Matteo, attento a non fare la fine di Prodi

Non solo le riforme con il Cavaliere

Matteo Renzi ostenta ottimismo. «Ancora poche ore e chiudiamo», conferma ai giornalisti lasciando la sede del Partito democratico. Pochi dubbi in merito: il nuovo governo nascerà a breve. E sarà pienamente operativo all’inizio della prossima settimana, dopo aver ottenuto la fiducia delle Camere. Eppure si rischia di assistere a un pericoloso déjà vu. L’esecutivo Renzi potrebbe ricordare molto da vicino l’ultima esperienza di Romano Prodi a Palazzo Chigi. Un governo costretto a mediare ogni riforma – al netto di quelle già concordate con Forza Italia – fino al dettaglio. Debole nei numeri al Senato, e di conseguenza obbligato a sentire il parere di tutte le diverse, tante, anime della maggioranza.  

C’è un’immagine che rende bene l’idea. È la lista degli invitati al vertice di maggioranza organizzato qualche ora fa nell’ufficio del ministro Graziano Delrio. A scorrerla sembra di essere tornati ai tempi dell’Unione. Hanno partecipato al primo atto del nuovo esecutivo i rappresentanti di Udc, Socialisti, Centro democratico, Scelta Civica, Popolari per l’Italia, Autonomie, Api. Oltre ovviamente a Nuovo Centrodestra e Partito democratico. 

Qualche analogia, ma anche tante differenze. Diversamente dall’esecutivo Prodi, questo non sembra un governo destinato a cadere anzitempo. A meno che non siano i protagonisti a deciderlo. «Al momento c’è troppa paura di tornare alle urne – raccontano nella nuova maggioranza – C’è la possibilità di arrivare fino al termine della legislatura e ovviamente nessuno vuole perdere la poltrona». A correre rischi è il programma di governo, semmai. Quel pacchetto di provvedimenti che nelle intenzioni del presidente del Consiglio incaricato dovrà far cambiare verso al Paese. Il timore è che veti e distinguo finiscano per snaturare le riforme più audaci.  

Lo dimostra il vertice di maggioranza di questo pomeriggio. Dedicato al confronto sul programma di governo, e concluso senza aver trovato alcun accordo. Le riforme istituzionali concordate nei mesi scorsi non sono in discussione. L’accordo con Silvio Berlusconi dovrebbe garantire l’approvazione della legge elettorale e del nuovo Senato. Eppure nella maggioranza il confronto sul sistema di voto è ancora aperto. Il partito di Alfano chiede di legare la riforma alla cancellazione di Palazzo Madama: l’obiettivo è scongiurare il rischio di un voto anticipato. Ancora più difficili le trattative su Lavoro, Fisco, Impresa. Per non parlare della Giustizia. Nei gruppi parlamentari che sostengono l’esecutivo le sensibilità sono diverse, ognuno punta i piedi e prova a far valere le proprie ragioni. Su alcuni provvedimenti l’intesa sembra già impossibile: è il caso di ius soli e unioni civili, al centro della proposta di Matteo Renzi. 

Il presidente del Consiglio incaricato al momento non sembra preoccuparsi troppo. Alla riunione di maggioranza non ha voluto nemmeno partecipare, delegando i primi tentativi di sintesi al suo braccio destro Graziano Delrio. Una scelta che ha scontentato più di qualcuno. «Il ministro si è presentato e ci ha portato una lista di provvedimenti, gli stessi che avevamo già proposto a Renzi durante le consultazioni – racconta uno dei presenti – Tutte cose che conoscevamo già. Ma allora a che è servito questo vertice?». Chi sperava di vincolare il nuovo governo a una dettagliata lista di impegni resta deluso. Le richieste di mettere nero su bianco alcuni punti programmatici vengono respinte al mittente. Deciderà tutto il presidente del Consiglio. Così come viene bocciata l’ipotesi di un nuovo vertice, chiesto dagli alleati minori. 

Matteo Renzi è allergico ai vertici di maggioranza, spiegano i suoi. E così passa la giornata al Nazareno a lavorare sulla nuova squadra di governo. Sul tavolo ci sono ancora alcune caselle ministeriali, a partire da via XX Settembre. La soluzione potrebbe essere vicina: sembra che i candidati all’Economia siano rimasti in due: il rettore della Bocconi Guido Tabellini e il presidente dell’Istat con un passato all’Ocse Pier Carlo Padoan. Nel frattempo gli alleati manifestano i primi dubbi. I Popolari lamentano la «preoccupazione» per il vertice di oggi. Di «nodi programmatici ancora irrisolti» parla Fabrizio Cicchitto. «E senza accordo sul programma non parliamo di ministri» conferma Renato Schifani. Le difficoltà principali riguardano il Nuovo Centrodestra. Gli alfaniani guardano con timore l’asse tra Renzi e Berlusconi in tema di riforme istituzionali: una maggioranza parallela che finirebbe per marginalizzare il partito del vicepremier.

Difficoltà che rischiano di influire inevitabilmente sull’azione del governo. Se alla Camera la maggioranza non è in discussione, al Senato i numeri lasciano qualche perplessità. Al netto delle intese con Berlusconi, l’opposizione di Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Sel e Lega Nord rischia di determinare le politiche dell’esecutivo (soprattutto se i parlamentari vicini a Pippo Civati decideranno davvero di sfilarsi). A pagarne le conseguenze potrebbero essere i provvedimenti economici di Palazzo Chigi. Riforme annacquate da infinite mediazioni e troppi punti di vista. 

Certo, a Palazzo Madama il governo Renzi potrà contare su un sostegno inatteso. Gli undici senatori del gruppo Grandi Autonomie e Libertà hanno già lasciato intendere un possibile accordo con l’esecutivo. Si tratta di una manciata di parlamentari, legati più o meno direttamente a Forza Italia. Cosentiniani, esponenti di Grande Sud e Mpa. Il Cavaliere sarebbe persino pronto a far crescere il gruppo, “prestando” i senatori necessari ad alleggerire il peso politico del Nuovo Centrodestra. Resta un dubbio. Matteo Renzi riuscirà davvero a cambiare l’Italia con i voti dei senatori berlusconiani? 

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