Mose, già nel 2007 i dubbi dell’Authority in Parlamento

Mose, già nel 2007 i dubbi dell’Authority in Parlamento

Il governo va avanti. Nonostante lo scandalo del Mose e l’inchiesta della procura veneziana, i lavori devono proseguire. Chiudere i cantieri – come hanno chiesto alla Camera gli esponenti del Movimento Cinque Stelle – sarebbe impensabile. «Fermare l’opera provocherebbe un danno gravissimo e certo, con effetti economici di elevate entità» ha confermato il sottosegretario alle Infrastrutture Umberto Del Basso De Caro, intervenuto in audizione in Commissione Ambiente di Montecitorio. «Il sistema Mose sarà ultimato nel 2016».

Nessun ritardo, insomma. O quasi. In realtà era chiaro da tempo che il cronoprogramma dei lavori non sarebbe mai stato rispettato. Paradossi italiani. Nel 2007 il Parlamento era stato addirittura informato che gli interventi per mettere al riparo la laguna di Venezia dalle alte maree dell’Adriatico non si sarebbero potuti concludere secondo i tempi previsti. Particolare non secondario: all’epoca la conclusione dell’opera era prevista per il 2012. Due anni fa.

A sollevare le criticità sul Mose era stata l’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture. Un allarme messo nero su bianco e consegnato a Camere e governo nella relazione annuale al Parlamento. All’epoca a Palazzo Chigi c’era ancora Romano Prodi. E così già sette anni fa era chiaro che nei lavori in Laguna qualcosa non andava bene. L’assenza dei finanziamenti previsti, aveva denunciato il garante, avrebbe messo a rischio la normale procedura dell’opera. «Circa il finanziamento delle opere – si legge nel documento trasmesso al Parlamento e firmato dall’ex presidente Luigi Giampaolino – si evidenzia che il Cipe ha assegnato ulteriori fondi in data 3.08.2007, in misura tuttavia inferiore alle necessità individuate nel cronoprogramma dell’intervento complessivo, che si sviluppa per fasi, con possibili riflessi negativi sulla produzione esecutiva ipotizzata per il completamento dell’opera nel 2012».

L’attuale presidente dell’Autorità conferma la vicenda. Intervenuto a Radio24, Sergio Santoro ha ricordato quella segnalazione al Parlamento. Comprese le criticità che «avrebbero compromesso l’esecuzione delle opere». Poi ha ammesso: «Il punto è che la legge sul Mose è una legge antica, è del 1984 (la 798/84, ndr). E contiene un coacervo di deroghe che sono ancora più gravi e più forti rispetto a quelle Expo. Sono deroghe che attengono allo stesso affidamento dei lavori». 

E proprio alla luce di quella relazione dell’Autorità per la Vigilanza sui contratti pubblici, tornano in mente alcuni passaggi dell’inchiesta della procura di Venezia. Nel 2007 i fondi stanziati dal Cipe non erano sufficienti per completare le opere? Pochi anni dopo sono proprio alcuni degli indagati  – così almeno si legge nelle carte della procura – a fare pressioni per modificare il tetto del 15 per cento allo stanziamento dei fondi Fas. Una serie di presunte corruzioni e una maxi tangente da mezzo milione di euro, con un unico obiettivo: sbloccare un finanziamento di 400 milioni per il sistema delle dighe mobili attraverso una delibera del Cipe. Delibera effettivamente adottata il 13 maggio 2010.