Caro direttore, la politica fiscale è fallita

Caro direttore, la politica fiscale è fallita

Come la pensano gli italiani lo si può comprendere anche dalle lettere ai giornali. C’è un sito, in Italia, che, quotidianamente, pubblica le lettere più interessanti, www.carodirettore.eu, nato per iniziativa dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano. Linkiesta ne propone qualcuna, rimandando al sito i lettori che vorranno avere un panorama ancora più vasto di ciò che gli italiani scrivono ai giornali, quotidiani e periodici.

Non si smantella un’orchestra come questa

Disgregare una compagine sinfonica di circa 80 professori d’orchestra, selezionati fra quattromila concorrenti provenienti da tutta Europa e che lavorano insieme da oltre un decennio, è una vergogna che illustra perfettamente quale infimo grado di considerazione per la cultura abbia raggiunto il nostro Paese. L’Orchestra sinfonica di Roma era un complesso privato e aveva quale finanziatore unico una banca, ora confluita in Unicredit. La banca, o fondazione che sia, decide che non ci sono più soldi per quel capitolo di spesa o pensa di investirli altrove e dunque chiude l’orchestra. Ma una banca non può disfarsi di un’orchestra sinfonica, come fosse un inutile fardello o un casuale serraglio di animali, senza avere l’obbligo di avviare una procedura di garanzia affinché quell’orchestra che non si vuole più finanziare, si trovi nelle condizioni di proseguire diversamente la sua attività. Se la legge non lo prevede, è sbagliata la legge. Nel frattempo si storni magari qualche briciola da costosissime manifestazioni di dubbia utilità e si permetta a questa Orchestra Sinfonica di rimettersi a lavorare. Ovviamente per trovare il modo di star su con le proprie gambe.

Laura Tòrgano, Repubblica, 22 agosto

Boom delle tasse rateizzate: significa che la politica fiscale è fallita

Equitalia annuncia che a luglio c’è stato un boom di richiesta di rateizzazioni. La notizia viene sbandierata come un successo senza precedenti, in realtà si tratta di un fallimento totale della politica fiscale italiana. Chi rateizza dimostra palesemente di non essere in grado di pagare tasse, imposte, multe e altri prelievi che aumentano sensibilmente anno dopo anno (quelle sulla casa sono raddoppiate nel giro di pochi anni) e che in quanto tali non sono più sostenibili. In un Paese civile tutti dovrebbero essere in grado di contribuire alle spese di interesse comune senza alcun problema, in un’unica soluzione, senza dover rinunciare a quello che rappresenta il minimo indispensabile per la propria sopravvivenza, pagare in base alla propria capacità come reciterebbe la Costituzione più ignorata al mondo. Dove la pressione fiscale è ai livelli minimi non è neanche pensabile che le pubbliche finanze siano costrette a concedere rateizzazioni di alcun tipo. Semplicemente non sono necessarie. Chi chiede le rateizzazioni dimostra che queste imposte non sono pagabili e con questo non risolve il problema, semplicemente lo sposta in avanti nel tempo peggiorando sempre più la situazione. Quello che è dovuto oggi viene spalmato sui prossimi anni, ma l’anno prossimo ci sarà un nuovo debito con una nuova rateizzazione e così via anno dopo anno con la zuppa che aumenta esponenzialmente anche per effetto di interessi che secondo molte associazioni di consumatori e non sarebbero usurari. Non ci sono differenze sostanziali tra il futuro debito dei privati e quello che chiamiamo pubblico, il quale per l’effetto degli interessi che si aggiungono sempre più al capitale diventa sempre meno liquidabile. Risolto il problema? Assolutamente no, semplicemente peggiorato. Ne riparliamo tra 5 anni, forse anche meno.  

Andrea Bucci, La Stampa 22 agosto

Perché i musulmani italiani non protestano contro le barbarie dell’Is?

Seguiamo tutti con trepidazione (e un filo d’ansia) la tragica evoluzione della barbarie dell’Isis nel nord dell’Iraq e in Siria. E personalmente mi associo ogni giorno alla preghiera della Chiesa per i nostri fratelli cristiani e per la pacificazione dell’intera regione. Ma mi chiedo anche perché i musulmani italiani, come quelli residenti nei Paesi europei ei n America, a cui è riconosciuta un’ampia libertà di manifestare, non scendono in piazza a gridare l’orrore contro chi infanga il loro credo. Naturalmente, non voglio attribuire nessuna responsabilità o connivenza, ma un intervento dei musulmani che vivono in terre democratiche potrebbe contribuire alla crescita delle popolazioni dei Paesi di origine, isolare i pazzi criminali, facilitare la propria integrazione in Occidente e la convivenza ovunque. Da palermitano ricordo quando, ventenne, scesi in piazza contro le stragi mafiose del 1993: furono manifestazioni spontanee che contribuirono a far crescere in tutti i siciliani onesti una coscienza antimafiosa.

Rosario Cosenza, Avvenire, 22 agosto

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