Pantani, una vita sempre in rosa

Il ricordo del Pirata

Cosa si può dire su Marco Pantani che non sia già stato detto? Sono passati dieci anni dalla sua morte, e ancora oggi il pirata resta uno dei personaggi più discussi e controversi della storia dello sport italiano. Certamente uno che continua a dividere: per alcuni era solo un drogato, per altri il più grande campione che la storia del ciclismo italiano abbia mai avuto. Per noi, che preferiamo fare a meno dei giudizi di sorta e delle etichette, basta prendere in prestito una frase che papà Paolo ha scritto in una lettera (leggi la lettera integrale alla fine dell’articolo) dedicata al figlio Marco, pubblicata sul sito della Fondazione Pantani: «Carissimo immenso Marco, mi manchi da morire. Mai avrei pensato che qualcuno mi potesse mancare così tanto, sono passati dieci anni e non riesco ancora a darmi pace».

Crediamo di non sbagliare dicendo che in questa lettera, scritta a mano, sia condensato il pensiero di milioni di tifosi, che per anni lo hanno adorato, e ancora adesso lo fanno. Sì, perché davvero a noi Marco Pantani manca da morire. Ci manca la sua pelata lucida, le sue orecchie larghe e a sventola, il suo sorriso ironico, i suoi occhi profondi e malinconici. Ci manca il campione e l’uomo, ci mancano le emozioni che ci ha regalato, e la tenacia con cui si è saputo rialzare quando il destino lo ha colpito duro.

Quando per la prima volta bussò alla porta del ciclismo professionistico, nel 1994, nessuno si poteva immaginare che un ragazzino romagnolo di 24 anni, smilzo e spelacchiato sarebbe potuto diventare di lì a poco il numero uno del ciclismo italiano e internazionale. Era il periodo del fenomeno spagnolo Miguel Indurain, di Gianni Bugno e di Claudio Chiappucci. E fu proprio la squadra di quest’ultimo, la Carrera, a lanciarlo nel circuito professionistico.

In tutto ciò Pantani dimostrò carattere da vendere anche sul piano relazionale, quando infatti il direttore sportivo della Carrera Davide Boifava, dopo la firma del suo primo contratto, gli disse «adesso sarai soddisfatto, hai fatto un affare» lui rispose: «l’affare l’avete fatto voi». E in effetti fu proprio così: Pantani non solo si rivelò un ottimo gregario per Chiappucci, ma vinse anche la quattordicesima tappa di quel giro (da Leinz a Merano) con un attacco spietato ai danni degli avversari sul passo di Giovo; e bissò in quella successiva, in cui fece fuori tutti tagliando per primo il traguardo a Aprica, e infiammando il pubblico con i suoi scatti sul Mortirolo, una delle salite più dure del mondo.

Di lì in avanti la carriera di Marco Pantani sarà costellata da discese e risalite sportive ma soprattutto umane. Per uno strano scherzo del destino, quando tutto sembra filare liscio, sul corridore romagnolo si abbatte una specie di malasorte cronica. Nel 95, durante la preparazione al Giro, viene investito da un’auto che non rispetta uno stop. La caduta lo costringe a rinunciare alla corsa rosa. Si prenderà la rivincita al Tour de France andando a vincere prima la tappa sull’Alpe d’Huez, e poi quella sui Pirenei. Qualche settimana dopo però, durante una corsa di preparazione, è ancora una macchina a metterlo ko. E questa volta pesantemente: Pantani si rompe tibia e perone. Il ritorno in bicicletta sembra compromesso, ma la sua volontà è più forte di ogni altra cosa e sei mesi dopo torna di nuovo in sella. Ad aspettarlo c’è una squadra nuova, la Mercatone Uno di Luciano Pezzi che nel 1997 decide di puntare sul pirata. Talento e sfortuna però vanno di pari passo nella vita del ciclista romagnolo, e nella tappa del 24 maggio al Giro del 97 è addirittura un gatto che taglia la strada ad un corridore che poi causerà una rovinosa caduta per Pantani facendolo finire malamente sull’asfalto. Sarà costretto a ritirarsi.

Tuttavia sembra che per fermare Pantani ci voglia qualcosa di ben più incisivo. Il 1998 è l’anno della consacrazione, quello che i tifosi, gli appassionati o i semplici simpatizzanti di ciclismo non dimenticheranno mai. Marmolada, Pordoi, Stelvio, Sella. Pantani fa incetta di salite, scala montagne con una facilità e costanza che demoralizza chiunque osi sfidarlo. La pedalata è micidiale, l’andamento delle sue gambe assomiglia ad un pendolo ipnotico che atrofizza gli avversari. Pantani prima li stordisce e poi li finisce senza pietà. È così forte che riesce perfino a farsi amare dai francesi.

 https://www.youtube.com/embed/BZ7V0l0hG18/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Quelli con la puzza sotto al naso. Quelli che il Tour e poi il nulla. Alla Grande Boucle il ciclista italiano della Mercatone Uno compie un vero e proprio atto eroico. Partito malissimo, dopo la prima settimana Pantani ha oltre cinque minuti di ritardo dal favoritissimo Jan Ullrich. Ma quando finalmente arrivano le montagne la musica cambia. Già sui Pirenei il Pirata accorcia il distacco dall’avversario tedesco. Ma è sulle Alpi che si realizza il capolavoro di Pantani: nella salita del Galivier Ullrich crolla e l’azione del Pirata entusiasma la folla transalpina. Il Tour è suo. Era dal 1952 che un italiano non si aggiudicava l’accoppiata Giro e Tour: e l’ultimo ad esserci riuscito era stato Fausto Coppi.

Quello che succede dopo è storia ormai nota a tutti. Il 5 Giugno del 1999, a un giorno dal termine del Giro d’Italia e con Pantani saldamente in testa alla classifica generale, a seguito di un controllo sanguigno sui primi dieci della classifica, al pirata viene riscontrato un valore fuori dalla norma. Ematocrito al 52% ovvero 1% in più del limite consentito, considerato anche il margine di tolleranza. Come da regolamento Pantani viene sospeso per 15 giorni, che tradotto in parole povere significa addio al Giro d’Italia. Con lui si ritira tutta la squadra. Alla fine tra mille polemiche vincerà Ivan Gotti.

La capacità di reagire alle tante cadute, ai dolori, alle ferite, ai colpi presi con la faccia sull’asfalto, viene meno. Pantani teme di non potercela fare, perché questa volta da affrontare non c’è una salita, né tantomeno una discesa: stavolta bisogna affrontare un piano inclinato. È il piano inclinato della vergogna, dell’affronto, dell’umiliazione. Marco è una piccola biglia senza freni appoggiata a questo piano: l’inclinazione è impercettibile, quasi nulla, ma più si va giù più la velocità aumenta, e il ritmo diventa incalzante fino a diventare insostenibile. Non basteranno due meravigliose vittorie nel Tour de France del 2000, contro Armstrong, per scacciare i fantasmi. Dopo un lungo periodo di depressione, la corsa di Marco terminerà in una squallida stanza di un residence di Rimini.

A distanza di dieci anni restano ancora tanti misteri sulla morte del Pirata. Interrogativi a cui Paolo e Tonina Pantani, genitori di Marco, stanno cercando di dare delle risposte. Una cosa è certa, il ricordo dei tifosi non si è appannato e il posto nella storia del ciclismo secondo noi a Marco spetta di diritto. Lui ha deciso di andarsene così nel giorno di San Valentino, e vorrete perdonarci se con questa precisazione, tiriamo fuori una vena romantica, magari un po’ banale perché no, ma senza dubbio del tutto sincera. Perché di Marco Pantani, noi, siamo ancora innamorati.