha anche versato all’Istituto 79 milioni come contributo di funzionamento. Le altre spese del Mise (stanziate principalmente alle Camere di Commercio italiane all’estero e ai consorzi per l’export) sono stata pari a circa 15 milioni di euro. Le spese sostenute dal Mae per la promozione non sono purtroppo individuabili con precisione. Come già discusso, anche le spese promozionali sostenute dalle regioni sono di difficile quantificazione. Nondimeno, dallo “stato di previsione” del Mae è possibile individuare le spese complessive della Dgsp (Direzione generale promozione sistema Paese) e quindi stimare proporzionalmente quelle della Direzione centrale per l’internazionalizzazione del sistema Paese e sommarle al costo del personale degli uffici commerciali all’estero: l’impegno finanziario complessivo del Mae sarebbe pari a circa 60 milioni di euro».

Anche i fondi dedicati dalle Regioni sono troppo esigui.

Falso. Sempre dall’analisi su legge che «…dal bilancio preventivo dell’Ice si può evincere il contributo che le regioni hanno destinato alle attività promozionali attraverso l’istituto, pari a circa 1,5 milioni di euro nel 2010. Non disponiamo invece di evidenza diretta circa la spesa sostenuta dalle regioni direttamente, o tramite gli enti regionali di promozione, valutate da un recente studio in circa 150 milioni di euro».

Servono più soldi per la promozione, gli altri Paesi investono di più.

Falso. Anzi. Il perimetro di calcolo di Banca d’Italia fa una valutazione minima, che comprende Mise, Ice, Invitalia, sino ad una massima, che include anche il Mae e le regioni. Questa stima porta le risorse pubbliche destinate alle attività del Sistema Paese fino a 447 milioni di euro annui (da un minimo di 233 milioni). Confrontata con i partner europei l’Italia spende di più, sia in valore assoluto, sia in rapporto al Pil ed alle esportazioni.

Anche gli addetti sono pochi.

Falso. Sono più numerosi rispetto ad altri Paesi analizzati. Ne andrebbe poi valutata la competenza, che si rileva invece per altri Paesi in maniera netta, laddove si legge che il contingente dei Service Economiques dedicati all’internazionalizzazione francese,

«…dipendenti del ministero dell’Economia e delle finanze francese (Direzione generale del Tesoro)…si distinguono per spiccate competenze in materia economica e commerciale e talvolta hanno maturato esperienze nel settore privato».

Gli operatori pubblici del settore sono troppi.

Vero. Andrebbero razionalizzati e di certo aprirne di nuovi sarebbe un controsenso, sia per i tempi di magra, sia perché c’è già un certo affollamento e si fa fatica a mettere tutti intorno ad un tavolo.

Le normative nazionali esistenti – fonte: Guida Interattiva all’internazionalizzazione (Ubi – giugno 2013)

Dal 2001 (Riforma del Titolo V) il commercio con l’estero è tra le materie di legislazione concorrente delle regioni con lo Stato nazionale; questa “apertura” alle regioni si può considerare come il principale motivo dell’attuale parcellizzazione degli enti preposti.

Ad ogni iniziativa nazionale infatti, spesso corrisponde un’altra iniziativa regionale, che contribuisce a rendere il sistema complesso. Al di là dell’obiettiva frammentazione di funzioni, della prevedibile moltiplicazione di poltrone comune a molti enti, ciò che ha sempre disturbato gli imprenditori è stato il muoversi in ordine sparso di tutti i soggetti impegnati nell’internazionalizzazione. Anzi in competizione.

Ci sono margini di miglioramento per risparmio ed efficienza

Molti. L’analisi di Banca d’Italia fotografa una netta sovrapposizione di compiti e funzioni tra soggetti operanti nel settore, che lascia immaginare amplissimi margini di efficienza. Nel complesso i soggetti sono tanti, e questo nonostante lo studio non prenda in considerazione gli enti fieristici che, in molti casi sono sì operatori del settore dell’internazionalizzazione (spesso tra i più efficaci) e considerabili “pubblici” quando sono partecipati a maggioranza dalle regioni o enti ad esse affini.

Funzioni degli enti dedicati all’export

Scrive Bankitalia: 

«La frammentazione dell’articolazione del Sistema paese all’estero rende spesso difficile per gli stessi utenti la comprensione delle competenze e delle specificità di ciascuno degli attori: in particolare, l’azione dell’Ice è ritenuta sovrapposta, talora in conflitto, con quella esercitata dalle camere di commercio all’estero, specie nell’attività di organizzazione degli eventi fieristici. Anche le missioni all’estero delle regioni, con iniziative promozionali proprie, sarebbero giudicate fonte di confusione per le controparti straniere, talvolta controproducenti per l’azione di promozione del brand nazionale».

Quanti e quali servizi servono alle Pmi?

Pochi e sempliciSe molti soggetti pubblici fanno le stesse attività, amplificano le disfunzioni del mercato. I soggetti che realizzano molti servizi è molto più facile che non raggiungano poi una vera efficienza interna, ma si perdano in un “effetto supermercato”, per cui offrono tutto, ma “guadagnano” realmente in poche attività. Questa moltiplicazione di funzioni disorienta le imprese, che faticano a comprendere “chi fa cosa”. Le imprese intervistateinfatti

«hanno generalmente espresso riserve sull’efficacia dell’azione svolta dalle istituzioni italiane a sostegno dell’internazionalizzazione…Nella maggioranza dei casi, gli intervistati – specialmente fra le piccole imprese – non risultano al corrente né dei diversi attori del Sistema paese, né dei servizi da questi offerti. Quanto emerge dalle interviste è in linea con i risultati della più recente indagine Invind condotta dalla Banca d’Italia, dalla quale si evince che le imprese ricorrono limitatamente agli strumenti messi a disposizione dal Sistema paese (solo 1 su 7 delle imprese internazionalizzate), reputandoli spesso poco soddisfacenti».

Organizzazione e funzioni hanno un diretto impatto sulle imprese

Vero. La Francia è già alla seconda riorganizzazione del “Sistema Paese”. Quello italiano appare invece confuso e disorganizzato, tanto che, nell’ottica di una possibile razionalizzazione, va valutato che le imprese sondate

«lamentano, specie in confronto con i nostri partner europei, l’assenza di un’azione continua e organica nell’attività di promozione nazionaleTale carenza risulta più grave nei maggiori mercati di sbocco, dove si sarebbero perse occasioni con rilevanti ricadute economiche. In quelli emergenti, sarebbe percepita come deficitaria l’attività di lobbying in comparti caratterizzati da un’importante componente di “relazioni”, quali le ferrovie, l’urbanistica, le infrastrutture (ad esempio in Cina). In quelli avanzati, l’azione di sistema è ritenuta poco incisiva nel promuovere alcune tipologie di prodotti, fortemente connotati dal “marchio Italia”, come quelli di gamma alta del settore moda e dell’agroalimentare».

Trovare una soluzione: serve un Ministero per il Commercio Estero?

No. Basta far funzionare quello che c’è. Anzi dovrebbero esserci meno soggetti. Bisogna uscire dalla logica “se è importante mettiamoci dei soldi o facciamo un Ministero”. Un esempio: il settore agroalimentare riveste un ruolo sempre più importante per le opportunità e gli spazi che trova nei mercati esteri e merita un impegno serio, e la proposta di creare un Ministero per l’alimentazione non sembra delle migliori. La parola d’ordine è far funzionare quello che c’è, con meno risorse e meno livelli di governance.

La soluzione c’è già: la Cabina di Regia?

Dipende. Banca d’Italia dice “troppe teste”.La cabina è un organo di coordinamento con composizioni “molto simili e competenze differenziate solo per la natura degli organismi” dalla V Commissione del Cipe. Si è riunita poco, è acclamata da molti operatori del settore, ma i risultati dati sono gli stessi di quelli che dà Google se cerchiamo “Cabina di Regia” (39.000)? Diffidare dalle parole “raccordo” e “coordinamento”, perché spesso indicano che ci sono molti soggetti e poca razionalità nelle attività operative. Non sarebbe meglio passare la competenza di un Export Compact alla Presidenza del Consiglio ed evitare le ormai stucchevoli conflittualità tra Ministeri?

Nel complesso la valutazione di Banca d’Italia sembra difficilmente confutabile, soprattutto se si considera che negli ultimi anni la posizione delle imprese ha dato, pur senza alcun sottostante scientifico ma già attraverso una voce esperienziale diretta, una netta conferma di quanto valutato.

Come conferma uno studio dei processi di internazionalizzazione di Francesco Pagliacci (Università di Bologna) il ruolo degli operatori pubblici è sempre più messo in discussione da operatori privati che li sottopongono, per fortuna, ad una concorrenza che li costringerà ad assumere caratteristiche ben precise, e sempre più di natura privatistica.

E forse li obbligherà ad uscire da quel grande sistema di sussidied agevolazioni, più o meno discrezionali alle imprese, che per ogni euro che ottengono, ne vedono altri cinque da imputare ai costi della pubblica amministrazione.

Chissà quanto l’iniziativa della portaerei Cavour sarà conforme a queste caratteristiche. Forse qualche ministro, sentendo dalla voce degli imprenditori che al Made in Italy serviva una portaerei, l’ha preso in parola. Spiace solo che Banca d’Italia non abbia fatto in tempo a pescare anche questo “Sistema Paese in movimento” (definizione ufficiale) tra le maglie della sua analisi.

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