Dopo D’Alema, Bersani. «Nel partito manca il dibattito»

Dopo D’Alema, Bersani. «Nel partito manca il dibattito»

Rivendica il diritto di critica e chiede più spazio per discutere all’interno del partito. «Non sempre e solo in diretta streaming». Attacca la riforma elettorale e il dialogo privilegiato con Silvio Berlusconi in tema di riforme. Toni educati, senza mai alzare la voce, Pierluigi Bersani solleva il problema del doppio incarico renziano. Segretario e capo del governo? «È una scelta che io non avrei fatto». Davanti all’ex leader del Partito democratico non ci sono folle oceaniche, ma il ristretto pubblico della festa democrat di Portuense. Periferia popolare a Sud di Roma. Due tavoli di calcio balilla e qualche altalena, pochi giornalisti e tanti bambini che giocano vicino alla sede dell’associazione di quartiere. 

Bersani rifiuta le etichette, non è lui il leader della minoranza Pd. «Per carità, non riuscirei mai ad essere un capo-corrente». Non per questo rinuncia a dire la sua. «Io cerco di ragionare con la mia testa, non intendo rinunciare a usare il cervello». Solo due giorni fa Massimo D’Alema attaccava il governo Renzi, per ora incapace di ottenere risultati «soddisfacenti». Per qualcuno sono le prime prove di uno scontro interno al partito, destinato a deflagrare in autunno. L’ex segretario non la vede così. Rivendica il diritto di suggerire e criticare l’azione dell’esecutivo, ma rifiuta ogni accusa di «slealtà». Certo, tutto sarebbe più semplice se il premier non avesse deciso di fare anche il segretario di partito. «È un fatto strutturale, quando il tuo segretario è capo del governo la discussione è un pochino inibita», Bersani lancia il sasso senza nascondere la mano. 

A Portuense la rivoluzione renziana non ha ancora convinto tutti. Quando Bersani sale sul palco, il pubblico si alza in piedi per applaudire. Gente comune. Il gruppo dirigente del vecchio segretario non c’è più, i parlamentari sono assenti. Tra la folla si intravedono il deputato Marco Miccoli e l’ex direttrice di Youdem Chiara Geloni. E così il leader di Bettola gioca in casa quando critica i presupposti della rottamazione. «Ho montato feste come queste – ricorda – Ho fatto la gavetta. E non vorrei che qualcuno lo consideri un handicap». C’è spazio per citare un proverbio cinese. «Se bevi l’acqua non dimenticarti chi ha scavato il pozzo». Anche per questo l’ex segretario chiede rispetto, nel Pd c’è ancora posto per lui. «Dobbiamo tutti dare una mano» ricorda più volte Bersani. 

Anzi, l’ex segretario si prende il merito di una parte del successo degli ultimi mesi. «L’ho detto a Matteo, ho avuto il privilegio di accompagnare questo partito al governo». Certo, rivendicare il risultato delle ultime elezioni Politiche è rischioso. Partito con i favori di tutti i sondaggi, nel 2013 il Pd ha finito solo per sfiorare la vittoria. Ma Bersani non ha paura di tornare con la memoria a quel periodo. Ammette di aver perso 4-5 punti a causa dell’imprevista ascesa di Beppe Grillo. E riconosce di aver fatto un errore: «Dovevamo staccare la spina a Monti quando l’ha fatto Berlusconi». I sensi di colpa durano poco. Bersani ci pensa un attimo e si assolve quasi subito: «Ma c’era una bella fetta del partito che lo voleva addirittura candidare con noi Monti…». 

Tra molta diplomazia, Bersani non risparmia una serie di critiche al governo Renzi. La riforma del Senato non lo convince, è evidente. Ma è sulla legge elettorale che attacca. «Con questa legge può succedere che una coalizione arrivi al 37 per cento con un partito al 29 e gli altri alleati fermi all’1 per cento senza eleggere nessun deputato. Eppure quel 37 per cento prende tutto, conquista il premio di maggioranza ed elegge il presidente della Repubblica, i membri della Corte Costituzionale e del Consiglio superiore della magistratura». Ai rischi dell’accentramento di potere si sommano le liste bloccate dei deputati. «I cittadini devono essere in condizione di poter scegliere i propri parlamentari» accusa Bersani. Con i collegi uninominali o con le preferenze. E se Forza Italia non è d’accordo «ce ne faremo una ragione». È questo l’attacco più forte a Renzi. «Quando di scrivono le riforme si parla con tutti, ma la parola “patto” è un po’ troppo forte. Non c’è ragione, anche numerica, per lasciare l’ultima parola a Verdini».

Gli attestati di stima al premier non mancano, per carità. Bersani riconosce la bontà del messaggio renziano, il valore della sua impazienza. «È giusto metterci questo brio, questo piglio. Ma cosa diciamo agli italiani, che abbiamo davanti i cento metri o la corsa di mezzo fondo?». Il suggerimento all’azione dell’esecutivo non è privo di critica. Per fronteggiare la difficile situazione economica, il governo dovrebbe mettere il lavoro al centro dell’agenda. Senza occuparsi dell’articolo 18. Gli ottanta euro sono stati un intervento sacrosanto, in grado di rispondere alla giusta esigenza di redistribuzione. «Ma aspettarsi che questa misura provochi una ripartenza dei consumi….». Tra il traffico della strada vicina e i bambini che giocano a due passi – con tanto di pallonata sul palco – Bersani continua a parlare. Racconta i suoi dubbi sulle voci dei tagli alla spesa allo studio di Palazzo Chigi, ricorda la centralità della lotta all’evasione fiscale. Di certo la situazione del Paese non è semplice. Per affrontare la crisi servirebbe una discussione approfondita all’interno del partito, eppure non sempre accade. «Non è che puoi fare le riunioni streaming».

C’è tempo per una lunga digressione geopolitica. Nell’ora e mezzo di intervista sul palco, Bersani si sofferma anche sulla politica estera. Si parla dell’Ucraina, della Libia, della crisi mediorientale e della proposta di Silvio Berlusconi, che si è recentemente offerto di mediare con Putin. «Magari fosse vero – ride Bersani – Io ce lo manderei domattina, così se lo tengono un po’. Ma temo sia una bufala».

Ironico, diretto. Basta giri di parole e tacchini sul tetto. Con un pizzico di nostalgia Bersani rispolvera solo la metafora sul giaguaro di Arcore. «Qualcuno può anche dire che non l’abbiamo fatto, ma un pochino Berlusconi lo abbiamo smacchiato» rivendica con orgoglio. Più tardi se ne fa sfuggire un’altra. «Un paese senza politica – racconta – è come un un fabbro che non può usare il martello». Alla fine scende dal palco e si attarda con i presenti. Ascolta tutti e chiacchiera disponibile. Nella piccola folla, qualcuno gli porta un bicchiere di birra e gli propone un brindisi. L’ex segretario accetta di buon grado, ma solo allora scopre di essere finito a un tavolo di sostenitori del premier in trasferta. È la resa. «Adesso anche io sono calorosamente renziano» ammette tra le risate. 

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