Nigeria, 100 giorni di violenze e silenzi

Nigeria, 100 giorni di violenze e silenzi

A cento giorni dal rapimento delle circa 280 ragazze di Chibok da parte del gruppo jihadista Boko Haram, la violenza in Nigeria non è diminuita. La situazione nel Paese, anzi, è peggiorata. Un report della società britannica di consulenza strategica Maplecroft riferisce che la Nigeria è il Paese con il maggior tasso di incidenti mortali per attacchi terroristici. Oggi, 31 luglio, nel campus universitario di Kano, la principale città del nord Nigeria, tra studenti che controllavano la lista degli ammessi alla facoltà, si è fatta esplodere una donna kamikaze, la quarta in una settimana.

In questi mesi, il presidente Goodluck Jonathan non è stato capace di ritrovare le ragazze rapite né di prevenire ulteriori attacchi terroristici. E la domanda che ora tutti, in Nigeria, si fanno è: «È capace il governo di Abuja di gestire tutto questo?». Intanto, tra la popolazione, si diffondono teorie cospirazioniste su chi sia davvero responsabile del rapimento di Chibok.

Foreign Policy racconta tutto questo in un articolo, di cui pubblichiamo alcuni estratti.

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Lo scorso weekend Boko Haram ha ucciso dozzine di persone e costretto altre 15.000 a fuggire dopo aver attaccato il villaggio di Damboa, nel nord della Nigeria. I reporter riferiscono tragicamente che, dal giorno del rapimento, undici parenti delle ragazze di Chibok sono morti, alcuni di loro perché coinvolti in attacchi.  

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Ma le violenze, i rapimenti e le morti provocati dal gruppo non sono l’unico problema che la nazione più popolosa dell’Africa sta affrontando. La percezione che si diffonde tra un numero crescente di nigeriani è che il governo guidato dal Presidente Goodluck Jonathan sia incapace di gestire Boko Haram. Non è stato capace di portare in salvo le ragazze di Chibok e nemmeno di prevenire ulteriori attacchi. La scorsa settimana il governo ha promesso di formare una forza di sicurezza regionale di 2800 persone, insieme a Cameroon, Chad e Niger, per liberarsi di Boko Haram. Ma di cooperazione si è già parlato in passato, e ha avuto scarsi effetti.

In gioco c’è poco meno che il futuro del Paese.

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Bring Back Our Girls, la campagna divenuta virale su internet e che ha portato la gente a protestare sulle strade della Nigeria, attrae ancora supporter, dice Zainab Usman (studente e blogger che ha partecipato alla campagna, ndr). Sebbene i numeri non sono più quelli dell’inizio. Le persone si raccolgono, ad esempio, presso la Unity Fontain di Abuja vestite di rosso, chiedendo che il governo faccia di più per ritrovare le ragazze.

Ma a maggio un altro gruppo è apparso inaspettatamente. I membri indossavano magliette bianche con scritto lo slogan: «Return our girls now» (riportateci le nostre ragazze ora, ndr). E portavano striscioni con la foto del Presidente. «È stato molto teso», dice Usman. «Erano molto aggressivi, e dicevano che non dovevamo essere contro il governo».  

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Il gruppo (vestito di bianco, ndr) è piccolo ma non è l’unico a credere che troppe critiche sono state vomitate contro l’amministrazione di Jonathan. I sostenitori del governo dicono che la campagna Bring Back Our Girls, e la conseguente attenzione che ha attirato sulla Nigeria, sono il lavoro degli attivisti dell’opposizione, decisi a rimuovere il Presidente prima delle elezioni del febbraio 2015. 

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Dal canto loro, i supporter di Bring Back Our Girl dicono che il gruppo vestito di bianco è stato pagato dal governo. 

Alcuni supporter del governo intravedono anche una più grande cospirazione: non è solo la campagna Bring Back Our Girls a costituire un problema. Boko Haram e il rapimento di Chibok sono parte di un complotto per screditare Jonathan prima delle elezioni di febbraio. Jonathan ha rovesciato un accordo politico di lunga data, sebbene mai scritto, che prevede che la presidenza ruoti a turno tra la Nigeria del nord e del sud dopo due mandati presidenziali. Molti nel Sud simpatizzano solo in parte con la visione degli alleati di Jonathan, che in Boko Haram e tutto quello che ne deriva vedono un tentativo di distruggere il loro presidente e infine ridare il potere al Nord. 

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Da qualche parte, in mezzo a tutto ciò, c’è Boko Haram. Il gruppo continua a confondere molti nigeriani, i quali incoraggiano ulteriori teorie cospirazioniste che nessuno può reprimere. «Nessuno sa chi o che cosa sono», dice Usman. «Sono capaci di bombardare Abuja un minuto prima, e quello dopo attaccare un ponte nel nord, e quello dopo ancora assassinare qualcuno. Come può un solo gruppo fare questo?»