Da Pinelli a Mani Pulite, storia di Gerardo D’Ambrosio

Tra magistratura & politica

• Santa Maria a Vico (Caserta) 29 novembre 1930. Ex magistrato (in pensione dal novembre 2002). Politico. Nel 2006 e 2008 senatore (Ds, Pd). È il giudice che trovò la formula del «malore attivo» per spiegare la morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli (vedi Adriano Sofri).

• «Tra il 92 e il 94 siamo stati ingenui: pensavamo che ottenere 1408 condanne definitive per tangenti bastasse a dare un colpo decisivo alla corruzione. Invece quando abbiamo toccato interessi più forti, ci hanno cambiato le leggi. Contro questa criminalità superiore, in ogni periodo storico, ci vogliono magistrati eccezionalmente capaci, autorevoli e preparati. E anche più coraggiosi».
• Studi al liceo classico, laurea a pieni voti in Diritto amministrativo all’Università di Napoli, nel 1953 diventa procuratore legale, nel 1957 entra in magistratura, prima destinazione la Pretura di Nola. Superati gli esami di procuratore aggiunto, è destinato al Tribunale di Voghera, da lì passa alla Pretura di Milano. Poi viene trasferito alla Procura generale dove si occupa del processo Calvi. Nell’89 sale in Procura come aggiunto. Tra i casi più celebri che ha seguito: la strage di Piazza Fontana, le indagini sul terrorismo rosso e nero, la stagione di Mani pulite (vedi Antonio Di Pietro).
• Nel 2007 la senatrice Cinzia Bonifacio (nel 1992 accusata di corruzione e associazione a delinquere) gli diede dell’«assassino e criminale» in aula: «Non è forse vero che quelli del pool Mani Pulite hanno ucciso o, meglio, costretto al suicidio molti imputati?».
• «Di lui si può dire qualsiasi cosa, purché a un certo punto si specifichi: “Però D’Ambrosio è un galantuomo”. Invece i biechi di destra hanno detto: è un giudice comunista. E questo solo per delle informative riservate che lo volevano vicino al Pds; solo perché stroncò Tiziana Parenti che indagava sul Pds; solo perché si oppose agli avvisi di garanzia contro il tesoriere del Pds» (Pietrangelo Buttafuoco).
• Nel 1994 era contrario a spedire l’invito a comparire a Berlusconi durante il vertice Onu di Napoli: «Io sono stato soprattutto un magistrato che ha cercato di fare con grande serietà e professionalità il suo lavoro. Quando depositai la sentenza sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, dicendo che non vi era prova di un coinvolgimento dei poliziotti, scrissero che ero fascista. Quando rinviai a giudizio Freda e Ventura per piazza Fontana i difensori addirittura mi ricusarono sostenendo che ero socialista» (a Giuseppe Guastella).
• «Delle lettere di insulti (dove “sporco comunista” era l’ appellativo più frequente) non si è mai preoccupato, e delle vignette di Giorgio Forattini che lo prendevano di mira si è appeso un ingrandimento in ufficio» (L’Unità).
• Dopo l’approvazione dell’indulto (luglio 2006, vedi anche  Clemente Mastella), fece sapere: «Oggi non mi candiderei più. Non farei il senatore». E ancora, nel 2008: «Lo avevo detto io che dalle carceri ne sarebbero usciti 25 mila, una notte intera a scaricare i dati da Internet e poi arriva Mastella e dice che no, tranquilli, ne usciranno solo 12 mila. Chi aveva ragione? Io, purtroppo».
• Dopo lo scioglimento delle Camere (febbraio 2008) disse: «A uno come me, che per venti mesi ha lavorato come un pazzo, davvero non si può dire che i senatori guadagnano troppo. Se uno viene in aula solo per premere il bottone allora sì, sono troppi soldi. Ma se lavori seriamente, se fai le quattro del mattino come è capitato a me…». È stato anche indeciso se candidarsi nuovamente senatore: durante il Prodi II aveva presentato dieci disegni di legge sulla giustizia «e invece ne è passato solo uno, ridotto a emendamento alla Finanziaria. Un’umiliazione».
• Ha scritto La giustizia ingiusta (Rizzoli, 2005) e Il Belpaese. L’Italia che ho vissuto (Carte scoperte, 2011).
• Nel 2011 ha sostenuto Pisapia: «Lo conosco da anni: da quando, appena laureato, veniva col padre a fare le udienze in tribunale. E’ una persona molto preparata, onesta e che soprattutto ama Milano e farebbe molto bene il lavoro di amministratore».
• Vedovo, un figlio. Nel 1991 è stato sottoposto a trapianto di cuore: «Non c’è momento in cui non pensi, più che al donatore, a chi, come la sorella, diede il consenso con un atto di generosità immenso».

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