Portineria MilanoMafia, Ogm e inchieste: i dubbi di Obama su Expo 2015

ESPOSIZIONE UNIVERSALE

C’è chi sostiene che l’adesione degli Stati Uniti d’America all’Expo 2015 di Milano sia solo una formalità. Eppure sull’incontro che ci sarà giovedì a Roma tra il presidente Barack Obama, il nostro premier Matteo Renzi e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, circola ancora un alone di preoccupazione nei salotti meneghini e romani. Del resto, dall’adesione o meno degli Usa alla manifestazione universale, passa molta parte del successo di un Expo al momento in ritardo sui lavori, sfregiato dalle indagini della magistratura dopo l’arresto dell’ex direttore di Infrastrutture Lombarde, Antonio Rognoni, e in situazione di stallo a livello gestionale, con l’amministratore delegato Giuseppe Sala alle prese con uno scontro istituzionale tra il presidente di regione Lombardia, Roberto Maroni, e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia.

Ma a preoccupare non sono solo gli Stati Uniti. Perché su 145 paesi che hanno aderito, solo 99 hanno firmato per costruire (o farsi costruire dal paese ospitante, ndr) il padiglione nell’area espositiva. Soprattutto a vacillare ci sarebbero i 61 paesi che il padiglione hanno deciso di costruirselo da soli, i cosiddetti self built. Il break even sarebbe, secondo alcune fonti, attorno ai 30 padiglioni nazionali, ma c’è chi ha iniziato ad avanzare dubbi, perché la crisi economica incombe per tutti e perché ci sarebbero problemi con le aziende che stanno costruendo sulla piastra di Expo e che dovrebbe successivamente gestire la cosiddetta piastrina: aziende costruttrici tra cui la Mantovani o la Cmb di Carpi, finite nelle carte che hanno portato all’arresto di Rognoni e di molti avvocati che hanno seguito finora la realizzazione dell’evento. Il piatto degli investimenti stranieri è di circa 1,3 miliardi di euro ma, come ha sollevato il Fatto Quotidiano, anche la Dia (Direzione Nazionale Antimafia) avrebbe espresso perplessità sulle aziende che si accingono ad occuparsi della costruzione di questi impianti. 

Il rischio poi, se i vari paesi ospitanti dovessero portare le loro aziende, sarebbe «una babele», con il rischio di rallentare ancora di più i lavori. Le trattative sono ancora in corso. Ma a quanto pare continuano a moltiplicarsi le minacce di rinunce o il ridimensionamento dei rispettivi budget. Il caso più eclatante è appunto quello degli Usa. Il dipartimento di Stato ad ottobre aveva affidato ad una cordata privata di raccogliere tra i 39/52 milioni di dollari per la realizzazione del padiglione. Di mezzo c’è l’American Chamber che però ha rinviato negli ultimi mesi la comunicazione su quanti soldi siano stati effettivamente raccolti. E, al momento, non è ancora chiaro quanti ce ne siano in cassa. Ma oltre al problema su chi debba costruire sull’area, c’è una problematica di fondo nel rapporto tra «l’Expo il cui titolo è l’alimentazione» e le potenti lobby di Washington. All’inizio gli americani erano convinti di poter presentare agli occhi del mondo l’idea che negli Usa si mangiasse bene, nonostante sia opinione comune che dall’altra parte dell’oceano «ci si abboffa solo di hamburger e patatine». 

In principio fu una proposta convincente che trovò d’accordo i vertici di Expo e la Casa Bianca. Peccato però che nel frattempo sia passato a livello di comunicazione e di scelta che l’evento espositivo di Milano, con al centro il cibo nel mondo, debba essere “Ogm free”. Già a fine 2013 la questione fece storcere il naso a molti. La scelta è passata anche per la Coldiretti e per Bruxelles che hanno indicato come la scelta di non avere organismi geneticamente modificati sarebbe in effetti la migliore. «La sagra di Paese italiana» però sta facendo arrabbiare la Monsanto, il colosso di frutta e verdura più potente negli Stati Uniti, che non potrebbe partecipare ad un evento contrario alla sua stessa filosofia aziendale. 

Per di più, è notizia di oggi, L’Advertising Standards Authority (Asa) del Sud Africa ha condannato, con effetto immediato, proprio la Monsanto a ritirare la pubblicità su alcune emittenti locali attraverso cui la multinazionale esaltava i benefici delle colture Ogm. Negli annunci, il colosso del food affermava che le colture geneticamente modificate «ci permettono di produrre più cibo in modo sostenibile utilizzando meno risorse per contribuire ad un ambiente più sano risparmiando sui pesticidi e riducono le emissioni di gas serra». Non solo. A questi problemi economici ed alimentari si aggiungono poi le difficoltà sull’acquisto degli F35 della Lockeed Martin, i caccia bombardieri che il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, vorrebbe ridimensionare. Pure di questo si parlerà giovedì tra Obama e Renzi e non è detto che le questioni, Expo e aerei, possano incrociarsi. C’è chi ricorda che all’ultima esposizione di Shangai gli Stati Uniti parteciparono, ma il padiglione se lo fecero costruire dalla Cina. 

Al momento tra le nazioni pericolanti ci sarebbero pure la Russia di Vladimir Putin, la Turchia, l’India e l’Indonesia. Stati importanti che vogliono far pesare la loro partecipazione, coinvolte negli ultimi mesi da crisi politico-diplomatiche, guerre, scandali e inchieste giudiziarie delle rispettive leadership. Per Mosca valgono i rapporti sempre più difficili con l’Unione Europea, dopo gli scontri in Ucraina e il referendum per l’annessione della Crimea. Ad Ankara il premier Erdogan è travolto dagli eventi di politica interna. Così come l’India che sta gestendo in modo già difficoltoso il caso dei Marò e della commessa da 550 milioni di euro per i 12 elicotteri di Agusta Westland, finiti nella bufera in un’inchiesta del tribunale di Busto Arsizio. Tanto è vero che, in piazza della Scala, tra gli addetti ai lavori, c’è chi rimpiange la triade diplomatica Letizia Moratti-Romano Prodi e Massimo D’Alema che permise a Milano, nella ormai lontana primavera del 2008, di battere i turchi di Smirne e aggiudicarsi l’organizzazione dell’Expo 2015: quell’intesa bipartisan, dicono, avrebbe risolto i problemi sul tavolo…