Referendum più difficili, il Palazzo chiude le porte

Referendum più difficili, il Palazzo chiude le porte

Le porte del Palazzo si chiudono, e stavolta i cittadini rischiano di rimanere fuori. Proprio in queste ore la maggioranza accelera per chiudere in tempi rapidi la partita delle riforme istituzionali. A farne le spese potrebbe essere la democrazia partecipativa.

Referendum più difficili da convocare. Leggi di iniziativa popolare quasi inaccessibili. Senza dimenticare che alle prossime Politiche scomparirà dai seggi la scheda per l’elezione del Senato. Intanto il disegno di legge va avanti. Stasera la commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama licenzierà il testo. Dalla prossima settimana l’attenzione si sposterà all’aula del Senato. Considerando gli ulteriori passaggi nei due rami del Parlamento, non è possibile conoscere quali e quante modifiche saranno ancora introdotte. Eppure un primo dato risulta evidente. I cittadini italiani sono stati allontanati dalla politica.

Gli elettori non potranno più scegliere direttamente gli inquilini di Palazzo Madama (ammesso che finora le liste bloccate del Porcellum abbiano permesso di scegliere i parlamentari). Ma questo già si sapeva. Sarà un effetto collaterale del nuovo assetto istituzionale. Una conseguenza diretta della cancellazione del bicameralismo paritario da molti auspicata. Come conferma l’emendamento presentato nel primo pomeriggio dai relatori Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli, saranno i consiglieri regionali ad eleggere i 100 futuri senatori (esclusi i cinque di nomina presidenziale, quasi tutti in rappresentanza delle istituzioni territoriali). Così è stato deciso nell’ultima intesa tra il premier Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. E così sarà, a scanso di clamorosi scivoloni al momento del voto in Aula.  

Ma non tutti si sono accorti che stanno per essere fortemente ridimensionate anche due importanti forme di democrazia diretta previste dalla nostra Costituzione. La prima riguarda le leggi di iniziativa popolare. Oggi l’articolo 71 della nostra Carta assicura al popolo l’iniziativa di depositare testi di legge in Parlamento «mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli». Una forma di democrazia importante, spesso disattesa. Come è noto, buona parte delle proposte di legge di iniziativa popolare non vengono neppure prese in considerazione. E finiscono spesso per impolverarsi nei cassetti delle commissioni competenti. 

Presto potrebbe essere anche peggio. Nei giorni scorsi la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato un emendamento che sostituisce il limite di cinquantamila firme con duecentocinquantamila. Insomma, per presentare un disegno di legge di iniziativa popolare bisognerà raccogliere cinque volte il numero di sottoscrizioni finora previsto dalla Costituzione. Più firme, ma non per questo maggiori possibilità di approvazione. L’emendamento prevede che «la discussione e la deliberazione conclusiva sulla proposte di legge di iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari». Senza fornire però alcuna specifica garanzia.

E poi ci sono i referendum abrogativi. Quintessenza della partecipazione popolare alla politica. Divorzio, aborto, finanziamento pubblico ai partiti. In passato è stato proprio grazie a questi istituti che gli elettori hanno cambiato la società italiana. L’articolo 75 della Costituzione è dedicato all’argomento. «È indetto un referendum popolare – si legge – per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali».

Se la riforma all’esame del Parlamento andrà in porto, non sarà più così. Nei giorni scorsi i due relatori avevano ipotizzato un innalzamento delle firme necessarie per la presentazione dei referendum a un milione. Il doppio di quanto previsto dai padri costituenti. Poche ore fa la soglia è stata sensibilmente abbassata. Secondo quanto previsto da un emendamento approvato in commissione, serviranno ottocentomila sottoscrizioni. In ogni caso molte di più rispetto ad oggi. 

Stando alla modifica, la Corte Costituzionale dovrà fornire un giudizio preventivo di ammissibilità sui quesiti una volta raggiunte le 400mila firme, a metà strada. Mentre saranno espressamente eliminati i “referendum manipolativi”. In poche parole, l’abrogazione dovrà riguardare un’intera legge o un suo articolo. E non più solo qualche termine, spesso in grado di modificare il senso della norma. 

Più firme da raccogliere, ma un quorum più accessibile. Fino ad oggi il buon esito dei referendum era vincolato al voto del 50 per cento più uno degli aventi diritto. Una soglia spesso irraggiungibile. Nella modifica presentata al Senato si prevede che il quorum sia limitato alla maggioranza di chi ha partecipato alle ultime elezioni della Camera dei deputati. Non tutti sono convinti che si tratti di una coerente forma di compensazione. A partire dall’indiscusso protagonista della storia referendaria italiana, Marco Pannella. Intervistato da La Stampa, stamattina il leader radicale spiegava come gli unici in grado di raccogliere un milione di firme siano le forze politiche ben strutturate sul territorio. L’emendamento al vaglio del Senato? «Una cretinata», semplificando alla sua provocatoria maniera.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter