Riformare il lavoro, la sfida in due tempi di Renzi

Riformare il lavoro, la sfida in due tempi di Renzi

Come in una partita di calcio il Jobs Act è giocato su due tempi. Il primo tempo è il decreto legge cui sono affidati i provvedimenti sui contratti a termine e sull’apprendistato, il secondo tempo è la legge delega al governo sugli argomenti più complicati. Il primo tempo è improntato all’urgenza: c’è un’urgenza di vedere qualche numero un po’ migliore sulla disoccupazione e l’urgenza di reagire al calo del contratto di apprendistato dopo che per anni si è assistito inermi al suo lento declino.

Sappiamo che le aziende assumono con contratti a tempo determinato in ragione di quattro contratti a termine per ogni contratto a tempo indeterminato. Il modo più semplice per sperare di avere qualche assunzione in più è quindi assecondare questa tendenza togliendo le causali ai contratti a termine, mantenendo comunque limiti di tempo e di numero di contratti temporanei sul totale dei lavoratori in azienda (20%). Sappia­mo che l’apprendistato non decolla perché è bloccato dalla burocrazia della formazione regionale e quindi il decreto del governo stabilisce che la formazione pubblica non è necessaria (basta quella in azienda): un atto di indirizzo politico chiaro. Si è voluto imprimere una direzione chiara anche a rischio di venir messi in dubbio dalla commissione europea che nega la possibilità di sussidiare contratti senza la controprova dell’avvenuta formazione.

Tutta l’operazione sul mercato del lavoro è frutto di un accordo tra Pd e Nuovo Centro Destra. Nel primo tempo si è scelto di implementare le cose su cui c’è già un qualche accordo, nel secondo tempo si faranno le cose su cui non c’è ancora un accordo sui dettagli. Dal momento che il Ncd privilegia l’uso flessibile dei contratti a termine, il primo tempo della partita sembra segnato da un loro gol.

Il secondo tempo è però molto più importante del primo tempo: nella delega al governo ci sono i provvedimenti più importanti sui quali è necessario un confronto politico più complicato. È molto più facile e immediato cancellare o aggiungere qualche riga sull’utilizzo del contratto a termine e dell’apprendistato piuttosto che disegnare un nuovo contratto a tempo indeterminato o ridisegnare il sistema degli ammortizzatori sociali o introdurre un salario minimo. Per questo sarà fondamentale seguire l’iter parlamentare della legge delega, perché è li che saranno i veri cambiamenti.

Ma i veri cambiamenti si portano dietro il peso della discussione e del compromesso.

Un nuovo contratto a tempo indeterminato deve incentivare la stabilizzazione e per farlo deve toccare l’articolo 18 almeno nei primi anni. Anche per questa ragione finora non si è arrivati ad un accordo sui dettagli di questo nuovo contratto. Tuttavia è ora necessario fare in fretta, altrimenti i contratti a termine spiazzeranno ulteriormente i contratti a tempo indeterminato.

Il ridisegno degli ammortizzatori è ancor più denso degli ostacoli politici: da 5 anni a questa parte molte imprese e lavoratori vivono di cassa integrazione, spesso in deroga alla regole e ai contributi effettivamente versati. La pressione politica per mantenere il sussidio sarà formidabile. Se il progetto è spostare i 2,5 miliardi di euro spesi lo scorso anno in cassa integrazione in deroga su un nuovo sussidio di disoccupazione è innanzitutto necessario convincere che l’ammontare totale di risorse non cambierà; in seguito bisognerà prendere atto che quest’opera di redistribuzione risulterà in ogni caso in vincitori e vinti.

L’istituzione di una agenzia nazionale che unisca le politiche attive e passive e ricomponga la scissione tra l’ente statale che paga i sussidi di disoccupazione e i centri del lavoro provinciali cui sono in capo le politiche attive è una operazione delicata. Tutto sta nell’implementazione, nella persona che sarà messa a capo della nuova struttura pubblica: dovrà essere un grande manager del settore pubblico. La delega giustamente specifica che la nuova agenzia non deve occupare nuovo personale pubblico ma riorganizzare il personale esistente e ora sparso in vari enti pubblici per il lavoro e la formazione. 

A chi non condivide questo primo decreto del governo, è bene ricordare che c’è tutto il tempo per recuperare il primo tempo con un meraviglioso secondo tempo della partita. Tuttavia il problema è che i due tempi della partita potrebbero essere di durata molto diversa. Il decreto infatti è immediato, la delega al governo può richiedere diversi mesi, se non anni; per esempio la delega per la discussione e implementazione della legge Biagi prese quasi tre anni di iter parlamentare. È chiaro che in tre anni può cambiare tutto, e l’attuale situazione di emergenza non permette indugi, per questo meglio lavorare in fretta sui progetti già disponibili.

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