Il dibattito sulle riforme? In Italia non siamo pronti

Il dibattito sulle riforme? In Italia non siamo pronti

Niente, non ce la possiamo fare. In Italia non siamo in grado di varare una riforma condivisa. Neppure se il tema del contendere è rilevante. Il più importante di tutti: la revisione della nostra Costituzione. Mettiamoci l’anima in pace. Altrove sarebbe difficile trovare un’intesa tra le diverse forze politiche. Da noi è impossibile persino confrontarsi. E così mentre il Senato esamina il provvedimento che ridisegnerà le istituzioni repubblicane, in Parlamento ci si affanna a delegittimare l’interlocutore. 

Il presidente del Consiglio ormai non prende nemmeno in considerazione le ragioni dei critici. Chi si oppone alla riforma del governo è un gufo, un rosicone, il responsabile di mezzo secolo di immobilismo. L’ostruzionismo – pure previsto dai regolamenti delle Camere – diventa un insostenibile affronto all’Italia. E poi ci sono le opposizioni. Qualche ora fa il leader del Movimento Cinque Stelle ha commentato il provvedimento dell’esecutivo con un post dal titolo eloquente, “Aridatece er puzzone”. Alla faccia del dialogo. Nel suo blog Beppe Grillo denuncia addirittura un colpo di Stato – in primo piano un’immagine di Benito Mussolini – accusando direttamente il premier e il capo di Stato Giorgio Napolitano (lo stesso da cui ieri sono andati in processione i parlamentari M5s per denunciare le forzature del governo).

Intanto la riforma della Costituzione va avanti. Uno strappo dopo l’altro. A Palazzo Madama il governo prova ad accelerare, le opposizioni frenano. Tagliole, voti segreti, tempi contingentati. Il dibattito nel merito del provvedimento passa inevitabilmente in secondo piano. «Piaccia o non piaccia, le riforme le faremo» avverte in un’intervista al Corriere della Sera Matteo Renzi. Il confronto con le opposizioni è stato archiviato da tempo. «Loro pensano di farci innervosire, di farci diventare polemici, di farci mollare – racconta – Io non mollo». Il fronte dei critici è ampio e variegato, i rilievi mossi alla riforma numerosi e condivisi. Ma il premier sembra aver chiuso la porta. «In Italia – punta il dito – c’è un gruppo di persone che dice “no” da sempre».  

Dissidenti di Forza Italia e Partito democratico, grillini, leghisti. Finiscono tutti nello stesso calderone. Chi si oppone al provvedimento di Palazzo Chigi vuole la crisi del Paese. Chi si dice contrario alla riforma è automaticamente un conservatore, un amante della palude, un frenatore di professione. Qualche mese fa il premier era diventato protagonista di una battaglia ornitologica. Ce l’aveva con i gufi e con gli “uccellacci del malaugurio”. Erano le settimane degli 80 euro in busta paga. Chi aveva ironizzato sulle coperture economiche era stato liquidato come un «rosicone». In altre occasioni come uno sciacallo. «#mentreloro fanno ostruzionismo per provare a bloccare il cambiamento, noi ci occupiamo di posti di lavoro» twittava Renzi pochi giorni fa. Neanche ci fosse un legame tra la riforma del Senato e il tasso di disoccupazione in Italia. Certo, mediaticamente il premier è efficace. Marca la distanza con l’avversario in maniera indelebile: noi e loro. Pochi giorni prima delle ultime Europee Renzi spiegava: «Sarà un derby tra chi scommette sul fallimento dell’Italia e chi pensa di potercela fare». E come sono finite quelle elezioni lo ricordano tutti. 

Muro contro muro. Al governo risponde il leader del principale movimento di opposizione, Beppe Grillo. Lo fa con toni tutt’altro che concilianti. Se fino a pochi giorni fa il M5S aveva cercato un confronto con il Pd sulla riforma elettorale, oggi accusa l’esecutivo addirittura di un colpo di Stato. «Mussolini ebbe più pudore – scrive Grillo – Non le chiamò “riforme”». E meno male che i Cinque Stelle avevano aperto la stagione del dialogo. Grillo non risparmia il capo dello Stato. «Il regista di questo scempio – si legge – è Napolitano che dovrebbe almeno per pudore istituzionale dimettersi subito e con il quale le forze democratiche non dovrebbero avere più alcun rapporto». Pazienza se ieri, per protestare contro il governo, i senatori grillini si erano recati in corteo proprio al Quirinale. 

A botta, risposta. «Dice Grillo che il nostro è un colpo di Stato – scrive Renzi -. Caro Beppe: si dice sole. Il tuo è un colpo di sole!». Non c’è spazio per il dialogo. Si evocano come una minaccia le urne anticipate. Ci si rinfaccia a vicenda il timore del voto. Si accusa l’interlocutore di andare contro il volere popolare (e poco conta se per tanti italiani la revisione del bicameralismo sia tutt’altro che una priorità). Il piglio decisionista di Palazzo Chigi? È la conseguenza di una deriva autoritaria. Gli attacchi di Grillo? Il tentativo di demolire le istituzioni. Intanto la riforma costituzionale resta in secondo piano. Ben nascosta dagli insulti, le accuse, i tweet di scherno. Oscurata dalle battaglie in Aula a colpi di ostruzionismo e regolamento. Dopo più di mezzo secolo il provvedimento cambierà l’assetto istituzionale del nostro Paese. Forse saranno in pochi ad accorgersene.

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