Chi ha vinto a Gaza?

Chi ha vinto a Gaza?

Dopo quasi due mesi di conflitto tra Israele e Hamas nella striscia di Gaza e oltre duemila morti, in maggioranza palestinesi e tra questi per lo più civili, è finalmente arrivata una tregua perpetua – almeno sulla carta – tra i contendenti. Il negoziato è stato prevalentemente condotto dall’Egitto del presidente ed ex militare Al Sisi. Marginale il ruolo degli Stati Uniti, di cui si conferma la perdita di peso specifico nello scenario mediorientale.

In uno scontro nato da un caso di cronaca (il rapimento e l’uccisione di tre giovani israeliani) e soprattutto ritenuto dalla maggior parte degli analisti strategicamente ingiustificato – raramente in precedenza era stato così evidente il disinteresse degli Stati arabi verso la causa palestinese, conseguentemente fortemente indebolita – è difficile parlare di vincitori e vinti. Eppure, anche se le trattative sulla tregua sono ancora più da venire che avvenute, alcune considerazioni si possono fare.

In primo luogo pare non si sia concretizzato il rischio – per Israele – che il riaccendersi delle ostilità con Hamas distogliesse alcuni Stati mediorientali dalla faida in corso tra sciiti e sunniti (maschera religiosa dietro cui si cela soprattutto lo scontro per l’egemonia regionale tra Iran e Arabia Saudita, ma non solo) e riportasse a livelli consistenti il flusso di armi e aiuti alla causa palestinese. I principali attori mediorientali sono rimasti maggiormente coinvolti in altri scenari di conflitto, quali la Siria, l’Iraq e la Libia. In questa prospettiva si può parlare di una parziale vittoria per i falchi di Israele, che proprio approfittando della situazione di debolezza e isolamento della causa palestinese avevano intenzione di sfoltire i quadri dirigenti e l’arsenale (già compromesso dalle operazioni degli anni precedenti) delle fazioni estremiste.

Specularmente si può parlare di vittoria politica per Hamas, che vede confermato il proprio ruolo – sia agli occhi del popolo palestinese che dell’opinione pubblica araba e islamica – di unico baluardo armato contro Israele. Sconfitto dunque risulta il presidente dell’Anp Abu Mazen, la cui linea moderata e dialogante non sembra pagare nei confronti del governo israeliano guidato da Netanyahu. Secondo alcune fonti della diplomazia europea sarebbero proprio Netanyahu e Hamas i vincitori di questo scontro. La tregua ripristina lo status quo precedente allo scoppio delle ostilità, quella “situazione insostenibile” stigmatizzata dalle diplomazie internazionali che paradossalmente scarica i propri costi su chi la contrasta e porta consensi a chi la esaspera.

A fronte di un’affermazione politica e d’immagine di Hamas non va però sottovalutata, secondo gli esperti, la questione strettamente militare: l’apparato israeliano ha dato una prova di forza impressionante. Il sistema difensivo “Iron Dome” ha retto il proprio battesimo superando le più rosee aspettative e il colpo inferto alle infrastrutture e alla dirigenza di Hamas è stato molto duro, serviranno anni perché torni alla condizione di partenza. Parallelamente è stata perentoria l’affermazione politica di forza da parte di Israele: in uno scenario Medio Orientale in forte evoluzione – “caos” o “disgregazione” sono altri termini usati dagli analisti – Tel Aviv ha dimostrato di poter fare a meno della copertura americana e di avere la volontà di colpire con una brutalità sproporzionata rispetto alla minaccia percepita. Inoltre senza dover subire particolari conseguenze.

Con l’incognita dei previsti futuri negoziati sulla tregua, al momento diverse fonti diplomatiche ritengono comunque che il principale sconfitto da questo scontro (e dai termini dello stesso cessate il fuoco) sia la comunità internazionale, incapace di impedire lo scoppio delle ostilità prima e di fissare paletti in grado di prevenire il ripetersi di certe situazioni poi. Le chances di pace attraverso la soluzione “due popoli due Stati” vengono considerate in costante calo, vista la determinazione del governo israeliano nel costruire colonie in Cisgiordania da un lato e l’incapacità dell’Autorità nazionale palestinese di debellare le frange estremiste dall’altro.