In Italia il 16% dei bambini è in condizioni di povertà

In Italia il 16% dei bambini è in condizioni di povertà

La crisi economica non risparmia nemmeno i bambini. Secondo l’ultimo rapporto Unicef “Innocenti Report Card 12”, i figli della recessione finiti a vivere sotto la soglia di povertà dal 2008 al 2012 sono ben 2,6 milioni. E l’Italia è uno dei Paesi più colpiti: con oltre 600mila bambini poveri in più, il tasso di povertà infantile negli anni della crisi è aumentato dal 24,7 al 30,4 per cento. Uno dei tassi di crescita più alti, insieme ad altri Paesi dell’Europa meridionale come Grecia e Spagna, ma anche Croazia, Irlanda, Islanda e pure Lussemburgo. Solo in pochi Paesi, come il Cile, la Finlandia, la Norvegia, la Polonia e la Slovacchia, nello stesso periodo i livelli di povertà infantile si sono ridotti del 30% circa. In base ai dati raccolti dall’Unicef su 41 Paesi Ocse, i bambini in condizioni di povertà sono in tutto 76,5 milioni.

L’Italia si colloca al 33esimo posto su 41 Stati, cioè nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile. Guardando alla riduzione nel reddito dei nuclei familiari dal 2008 al 2012, l’Italia ha perso l’equivalente di 8 anni di progressi economici. Il 16% dei bambini italiani vive in condizioni di grave deprivazione materiale cioè in famiglie che non sono in grado di permettersi di pagare l’affitto, il mutuo o le utenze, tenere l’abitazione adeguatamente riscaldata, affrontare spese impreviste, consumare regolarmente carne o proteine, andare in vacanza, o anche possedere un televisore, una lavatrice, un’auto o un telefono. 

Gli altri figli della recessione sono i giovani. Il tasso di Neet, cioè di coloro che hanno tra i 15 e i 24 anni, non studiano né lavorano, è aumentato in quasi tutti i Paesi europei. Gli aumenti più elevati si sono avuti in Croazia, Cipro, Italia e Romania. In Italia siamo passati dal 16,6 del 2008 al 22,2 del 2012: il tasso più alto dell’Unione europea. In totale in Europa nel 2013 7,5 milioni di ragazzi erano Neet: circa un milione in più rispetto al 2008. «In termini generali», spiegano dall’Unicef, «i giovani hanno sofferto di più nei Paesi in cui si è avuto un maggiore declino della produttività». Due eccezioni sono il Lussemburgo, dove il tasso di Neet è sceso nonostante le turbolenze economiche, e la Polonia, dove invece il tasso di Neet è salito nonostante la crescita.

Ma non ci sono solo numeri. Come spiegano dall’Unicef, la crisi ha portato anche dei cambiamenti nella percezione delle proprie condizioni di vita. Aumenta lo stress e il senso di insicurezza. Ma anche il numero di persone che dichiara di non avere mezzi sufficienti per acquistare cibo per sé e per la propria famiglia. In quasi la metà dei Paesi, Italia compresa, la soddisfazione complessiva generale nei confronti della propria vita è scesa. E «i bambini difficilmente riescono a sottrarsi allo stress e alla sofferenza dei genitori afflitti da disoccupazione o da una sensibile riduzione del reddito». Vivono gli sconvolgimenti delle famiglie, subiscono le umiliazioni davanti agli amici e compagni di scuola e sono influenzati dai cambiamenti di alimentazione, dall’eliminazione di attività sportive o musicali e dalla mancanza di denaro per l’acquisto di materiale scolastico. Circostanze estreme possono portare la famiglia a lasciare la casa o addirittura il proprio Paese. «La povertà è un circolo vizioso. Un bambino che ha i genitori disoccupati può avere problemi di rendimento scolastico, che a loro volta possono provocare un aumento dello stress a casa, e così via. Più a lungo un bambino resta bloccato in questo circolo vizioso, meno possibilità avrà di sfuggirgli».

Il contraccolpo della crisi sui bambini si può manifestare in molti modi, dagli alimenti che consumano al tempo libero. Dal 2008 a oggi la percentuale di nuclei familiari con bambini non in grado di permettersi un pasto con carne, pollo o pesce ogni due giorni è più che raddoppiata in Estonia, Grecia, Islanda e pure in Italia (16%). Con i genitori stressati, che si barcamenano tra rate e affitti, anche la cura si riduce. E questo in Italia, fanno notare dall’Unicef, vale soprattutto per le coppie separate o divorziate, visto che il calo del reddito ha aumentato la pressione su rapporti già caratterizzati da tensioni e stress.

Ma la capacità dei governi di proteggere i bambini dalla crisi non è cresciuta in maniera adeguata, soprattutto in ambiti fondamentali come la salute e l’istruzione. A quanto emerge dai dati, però, già prima della grande recessione da almeno un decennio nei Paesi più industrializzati i bambini erano a maggior rischio povertà. Così alcuni Paesi si sono trovati più preparati di altri ad affrontare le conseguenze della crisi, e l’Italia non è tra questi. Mentre all’inizio della crisi i programmi di incentivi sono stati efficaci, in alcuni Paesi, per proteggere i bambini dai peggiori effetti della recessione, a partire dal 2010 gran parte degli Stati ha capovolto i bilanci, passando da politiche espansive a drastici tagli, con un impatto negativo su infanzia e adolescenza, soprattutto nella regione del Mediterraneo.Nel nostro Paese, le uniche politiche significative segnalate dall’Unicef sono i sussidi in denaro per le famiglie a basso reddito estese agli immigrati, sia comunitari sia extracomunitari, e i voucher per la cura dei figli destinati alle madri che non utilizzano il congedo parentale.

Grafico Tratto dal Rapporto Unicef “Figli della recessione”

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