Traffico di virus, ecco come si sviluppa un vaccino

Le accuse alla deputata Ilaria Capua

Sta facendo molto discutere in questi giorni un’inchiesta de l’Espresso su un presunto traffico di virus, che vedrebbe coinvolta anche la famosa virologa e deputata di Scelta Civica Ilaria Capua. L’ipotesi descritta dal giornalista Lirio Abbate, basata su un’inchiesta basata su un’inchiesta segreta dei Nas e della Procura di Roma, spiega come in questi anni ci potrebbe esser stato un contrabbando di virus per alimentare il business delle epidemie: «I virus venivano scambiati tra ricercatori e dirigenti di industrie farmaceutiche per accumulare soldi (con la vendita di farmaci e vaccini) e fama grazie alla paura dell’epidemie». Racconta Abbate che il virus dell’aviaria – responsabile nel 1999 di un’epidemia che gettò nel panico tutto il mondo – proprio in quegli anni sarebbe arrivato in Italia dentro dei cubetti di ghiaccio in una scatola termica. Il pacco anonimo, che aveva viaggiato da un continente all’altro scavallando tutti i controlli, avrebbe avuto come destinatario un manager di un’importante ditta veterinaria italiana.

Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, spiega a Linkiesta che «il rischio reale che comporta il viaggio di questo materiale è molto limitato: neanche se lo bevi ti infetti. Deve esserci una situazione particolare, come il contatto con mucche o pidocchi, ma il rischio è potenziale. Non parliamo di una bomba atomica radioattiva che colpisce tutti quelli che passano nelle vicinanze. Rischi per la salute, a mio avviso, non ci sono e non ci sono stati». Inoltre, aggiunge il virologo, «il trasporto di materiale freddo lo fanno tutti, anche noi. Bisogna capire dal punto di vista tecnico la modalità del trasporto e accertare che sia stato fatto illegalmente. Questo sistema di trasporto costa moltissimo (intorno ai mille euro per campione) e richiede un lungo iter burocratico che allunga i tempi di consegna. È probabile che abbiano “semplificato” la procedura di spedizione rispetto a quella regolare, per spendere meno sul trasporto. Certo si tratta comunque di un’irregolarità,  ma mette i fatti in un’ottica diversa».

Pregliasco spiega inoltre che ci sono diversi modi per entrare in possesso del virus e lavorare alla produzione del vaccino. Uno è attraverso l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che di volta in volta stabilisce quale sarà lo stipite virale su cui lavorare per realizzare il vaccino, e lo fornisce gratuitamente a tutti gli interessati, ricercatori e produttori. L’altro è rendere pubblica la sequenza genomica del virus, una volta isolato, in modo che tutti possano conoscerla. Metodo, quest’ultimo, usato dalla stessa Capua nel 2006, quando isolò per prima il virus dell’aviaria, rendendone poi pubblica la sequenza genomica. «Per fare i vaccini bisogna avere uno stipite virale: in genere è l’Oms a stabilire qual è, e si occupa della distribuzione sostanzialmente gratuita, a parte spese di viaggio e spedizione del materiale. Quello che può essere successo è che i manager di queste ditte italiane abbiano cercato di avere i campioni prima del tempo, per poter velocizzare l’iter produttivo e verificare dal vivo problemi tecnici di laboratorio che possono verificarsi nel momento che si sviluppa il vaccino. Una sorta di “fammi aver prima quello che poi avrò ufficialmente così mi porto avanti con il lavoro”. Anche perché tutta la procedura regolare richiede un certo periodo di tempo».

Si legge ancora su l’Espresso del sospetto dei Nas che dietro questa vicenda ci sia «un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale: amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. In un caso ipotizzano persino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia fosse legata all’attività illecita di alcuni manager». In particolare l’Espresso si riferisce a Paolo Candoli, manager della Merial, la branca veterinaria della Sanofi, che nel 1999 si sarebbe fatto spedire illegalmente a casa dall’Arabia Saudita un ceppo dell’aviaria, probabilmente per ottenere in anticipo l’agente patogeno e sviluppare i vaccini battendo sul tempo la concorrenza. Ma secondo gli investigatori dei Nas, anche la Capua e l’istituto Zooprofilattico sperimentale (Izs) delle Venezie sarebbero coinvolti nel traffico illegale e la scienziata sarebbe stata pagata per fornire gli agenti patogeni alle case farmaceutiche. Nel caso del virus H7N3, gli inquirenti ritengono che sia stata la stessa Capua a fornirlo a Candoli.

La deputata di Scelta civica, dal canto suo, racconta al Corriere della Seradi essere sbigottita perché «queste ipotesi si basano su errori grossolani che trasformano la realtà. Si ipotizza che dei virus spediti illegalmente a terzi dall’Arabia Saudita abbiano acceso nel 1999 un focolaio di influenza aviaria nel Nord Italia. Ma si tratta di due virus che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro. Quello saudita è del tipo H9N2, l’italiano è H7N1». Inoltre, secondo quanto riporta l’Espresso, i carabinieri hanno anche concluso che Ilaria Capua, con la complicità di altri funzionari dell’Izs, avrebbe favorito due società, la Merial e la Fort Dodge Animal, dove lavorava il marito, concedendogli l’esclusiva di un sistema da loro brevettato per individuare gli animali infetti (Diva) ed escludendo così le altre aziende concorrenti dalla vendita di vaccini veterinari per l’influenza aviaria e permettendo agli stessi ricercatori di trarne profitti economici. 

L’ultima parte dell’inchiesta riguarda l’allarme che venne lanciato nel 2005 di una possibile pandemia di influenza aviaria. Gli inquirenti hanno concluso che dietro l’emergenza per il virus H5N1 ci fu in realtà un’azione mediatica, attivata soprattutto dalle multinazionali dei farmaci per incrementare la vendita di farmaci antivirali. E che ci fu un favoritismo per il farmaco prodotto dalla Glaxo a discapito di quello marchiato Roche. «In realtà nel 2005 comprammo entrambi i farmaci perché avevano caratteristiche diverse e complementari», racconta Pregliasco, «e averli tutte e due permetteva di affrontare situazioni diverse. Che ci sia stata una preferenza nei confronti di un farmaco rispetto a un altro non lo direi. Ma l’elemento portante semmai è l’altro: dire se l’emergenza c’è stata o meno. A posteriori possiamo dire che non c’è stata e fu sovrastimata, ma lì sul momento andava presa una decisione. Quel virus (H5N1) aveva una grossa aggressività, un’esposizione diretta animale-uomo, insomma tutte le caratteristiche per una potenziale pandemia. E nel dubbio furono ordinati i farmaci, poi rimasti inutilizzati. Ma se non avessimo avuto farmaci e il disastro fosse stato pesante avrebbero accusato gli stakeholder politici di non aver fatto abbastanza. Poi è possibile che i diversi stakeholder abbiano contributo a sovrastimare il rischio, ma non parliamo solo delle ditte farmaceutiche, ma anche delle stesse istituzioni o i ricercatori, che annunciano il disastro per poi dire che ci hanno salvato, o i giornalisti, che cavalcano la notizia. C’è anche da dire che rispetto a 30-40 anni fa il nostro sistema di sorveglianza è molto più sensibile, è come un allarme molto sensibile, che all’ingresso della villetta suona anche solo se passa il gatto. Varianti simili dei virus sicuramente ci sono state anche in passato ma non venivano rilevate. Oggi invece vengono segnalati subito, ed è difficile interpretarli perché non abbiamo ancora la capacità di dire se quello che sta passando è il gatto o il ladro».  

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