«Milionario? La mia auto non ha neppure il servosterzo»

«Milionario? La mia auto non ha neppure il servosterzo»

Poco prima di prendere la parola, Giancarlo Galan si assicura che tutti i presenti siano in possesso delle carte. Una lunga serie di documenti. Per dimostrare la sua innocenza nell’inchiesta sul Mose, l’ex governatore del Veneto fa distribuire ai giornalisti la memoria trasmessa alla Giunta per le Autorizzazioni di Montecitorio e quella preparata per la Procura di Venezia. Ci sono una serie di consulenze tecniche sul suo patrimonio, due perizie calligrafiche sulle firme relative al conto corrente di San Marino. A un certo punto della conferenza stampa, Galan tira fuori persino le fotografie dei bagni della sua abitazione, Villa Rodella. Prima e dopo la ristrutturazione finita al centro delle indagini della Guardia di Finanza. 

«Finalmente dopo venti giorni posso parlare». In queste settimane il Doge ha atteso invano  un confronto con i magistrati, per rispetto verso la giustizia si è astenuto da qualsiasi commento. Adesso proclama con forza la sua estraneità alle accuse. «Sono state scritte le peggiori infamie sul sottoscritto – si sfoga Galan nella piccola sala stampa della Camera -. Sono stato investito da un ciclone giudiziario, umano e mediatico che mai avrei pensato. Anche perché non ho le colpe che mi vengono attribuite». Con calma, l’ex governatore si sforza di sorridere. Ostenta tranquillità. «Parlo di tutto, non ho nulla da nascondere». Vuole chiarire ogni aspetto dell’inchiesta. Anticipa fin da subito che risponderà a qualsiasi domanda dei giornalisti. A dispetto dei toni, è chiaro che il polverone giudiziario ha lasciato tanta rabbia. Il deputato berlusconiano se la prende con i magistrati, che non hanno mai voluto ascoltarlo. Ce l’ha con i giornalisti, responsabili di aver pubblicato ricostruzioni spesso inesatte. Soprattutto, non perdona i militari della Guardia di Finanza che hanno condotto le indagini. «Hanno fatto un lavoro modesto, scandente, tale da indurre in errore i magistrati». 

Non c’è troppo spazio per la diplomazia. Galan denuncia le «colossali fesserie» messe in circolazione. «Quante balle….» conferma più volte scrollando le spalle. Analiticamente, l’ex governatore del Veneto prova a smontare punto per punto le accuse. «Sono stato raffigurato come stabilmente e illegalmente stipendiato da corruttori seriali per mantenere un livello di vita faraonico». Ed è proprio sulla sua condizione patrimoniale che il deputato vuole fare chiarezza. La Guardia di Finanza ha confrontato i bilanci familiari dal 2000 al 2010, dimostrando una sproporzione tra le entrate e le uscite di quasi 1.300.000 euro. «Il ragionamento sotteso a quei calcoli – denuncia ora Galan nella memoria difensiva – è all’evidenza il seguente: i denari serviti per le uscite non coperte dalle entrate “ufficiali” corrispondono alle tangenti a me versate». E allora l’ex governatore si fa i conti in tasca, per dimostrare i «numerosi» errori che hanno viziato le indagini delle Fiamme gialle.

Anzitutto, spiega Galan, la Guardia di Finanza ha evitato di considerare il patrimonio accumulato prima del suo ingresso in politica. «Quando sono diventato presidente del Veneto, erano già dieci anni che lavoravo e guadagnavo, molto». Da dirigente di Publitalia, Galan racconta di aver percepito 660 milioni di lire solo nel biennio 1993-94. Senza considerare la liquidazione ricevuta al momento dell’addio, «700 milioni di lire, che ho investito in azioni Antonveneta: mi hanno fruttato più di 400 milioni di lire». Non solo. Nel calcolare le entrate economiche, denuncia sempre Galan, la Guardia di Finanza avrebbe clamorosamente dimenticato i rimborsi percepiti da parlamentare e da presidente della Regione. Somme non imponibili, tra diaria e indennità, che dal 2000 al 2011 avrebbero raggiunto i 548.423,11 euro. Insomma, secondo il deputato la differenza tra entrate e uscite non può dimostrare alcuna corruzione. Anche perché negli anni in questione, «risulta inequivocabilmente un attivo di 702.895,66 euro».

Ma non c’è solo l’inchiesta giudiziaria. Giancarlo Galan non ha digerito le falsità scritte sulla sua vita privata. Tante ricostruzioni giornalistiche vengono bollate senza mezzi termini come infamie. «Mia moglie non faceva la cubista – precisa – non ne ha neppure il fisico, anche se è una donna bellissima e io le voglio bene». L’ex governatore critica le indiscrezioni su Villa Rodella, la sua abitazione sui Colli euganei (le cui ristrutturazioni sono state messe in relazione con la presenza di tangenti). E così riporta con dovizia di particolari la storia della tenuta. Una villa messa più volte all’asta giudiziaria e acquistata da un dentista siciliano per soli 300 milioni di lire. Fallito il progetto di una clinica odontoiatrica, la villa finisce a Galan. Comprata per poco meno di un milione di euro. «Non perché sono un cretino – spiega – ma perché era già stata restaurata». Galan sventola le fotografie della casa. Ci sono i bagni, gli interni, prima e dopo i lavori. «Ecco il restauro milionario – alza la voce – altro che balle. Gli infissi sono gli esattamente gli stessi, non è stata cambiata una finestra». Si scopre così che la parziale ristrutturazione di Galan sarebbe costata non più di 700mila euro. Circa la metà per il corpo centrale della villa (compresa la sostituzione di almeno 300 mq di parquet). Il rimanente per la suddivisione in sette mini appartamenti della “Barchessa”, la parte della tenuta adibita ad agriturismo. 

Anche i tempi non coincidono. Secondo le accuse, le ristrutturazioni sarebbero state pagate nel 2011. Ma Galan assicura che i lavori in villa erano già conclusi nel 2007. Lo potrebbe dimostrare anche l’ex premier Silvio Berlusconi che nel 2009, intervenuto come testimone di nozze dell’ex governatore, si era concesso un riposino pomeridiano in una delle camere della Barchessa. Altro che faraonica vita da milionario. «Qualcuno di voi ha avuto il coraggio di scrivere che avrei un parco auto straordinario, del valore di 200 milioni». In realtà stando agli stessi atti della Procura di Venezia, le vetture di proprietà di Galan difficilmente potrebbero essere vendute per più di trentamila euro. Il Doge elenca con maniacale precisione le automobili che ha in garage. Una Land Rover “Defender” del 1980, «non ha neppure il servosterzo». Un’Audi Q7 acquistata dieci anni fa, usata, con oltre 300mila km. Un quad da 1.250 euro e una Mini Morris del 1976 donata per le nozze dal parlamentare Niccolò Ghedini. Conclude il parco auto una Pinzgauer del 1973. «Avete presente? Quelle che usava l’esercito sloveno». Stesse inesattezze per le barche. «Secondo alcuni giornali ne avrei addirittura dieci, per la Guardia di Finanza tre. In realtà sono due». Si tratta di due imbarcazioni da pesca. Un Boston Whaler di 27 piedi del 1993, acquistato una quindicina di anni fa e ormeggiato a Jesolo. E un Boston Whaler di 28 piedi, ora in Croazia, comprato da Galan nel 2003 per circa 100mila euro. «La Guardia di Finanza mi attribuisce anche una barca a vela ormeggiata a Venezia – continua -. Ma sono 45 anni che non metto piede su una barca a vela».

La difesa di Galan prosegue, smentita dopo smentita. «Si è scritto, detto e sostenuto che avrei addirittura interessi nascosti in Indonesia. Falso». Come false sarebbero le firme apposte sulle distinte del conto corrente a San Marino. Qui, secondo le accuse, l’ex governatore avrebbe intascato una tangente da 50mila euro. Galan ricorda la creazione di quel conto. Aperto nel 2004 con «un gesto assolutamente simbolico – si legge nella memoria difensiva – a suggello dell’accordo commerciale stipulato tra Regione Veneto e Repubblica di San Marino». Un conto ufficiale, assolutamente trasparente. Su cui in seguito sono stati prima depositati, poi prelevati, 50mila euro. «Ma in entrambi i casi la firma è falsa» spiega Galan. La prova della macchinazione sarebbe fornita da due perizie calligrafiche. Due pareri che confermano l’estraneità del Doge da quei movimenti. 

Ad ascoltare Galan sono in tanti. Decine di operatori video, fotografi. Qualche parlamentare di Forza Italia. Tra i giornalisti anche diversi corrispondenti stranieri, segno che l’attenzione sulla vicenda Mose ha varcato da tempo i confini nazionali. Davanti a tutti, l’ex governatore continua a difendersi. Sereno, invita a fare domande. Perde la pazienza solo quando parla dell’ex segretaria Claudia Minutillo, una degli accusatori. Galan racconta i dettagli della sua assunzione, poi si sofferma sui motivi che otto anni fa lo hanno spinto a chiudere quel rapporto di lavoro. Ricorda la poca simpatia che ne aveva la moglie, anche se in realtà «nessuno la sopportava». Non nega di avere avuto dei sospetti. «Avevo la segretaria più lussuosamente vestita dell’emisfero boreale». A far scattare l’allarme, però, sarebbe stato un cappotto da 16mila euro, indossato un giorno dalla Minutillo. «E per la Madonna – alza la voce Galan -. Allora qualche dubbio mi è venuto».

Tanti particolari sono contenuti nelle carte depositate in Giunta. Come le due presunte tangenti da 900mila euro ricevute tra il 2006 e il 2008 per «compiere o aver compiuto atti contrari ai doveri d’ufficio». Al centro della vicenda, due pareri rilasciati dalla commissione di Salvaguardia e dalla Commissione Via rispettivamente nel 2004 e nel 2005. «Ma avete mai visto una tangente pagata quattro anni dopo?». Intanto tra pochi giorni arriverà il primo giudizio. Entro i primi di luglio, la Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio dovrà decidere sull’ordinanza di custodia in carcere di Galan. È in questa sede che il deputato di Forza Italia dovrà dimostrare il “fumus persecutionis”, l’accanimento nei suoi confronti. Nella memoria difensiva il Doge evidenzia allora altre stranezze del suo caso. A partire dalle diverse richieste di essere ascoltato, rivolte senza successo alla Procura della Repubblica di Venezia. Ma anche lil fatto che «gran parte dei reati che mi sono contestati sono pacificamente prescritti».

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