Holden, vecchio mio

Holden, vecchio mio

Tra i film che ho apprezzato di più nei primi mesi del 2014 ci sono stati Her, Dallas Buyers Club e A proposito di Davisdei fratelli Coen. Li ho visti in quest’ordine: e più o meno quando sullo sfondo dell’ennesima serata inconcludente di Llewyn Davis compare un giovane Bob Dylan con la sua armonica mi è passata per la mente una strana analogia. Tutti e tre i film ruotavano intorno a un protagonista sconfitto: sconfitto in partenza dalla malattia, dal successo che sfugge, dalle difficoltà economiche, da un mondo di relazioni umane povero o insoddisfacente.

Mi sono chiesto se sia stato un caso se, nel corso di una crisi economica che ha interessato le due sponde dell’Atlantico e che ha messo in discussione un pluridecennale atteggiamento di ottimismo nei confronti del futuro – fondato sulla convinzione che ogni generazione sarebbe stata migliore della precedente – diversi film candidati all’Oscar fossero centrati intorno al tema della sconfitta (e altri se ne potrebbero aggiungere alla lista: American Hustle, The Wolf of Wall Street, ciascuno a modo suo). Non farcela, nel cinema mainstream recente, è stata a lungo una condizione che serviva solo a far brillare ancora di più il successo finale; ultimamente qualcuno è sembrato accorgersi che il grande pubblico avrebbe potuto provare una certa identificazione anche nei casi in cui il protagonista, un attimo prima dei titoli di coda, non si aspetta affatto un futuro felice e contento.

Il giovane Holden è più che il romanzo di una generazione: è anche una tersa e perfetta espressione letteraria del senso della sconfitta di un individuo. Holden Caulfield frequenta le «scuole di alto livello» ma non sembra avere la fibra di chi fa carriera e la necessaria «vasta trascuratezza» – per citare un altro grande classico della sconfitta, Il grande Gatsby. Non credo sia un caso se proprio oggi Il giovane Holden viene nuovamente tradotto, da Matteo Colombo per Einaudi: coglie in un certo misterioso modo lo spirito del tempo, nonostante il passare del tempo, come riescono a fare i capolavori.

La prima traduzione italiana di The Catcher in the Rye (il titolo inglese originale) fu pubblicata nel 1952, un anno dopo l’uscita negli Stati Uniti, dall’editore Casini. Stampata in qualche centinaio di copie, non ebbe un grande successo. Poi, nel 1961, Einaudi affidò il testo – già un grandissimo successo in inglese – ad Adriana Motti, a lungo compagna di Giacomo Debenedetti, con qualche esperienza di traduzione precedente, ma che per quel lavoro si dimise da un comodo impiego alla Società Autostrade. Quella della Motti è la traduzione con cui il Giovane Holden – questo il nuovo titolo scelto dalla Einaudi – è diventato un classico (anche) in italiano.

Piuttosto che dare un giudizio complessivo di una traduzione molto buona, che diventerebbe solo una variazione sul tema delle traduzioni e della loro difficoltà, su cui sono già stati scritti libri e libri, vorrei commentare qualche scelta significativa a partire da pochi brani. Potrà sembrare a tratti un esercizio ingeneroso, fare le pulci a questo o quel passo in un libro che non è neppure così snello; ma speriamo di riuscire a far emergere tramite qualche passaggio alcune caratteristiche più generali. D’altra parte, come ha riconosciuto con grande umiltà Matteo Colombo, «ogni traduzione è un parere».

 L’inizio

«If you really want to hear about it, the first thing you’ll probably want to know is where I was born, and what my lousy childhood was like, and how my parents were occupied and all before they had me, and all that David Copperfield kind of crap, but I don’t feel like going into it, if you want to know the truth». (cap. I)

«Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com’è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne.» (Motti, p. 3)

«Se davvero volete sentirne parlare, la prima cosa che vorrete sapere sarà dove sono nato, e che schifo di infanzia ho avuto, e cosa facevano e non facevano i miei genitori prima che nascessi, e altre stronzate alla David Copperfield, ma a me non va di entrare nei dettagli, se proprio volete la verità.» (Colombo, p. 3)

Due caratteristiche importanti della traduzione di Adriana Motti si vedono già dalle scelte nell’incipit. Per prima cosa, alcune originali e fortunate libertà rispetto al testo inglese, che arrivano a invenzioni linguistiche come l’«infanzia schifa» della prima frase al posto dell’ordinario lousy childhood; sono scelte che danno subito una voce molto riconoscibile al sedicenne Holden Caulfield. In questo caso, Colombo sceglie invece, legittimamente – e forse inevitabilmente, a fronte di un precedente così particolare – di restare più vicino al testo inglese, di non “marcare” l’aggettivo che accompagna childhood e di non eliminare – a mio parere, giustamente – la fine della prima frase, che la Motti aveva eliminato (if you want to know the truth).

La seconda caratteristica della traduzione della Motti era la sua generale castigatezza – non è presente quasi nessun termine scurrile, che avrebbe potuto causare qualche problema e qualche recensione negativa per partito preso nell’Italia del 1961. Colombo può senza problemi restaurare la coprolalia tipica di ogni sedicenne: e quindi nella prima pagina crap diventa «stronzate». Ci si poteva spingere anche più in là: alla fine del cap. 3 Stradlater dice che si è rovesciato sulla giacca some crap, che è più di «non so cosa» – un diciassettenne di oggi direbbe senz’altro «della merda». Ad ogni modo, la nuova traduzione può anche correggere qualche scelta che ai nostri occhi suona bizzarra: nella pagina successiva, ad esempio, Holden dice che la scuola si era svuotata per seguire la partita di football contro dei rivali storici. La Motti, dato che il football era sconosciuto o quasi nell’Italia degli anni sessanta, cambiò lo sport in «rugby». Oggi, che conosciamo molto meglio e molto di più gli Stati Uniti, quella seguitissima partita di «rugby» in Pennsylvania ci suona un po’ strana, e Colombo la fa tornare giustamente una partita di football americano.

 Old sport

«I was crazy about The Great Gatsby. Old Gatsby. Old sport. That killed me». (cap. XVIII)

«Per Il grande Gatsby ci vado matto. Il vecchio Gatsby. Quella vecchia sagoma. Mi lasciava secco.» (Motti, p. 165)

«Mi fa impazzire, Il grande Gatsby. Il vecchio Gatsby. Vecchio mio. Mi fa morire.» (Colombo, p. 166)

Il capitolo XVIII si conclude con una digressione piuttosto sconclusionata di Holden su diversi temi – i film, la guerra, gli scout, perfino la bomba atomica – e parla anche di libri. Questo è il giudizio su Il grande Gatsby di Fitzgerald, un libro che Salinger amava molto. Il centro è quell’old sport, che è l’appellativo con cui Gatsby chiama i suoi interlocutori, già strambo e fuori moda in bocca a un americano degli anni Venti. Pur nella sua brevità, il passaggio di Salinger è molto delicato e bellissimo: Holden, l’asociale, problematico Holden chiama per un attimo Gatsby come l’irraggiungibile Gatsby chiamava i suoi interlocutori, con lo stesso affetto ambiguo che Gatsby riservava alle mille persone che gli vivevano attorno – a lui così solo. Un momento dopo (that killed me) Holden fa uno scarto e mette subito una distanza tra lui e Gatsby, come a dire: old sport mi piaceva perché era un appellativo originale, una trovata linguistica, non penserete davvero che voglia bene al personaggio di un romanzo. Il riferimento si perde completamente nella traduzione di Adriana Motti, mentre Colombo lo recupera, usando un’espressione affettuosa e personale che è anche quella scelta da Fernanda Pivano per rendere old sport nella traduzione di Fitzgerald del 1951. A margine: Minimum Fax ha recentemente fatto tradurre Il grande Gatsby allo scrittore Tommaso Pincio, che ha scelto «vecchia lenza» per old sport. Un’ottima scelta, perché restituisce anche la stranezza e l’unicità dell’espressione.

Il fascino della ripetizione

Secondo i critici, la lingua che parla Holden è una rappresentazione piuttosto fedele della lingua di un sedicenne americano degli anni Cinquanta, della sua educazione e della sua estrazione sociale. Salinger si è inventato una “voce” per Holden che è allo stesso tempo caratteristica e personale. Tra i tanti tic linguistici di Holden Caulfield c’è quello di finire spesso la frase con and all. I traduttori si sono dovuti confrontare qui con una differenza sostanziosa tra le due lingue: l’italiano, al contrario dell’inglese, malsopporta la ripetizione, preferendo le sfumature della variazione e della perifrasi. Ma gli and all di Holden non sono mai così frequenti da diventare una ripetizione ossessiva. Salinger è uno scrittore troppo bravo per non dosare con attenzione anche quell’apparente trasandatezza della lingua, che compare tre volte nelle prime righe – in modo da farla notare al lettore – ma poi solo un’altra ventina in tutti i primi tre capitoli.

In italiano è impossibile ripetere la stessa espressione per ogni and all, e sia la vecchia che la nuova traduzione risolvono i passi in modo diverso. Da un sondaggio in quegli stessi tre capitoli, Matteo Colombo varia parecchio nella prima pagina e poi si mantiene sull’espressione «e via dicendo» in quasi metà delle occorrenze successive (che mi sembra una scelta molto buona, ma variare molto proprio nell’incipit mi convince meno) mentre Adriana Motti varia parecchio di più, con una preferenza per le opzioni «e tutto quanto», «e via discorrendo», «eccetera eccetera».

Il ritmo

«Then what she did – it damn near killed me – she reached in my coat pocket and took out my red hunting hat and put it on my head.» (cap. XXV)

«E allora lei fece una cosa che per poco non mi lasciava secco: mi infilò la mano nella tasca del soprabito, ne tirò fuori il mio berretto rosso da cacciatore e me lo mise in testa.» (Motti, p. 245)

«Poi che ha fatto – a momenti ci resto secco, accidenti a lei – mi ha infilato una mano nella tasca del cappotto, ha tirato fuori il mio cappello da caccia rosso e me l’ha messo in testa.» (Colombo, p. 248)

Nel penultimo capitolo, uno dei più famosi, Holden è al parco con la sorella minore Phoebe, a cui è molto affezionato. In questa frase, la sintassi fa una pausa e il ritmo diventa sincopato: con così poco Salinger sottolinea l’emozione di Holden (che è dichiarata esplicitamente solo in quel It damn near killed me – una sottile variazione di un altro dei tic linguistici del ragazzo). La rottura della sintassi usuale non è molto frequente in Salinger, ma Adriana Motti scelse in ogni caso di non rendere quell’effetto e di restare su una lingua più corretta, sotto quel punto di vista. Matteo Colombo, al contrario, decide qui come altrove di rendere la frase spezzata, una scelta di aderenza al testo che arricchisce.

In conclusione

Tra le molte altre cose che ci sarebbero da dire su questa nuova traduzione, solo una mi preme ancora: il finale mi sembra ancora migliore nella traduzione di Adriana Motti. Quell’everybody cala nello sconclusionato e perfetto desiderio di essere come tutti, di far parte di una famiglia, di un gruppo, di una società che gli sia vicina e amica (il tono di nostalgia e di perdita irrecuperabile mi richiama l’ultima pagina di Sulla strada, scritto e pubblicato negli stessi anni). E credo che quel «sentite la mancanza di tutti» sia una scelta un poco migliore di quella della nuova traduzione. Ma non voglio dilungarmi troppo su questo punto, nel caso qualcuno avesse la fortuna di non aver ancora letto Il giovane Holden.

La storia editoriale del libro nel nostro paese, insomma, si è arricchita di un nuovo capitolo. Adriana Motti – anche se in (o forse proprio grazie a) una traduzione imperfetta – ha dato a Holden una voce indimenticabile, un passaggio che a cinquant’anni di distanza non è possibile dimenticare. Matteo Colombo ha reso quella voce più attuale, ha corretto qualche imperfezione di quella – e ha il grande merito di aver lasciato Il giovane Holden ben saldo nello scaffale dei classici, nel posto che gli spetta.

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