Portineria MilanoFeltri: «Libertà di stampa? Vendi copie e l’avrai»

Feltri: «Libertà di stampa? Vendi copie e l’avrai»

Nell’ufficio di Vittorio Feltri, direttore editoriale de Il Giornale, si può fumare. «Qui non si fa altro dalla mattina alla sera» spiega, tirando fuori da un cassetto un posacenere. Bretelle, giacca grigia, cravatta, macchina da scrivere verde acqua, qualche foglio che vola qua e là sulla scrivania, un giornale aperto di fronte, in alto, in cima alla libreria c’è persino un busto gigantesco di Benito Mussolini, di fronte ci sono invece quattro poltroncine rosse, dove gli ospiti si siedono. «Una volta venne una delegazione di centrodestra, con il professor Bruno Villois in testa, a metà degli anni ’90, si sedettero proprio dove sei seduto tu. Mi chiesero se volevo fare il candidato sindaco di Milano. Chiesi quanto si prendeva, mi dissero 7 o 8 milioni di lire al mese. Risposi che non me lo potevo permettere». Ride. 

Perché hai deciso di fare il giornalista?
Mi piaceva sin da piccolo. Alle elementari io compravo tutti i giorni il Giornale di Bergamo, mi piaceva la cronaca nera. Leggevo tutto il giorno, era un mania. In quel periodo poi c’erano parecchi delitti, dei veri e propri gialli, mi facevano anche paura.

Poi però non hai mai fatto la nera.
Leggevo poi “La stanza” di Montanelli sulla Domenica del Corriere, mi affascinava che un giornalista avesse una stanza tutta sua. Me la immaginavo dorata, dove Montanelli vergava i suoi articoli, ne ero affascinato.

La tua biografia ufficiale su Wikipedia dice che hai iniziato con il cinema.
Avevo 19 anni e avevo bisogno di lavorare per mantenermi. Vinsi, ancora adesso non so come, un concorso all’amministrazione proviciale. Io sono stato un antesignano dei fannulloni.

Un parassita statale…
Era un’amministrazione locale, era un lavoro terribile, non ce la facevo più, lo odiavo.

Come ne sei uscito?
Ho conosciuto Franco Colombo, critico cinematografico dell’Eco di Bergamo. Sapeva della mia passione per i giornali e mi ha messo a recensire dei filmetti meno importanti. Così ho lasciato l’impiego di ruolo, che all’epoca negli anni ’60 era quasi come una bestemmia abbandonare il posto sicuro, per andare a fare il praticante. Non solo. Con il primo stipendio prendevo il doppio di quanto prendevo all’amministrazione provinciale, quasi 120 mila lire, con 480 ti compravi una Cinquecento.

Bei tempi per i giornalisti.
Io però di cinema non capivo niente. Fu Pietro Bianchi, eccellente critico del Giorno, durante un festival a fermarmi e dirmi di aver letto dei miei pezzi. «Mi piace come scrivi ma tu non vali un cazzo come critico, fai il cronista se vuoi fare carriera».

Aveva ragione.
Io mi sono offeso, ma poi diciamo che non è andata male.

Enrico Mentana, al Fatto Quotidiano, ha detto che il  giornalismo è un prodotto fatto da sessantenni che parlano solo ai sessantenni.
Ha ragione. La formula che utilizziamo oggi è la stessa di cento anni fa, diventa superfluo leggere il giornale la mattina perché troviamo al 90 per cento cose che avevamo già saputo o letto su un sito il giorno di prima.

Però anche i giornali online non se la passano bene.
I giornali online hanno assorbito tutti i vizi della carta stampata, tanto che fanno delle articolesse lunghissime, per di più a caratteri piccoli, che l’unico che può leggere è mio nipote di 8 anni.

Girava voce che anche tu volevi creare un nuovo giornale online.
La cosa mi incuriosiva, avrei introdotto alcune novità, pensavo a un linguaggio più veloce come quello dei telefonini, che fa schifo, ma bisogna adottarlo per essere più moderni. Ho fatto due conti e mi sono reso conto che non si poteva fare. 

Perché?
Per un giornale online gli introiti sono legati alla pubblicità, quindi è ancora maggiore la tentazione di dare via il culo per avere due lire per andare avanti. Gli stipendi non possono che essere miserandi. E chi me lo fa fare? Per dimostrare che si può fare un giornale rapido e svelto? 

Ti sei stancato?
No, non sono stanco, ma voglio stare tranquillo. La cosa che mi è costata di più è quando nel 1992 ripresi in mano l’Indipendente. È stata una faticata portarlo a quel record di tirature. Poi ho visto l’inferno con Libero il primo anno, insomma è una vitaccia che non voglio più fare…

Si parla spesso di una fusione tra il Giornale e Libero.
Impossibile, tutte le integrazioni non sono mai servite a niente, basta guardare i partiti che si uniscono: vanno sempre male e perdono voti. Libero andrebbe rinnovato, i cambiamenti ormai sono molto più rapidi, tu a New York ci vai in sei ore, noi siamo lenti…

Il Fatto Quotidiano funziona.
Constato che loro ce l’hanno fatta, Travaglio è un signor giornalista, Padellaro e la sua troupe hanno dimostrato di saper fare un prodotto che regge la modernità. 

Perdono copie anche loro, però. Manca Silvio Berlusconi?
Sì, devono trovare una linea. Io sono sicuro di una cosa.

Cosa?
Che se dovessi fare un giornale adesso avrebbe molto successo. Non cavalcherei la Lega di Salvini, anche se Salvini è autore di un fenomeno incredibile per aver resuscitato un cadavere. In Italia susciti pregiudizio se fai propaganda politica. E un giornale non deve fare propaganda a un uomo politico.

Come si fa, allora?
Se tu prendi il lepenismo senza la Le Pen, cavalchi questo sentimento, solo lepenista, dai voce a persone che non hanno manco una radio…

Lepenista e magari anti-renziano?
Non serve a nulla attaccare Renzi, bisogna prenderlo in giro. La politica dovrebbe sfottere e basta. Guarda, ho appena fatto un tweet per prendere in giro il Papa, aspetta che te lo cerco. La gente si è rotta di questi talk show politici dove la gente urla. Ah, eccolo qui il tweet: «Non si possono prendere in giro le religioni degli altri? Allora sfoghiamoci con gli atei».

Le vignette di Charlie Hebdo ti piacciono?
Io un po’ di francese l’ho studiato, ma non capisco tutto. Devo dire che a me non divertono, sono liberi di farle, ma non mi accordo alla retorica. È evidente che non deve esserci nessuna censura. E nessuno può inventarsi un nuovo tipo di censura, per di più religiosa.

Il giornalismo è libero di pubblicare tutto?
È libero di pubblicare quello che è vero o verosimile.

Dal caso Dino Boffo è nato il metodo Boffo.
Sono stato stritolato da quella vicenda.

Giorgio Bocca, in un’intervista a Lettera43 nel 2011, disse che Il Giornale era dalla prima all’ultima riga tutta diffamazione.
Lui era bravissimo, aveva paura di me e mi stimava, certo poi ognuno invecchia a modo suo…

A Eugenio Scalfari disse, negli ultimi mesi, che si era stancato di scrivere.
Questo mestiere diventa manierismo puro a un certo punto, già alla tua età, così spesso metti il pilota automatico e non ci fai delle belle figure.

Dà dipendenza, il giornalismo?
Il mio hobby coincide con il mio lavoro, non mi pesa, è come una seconda natura, vedo tutto in chiave di giornalismo. Non mi pesa lavorare, anzi mi pesa pensare di stare a casa, pensionato, all’Esselunga con la lista della spesa di mia moglie, meglio morire…

Chi va dopo De Bortoli al Corriere
De Bortoli (ride).

Perché non ci vai tu?
Nel 1996 era fatta, sarei diventato direttore.

Cosa è successo?
Non so come siano andate le cose, erano gli anni degli strascichi di Tangentopoli. Adesso non ci andrei mai. Quando stavo al Corriere dovevo adattarmi, c’è una macchina talmente imponente che ti schiaccia, rischi di stare venti giorni senza scrivere un rigo.

Dopo Boffo un altro problema che hai avuto è stato quando dirigevi l’Europeo, i pezzi che parlavano del memoriale di Aldo Moro in via Montenevoso. Miguel Gotor nel suo libro “Il Memoriale della Repubblica” parla di depistaggio.
Quella storia è stata chiarita. C’era un giornalista noto, uno scoopista, si chiamava Cantoni di Panorama. Ovviamente di Cantoni uno si fida, è come avere la Sarzanini che ti fa un  pezzo di giudiziaria. Cosa fai, non lo pubblichi? Non ho avuto grane, mi convocò un magistrato romano, gli dissi come andarono le cose, non sono stato neanche processato. Il giornalismo italiano è migliore di quello degli altri paesi.

Addirittura? C’è chi sostiene il contrario, in tanti ti citerebbero le tabelle sulla libertà di stampa in Italia che è in fondo alle classifiche.
Guarda, ti faccio un esempio, gli ultimi fatti in Francia. Dai giornalisti francesi non abbiamo avuto manco una notizia, anzi solo errori. Non ne hanno beccata neanche una, a un certo punto piovevano negri dal cielo….

Però non vendiamo giornali. Qual è quindi il problema del giornalismo italiano?
C’è una normativa ridicola, dalla diffamazione a generi affini. Si rischia la galera o di pagare molti soldi, per questo sei sempre tirato e hai paura di scrivere. È una legge del ’48, abbiamo un Parlamento che non è riuscito a cambiarla. Non è neppure capace di tirare un rigo di penna e togliere il vilipendio al Capo dello Stato, tanto che hanno condannato Storace. E poi c’è il cosiddetto ordine dei giornalisti, dove non arrivano a romperti i coglioni i magistrati, arriva l’Ordine, che si è inventato il codice deontologico. Il giornalista antipatico in qualche modo la paga.

Poi ci sono gli editori. Tu hai avuto sempre massima libertà?
Non ho avuto mai problemi, a parte qualche incidente. Quando arrivo all’Europeo, Fattori di Rcs mi chiede di rilanciarlo. Dopo pochi mesi Romiti mi tolse la pubblicità perché demmo l’indiscrezione su Prodi che stava andando alla Fiat. La vicenda era paradossale, perché la Fiat toglieva la pubblicità a un suo giornale. Ma io sono andato avanti anche grazie a quell’onda di successo di venduto e poi sono passato a l’Indipendente.

Anche lì, tutto a posto.
Se ti affranchi da quanto è stabilito nel contratto sei libero. Abbiamo fatto un Tazebao della madonna, eravamo arrivati a 120mila copie. Poi vengo qui dove se ne era appena andato Montanelli, che doveva cascare il palazzo: anche qui ho raddoppiato.

Berlusconi non ti ha mai chiesto nulla? 
Una volta mi ha chiamato e con mille riguardi mi ha chiesto un favore. Aveva una sua amica che faceva una mostra di arte a Milano: abbiamo fatto un boxino. La questione è una sola.

Quale?
Gli editori ti rompono i coglioni quando non porti i risultati: «già mi costa un sacco di soldi e poi rompe pure, allora meglio che se ne vada a quel paese».

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