Rubrica Scienza&SaluteI dolcificanti artificiali fanno male?

I dolcificanti artificiali fanno male?

In medio stat virtus, suggerivano i filosofi scolastici medievali. Ed effettivamente anche quando parliamo di zucchero e dolcificanti artificiali la virtù sta sempre nel mezzo. Se da una parte infatti i dolcificanti non calorici, come saccarina, aspartame e sucralosio, per via del loro basso contenuto di zuccheri sono spesso usati nelle diete ipocaloriche, per aiutare le persone a perdere peso o mantenersi in forma, o come complemento nelle diete per diabetici, dall’altra un recente studio pubblicato su Nature ha aperto l’ennesimo dubbio sulla loro sicurezza. I dolcificanti artificiali, infatti, nonostante il loro ampio uso, hanno alle loro spalle studi scientifici sparsi e controversi e i ricercatori continuano a indagare sulle conseguenze del loro consumo. I ricercatori del Weizmann Institute of Science israeliano hanno così dimostrato come un uso prolungato di dolcificanti artificiali non calorici, può portare ad alterazioni della flore batterica e del metabolismo ed essere la causa proprio di quelle disfunzioni metaboliche che si cerca di prevenire, come diabete e obesità. «In questo studio – spiegano i ricercatori – abbiamo dimostrato che il consumo di comuni dolcificanti può portare allo sviluppo di intolleranza per il glucosio attraverso un’alterazione funzionale e di composizione del microbiota umano».

Partiamo quindi dalla premessa che un’alterazione del microbiota umano, ovvero tutto l’insieme dei microbi che popolano il canale digerente, dalla bocca all’intestino, può portare a diverse sindromi metaboliche, come obesità diabete di tipo 2 e diverse malattie cardiovascolari, come dimostrano numerosi studi scientifici. Nel mondo scientifico il microbiota viene addirittura considerato “un organo nell’organo” perché svolge funzioni peculiari, come assimilare componenti altrimenti indigeribili della nostra dieta (per esempio i polisaccaridi vegetali); e perché è composto da oltre 800 specie tra batteri, miceti e virus: un insieme di microrganismi che pesa all’incirca 1,5 chilogrammi. Data la sua importanza, numerosi studi scientifici negli ultimi tempi ne hanno studiato diversi aspetti, arrivando alla conclusione che sia coinvolto nell’insorgenza di diverse malattie. E proprio per questo motivo possa essere un possibile bersaglio terapeutico.

«Potenzialmente tutte le malattie possono dipendere dall’alterazione, per eccesso o per difetto, dei batteri che compongono la flora intestinale – spiega Giovanni Gasbarrini, presidente della Fondazione Ricerca in Medicina Onlus alla presentazione di un workshop sulla nutrizione – ma oggi siamo sicuri che ciò accada nei pazienti diabetici, negli obesi, nei soggetti che soffrono di sindrome metabolica, intolleranze alimentari e malattie infiammatorie croniche intestinali». «Nell’ultimo decennio – aggiunge Anna Tagliabue, direttrice del Centro di nutrizione umana e disturbi del comportamento alimentare dell’università di Pavia – il microbiota ha suscitato un crescente interesse come fattore ambientale in grado di influenzare la predisposizione verso l’obesità. Resta da capire se le variazioni della microflora intestinale siano una delle cause ambientali di sovrappeso e obesità oppure se siano la conseguenza dell’alimentazione sbilanciata che accompagna lo sviluppo dell’eccesso ponderale»

Per valutare gli effetti dei dolcificanti sul metabolismo, i ricercatori hanno somministrato a un gruppo di topi acqua e zucchero e a un altro gruppo acqua e un dolcificante  tra aspartame, saccarina e sucralosio, mentre un terzo gruppo ha assunto solo acqua. Dopo undici settimane i topi che avevano assunto acqua e dolcificante avevano sviluppato un’intolleranza al glucosio, a differenza dei topi che avevano ricevuto acqua e zucchero. Probabilmente a causa di un’alterazione del microbiota, indotta all’assunzione di dolcificanti artificiali. Questa alterazione metabolica sfavorevole (l’intolleranza al glucosio) veniva però soppressa somministrando ai topi degli antibiotici in grado di eliminare parte della flora batterica, a riprova di quanto sostenuto dagli scienziati. Un’altra conferma arriva dal fatto che trapiantando il microbiota di topi che avevano assunto dolcificanti, in topi che erano stati privati del loro microbiota, si verificavano gli stessi effetti sfavorevoli.

«Effetti simili d’intolleranza al glucosio, sono stati poi ritrovati anche in studi sugli esseri umani» hanno spiegato i ricercatori, che hanno studiato l’effetto dell’assunzione dei dolcificanti su diversi gruppi di persone. Dimostrando che alterazioni del microbiota intestinale e conseguentemente del metabolismo si verificavano dopo l’assunzione di questi dolcificanti artificiali.  La saccarina per esempio, somministrata anche per brevi periodi di tempo, causava un innalzamento statisticamente significativo  della glicemia. «Il che suggerisce una rivalutazione del massiccio utilizzo dei dolcificanti» come hanno suggerito in conclusione i ricercatori.

Ma è davvero il caso di preoccuparsi?  Non proprio come risponde Enzo Bonora, presidente della Società italiana di diabetologia, Sid, a Quotidianosanità: «Anche se si tratta di studi molto importanti, pubblicati su una rivista prestigiosa come Nature, non è il caso di scatenare il panico tra le persone, e nemmeno tra chi soffre di diabete. C’è bisogno di ulteriori conferme scientifiche prima che questi dati entrino nella pratica clinica». Il lavoro però apre prospettive interessanti per lo studio di terapie mirate nei soggetti con intolleranza glucidica e diabete: «In particolare, apre il campo a interventi di tipo nutrizionale e farmacologici» aggiunge Giorgio Sesti, ordinario di Medicina Interna, Università della Magna Graecia di Catanzaro. «Il danno dei dolcificanti a livello del metabolismo è dovuto a una selezione sfavorevole dei batteri intestinali: questo fa pensare che, attraverso modificazioni dietetiche, impiego di probiotici e, in futuro, ricorso ad antibiotici intestinali sarà forse possibile prevenire il diabete».

Che fare dunque? Usarli o no? La Sid non ha mai raccomandato l’uso dei dolcificanti al posto dello zucchero, come ha spiegato ancora Bonora, «perché piccole quantità di quest’ultimo non sono da bandire dalla dieta della persona con diabete». Probabilmente seguendo il saggio consiglio dei filosofi, la soluzione migliore ancora una volta sta nel mezzo: usarli, ma senza esagerare. 

In collaborazione con RBS-Ricerca Biomedica e Salute