Nel ’99 alcuni già intuivano i vizi dell’eurozona

Nel ’99 alcuni già intuivano i vizi dell’eurozona

Spesso economia e economisti sono criticati per non essere in grado di anticipare i problemi futuri e suggerire per tempo precauzioni e rimedi. Il lavoro di Michael Bordo e Lars Jonung, scritto nel lontano 1999 offre un esempio contrario. Utile e interessante rileggere oggi questo paper che, alla vigilia della nascita dell’Euro, si interrogava sulle sue caratteristiche e le analizzava alla luce delle esperienze storiche di unioni monetarie nazionali e multinazionali.

I punti critici dell’Eurozona – gli stessi esacerbati oggi dalla crisi  – erano già tutti lì. Gli autori ne elencano sei:

(1) Bce senza sufficienti poteri da prestatore di ultima istanza, con il rischio che anche crisi di liquidità altrove superabili dall’intervento delle banche centrali in Europa si autoalimentino passando dal circuito finanziario all’economia reale

(2) Debolezza dell’assetto di supervisione unificata dei mercati e degli intermediari finanziari, con il Trattato di Maastricht che assegnava poche competenze alla Bce. La creazione delle tre Autorità paneuropee – Eba, Eiopa ed Esma – sta tentando di sanare, tardivamente, questa criticità

(3) Vaghezza nei rapporti istituzionali tra Bce e istituzioni nazionali e europee, dovuta all’insufficiente dettaglio della sfera decisionale e delle responsabilità. Suona adesso profetica l’osservazione del paper: “Should major economic problems rise within a single Member of Emu, populist political movements may use them to attack Emu and the Ecb” (se dovessero presentarsi dei seri problemi economici all’interno di uno stato membro dell’unione monetaria, questi potrebbero essere sfruttati dai partiti populisti per attaccare l’unione e la Bce).

(4) Instabilità intrinseca del monomandato alla Bce sul controllo dell’inflazione, mentre il Trattato lasciava e lascia la politica del tasso di cambio dell’Euro al Consiglio dell’Unione Europea, come se scelte di politica monetaria, dinamica dei prezzi e valore sterno della moneta non fossero aspetti endogenamente connessi.  Anche qui i due autori profetizzano: “This will result in political discussion, tensions and political pressure on the monetarty policy of the Ecb”; (ciò implicherà discussioni, tensioni e pressioni politiche sulla politica monetaria della Bce).

(5) Assenza di sufficiente coordinamento delle politiche reali-fiscali, congiuntamente all’applicazione di criteri rigidi sulle finanze pubbliche di Paesi molto eterogenei tra loro per livello di partenza del debito e del deficit di bilancio pubblico e per struttura delle economie. L’effetto più ovvio che poteva (può) scaturirne è la mancanza di flessibilità per affrontare shock specifici di un Paese o di un’area o shock che, pur avendo medesima origine per tutti, hanno ripercussioni di dimensioni e di acutezza diverse da Paese a Paese. Gli autori portano l’esempio dell’Irlanda del 1999 che, in pieno boom e con inflazione crescente, fu “danneggiata” dalla politica monetaria espansiva allora perseguita dalla Bce. Adesso l’esempio potrebbe essere opposto e simmetrico, perché troppo tardi e con interventi non sufficienti la politica monetaria ha tentato di reagire alla stagnazione di tutta l’Area Euro. 

(6) Eccessiva dimensione geografica dell’area monetaria, che include realtà molto eterogenee per struttura dell’economia, funzionamento delle istituzioni, preferenze degli elettori. Da sottolineare che questa osservazione giungeva quando l’Area monetaria inglobava undici Membri, contro i 18 di oggi (su 28 che compongono l’Unione Europea). L’Area Euro non sembrava soddisfare, sin dalla partenza, i connotati dell’optimal currency area à la Mundel, eppure si è andati avanti nell’allargamento.

Era il 1999, quindici anni fa, ma pare proprio che tutte le debolezze fossero già chiare, perché questi sei punti sono proprio gli snodi su cui la crisi ha colpito e che si sta cercando di affrontare.

Alla ricerca di chiavi interpretative e di soluzioni, Bordo e Jonung passano in rassegna le principali esperienze di unificazione monetaria dalla fine del 1700 ad oggi. In particolare sono analizzati tre casi di unificazione monetaria nazionale e due di unificazione multinazionale. I primi riguardano gli Stati Uniti d’America della seconda metà del ‘700, l’Italia di fine ‘800, e la Germania dalla creazione dello Zollverein (l’unione doganale del 1834) sino alla unificazione politica del Reich (1871). Come casi di unificazione multinazionale, invece, sono analizzate l’Unione Monetaria Latina che per un periodo limitato nella seconda metà dell’Ottocento ha coinvolto Belgio, Francia, Svizzera e l’Italia appena nata, e l’Unione Monetaria dei Paesi Scandinavia (Danimarca, Norvegia, Svezia) che durò dal 1873 sino alla Prima Guerra Mondiale. 

C’è un tratto distintivo che ha accomunato le unioni monetarie, nazionali e multinazionali, e i currency board, da sempre. Bordo e Jonung lo riconoscono nella variabile politica, ovvero nella scelta di fondo di rafforzare i rapporti tra realtà Paese sino, in alcuni casi, a avviare e realizzare processi di unificazione nazionale. In altri termini, anche quando sono stati forti ed evidenti i vantaggi di una moneta comune, è venuto sempre prima il disegno politico complessivo, che ha guardato alla moneta comune come a uno degli strumenti per la sua realizzazione, o come a una logica e ovvia conseguenza del rafforzamento dei rapporti tra Paesi diversi oppure, a maggior ragione, dell’unificazione in nuova entità statuale.

Le stesse conclusioni emergono anche dall’analisi delle due unioni multinazionali. Anzi, nei due casi esaminati di unioni nate, funzionate per un po’ e poi abbandonate – la Latina e la Scandinava – risalta ancor di più l’importanza della volontà politica. I benefici della moneta unica sono stati goduti finché gli Stati partecipanti li hanno giudicati superiori ad altri interessi cui rinunciavano; la moneta unica è stata successivamente abbandonata quando gli stessi Stati hanno cominciato a scegliere soluzioni di politica economica diverse e incompatibili in riposta prima al deteriorarsi della congiuntura e poi al trauma europeo della Grande Guerra. Fra l’altro, per ragioni del tutto similari, si è rotta anche l’unità monetaria austro-ungarica, nata per servire il progetto imperiale e scomparsa assieme all’Impero .

Si sta, probabilmente, solo portando esempi storici di una verità evidente: la moneta è uno strumento non un fine. Se c’è l’entità politica che la usa, la moneta è utile e vive, in caso contrario non è la moneta che può di per se partorire un progetto di società futura.

Ma come si ricollega questo excursus storico con l’analisi dei difetti di concepimento dell’Euro sviluppata nella prima parte del paper? Quei difetti inziali nascono da un processo invertito. Infatti, sebbene in Europa non mancavano certo le basi politiche per l’Europa – anzi, l’idea di una Europa unita viene da lontano – per favorire e velocizzare il processo di convergenza e di consolidamento politico dell’Europa, si è “mandata avanti” la moneta. Ci si aspettava che i vantaggi economici della moneta unica dessero slancio decisivo alle politiche europeiste. La speranza era anche che, favoriti dalla moneta unica, gli spostamenti internazionali di lavoratori, professionisti, studenti e giovani facessero comparire un popolo europeo. Si è chiesto, in altri termini, alla moneta di “trainare” la politica, anche se la Storia ci ha sempre mostrato un processo inverso. Lo stesso discorso vale anche per l’ultimo punto di debolezza segnalato dagli autori, la troppo ampia area geografica. L’Euro è stato utilizzato come uno strumento di avvicinamento, di cooptazione, per poi dare slancio alla convergenza politica e istituzionale del lato Est.

Se si accetta questa lettura, i sei punti critici, già chiari nel 1999, più che errori erano incompletezze di “cantiere”, che spettava alla politica colmare il più rapidamente possibile, individuando soluzioni e strade da percorrere. Tutto questo non è avvenuto e, alla prima grande prova a cui l’euro zona si è trovata davanti, le incompletezze sono diventate errori di struttura, e le diversità tra Paesi si sono tradotte in reazioni divergenti e spesso incompatibili  alla crisi.

Che fare? Nel 1999 gli autori scrivevano:“This process [of consolidation of the monetary union] will continue as long as the political will to maintain the union is present. Once it disappears, the Emu may break apart. Judging from the history of national monetary unions, such an outcome appears likely only under extreme circumstances”. (Il processo di rafforzamento dell’unione monetaria continuerà finché ci sarà la volontà politica di tenere in piedi l’unione. Quando questa verrà a mancare, l’unione monetaria potrebbe rompersi. A giudicare dalla storia delle unioni monetarie, tale eventualità diventa probabile solo in circostanze estreme). Probabilmente la più grande crisi economica dopo quella del 1929 può essere ritenuta circostanza estrema. La politica deve provare ad essere più forte  e più generosa, guardando il più possibile al futuro e alle generazioni dei giovani Europei.

Per saperne di più

Michael D. Bordo, Lars Jonung (1999) The future of the Emu: What does the history of monetary unions tell us?  NBER Working Papers 7365, National Bureau of Economic Research, Inc.