Alfano, il ministro più sfiduciato. Ma sempre in carica

Alfano, il ministro più sfiduciato. Ma sempre in carica

L’ultima mozione di sfiducia è stata depositata giovedì 19 febbraio alla Camera dei deputati. L’hanno presentata i parlamentari del Movimento Cinque Stelle per chiedere la rimozione del ministro Angelino Alfano dopo gli incidenti causati a Roma dagli hooligan olandesi. I grillini sono in buona compagnia. Mentre i tifosi del Feyenoord devastavano il centro della Capitale, si sono affrettati a chiedere le dimissioni del titolare del Viminale anche i rappresentanti di Sel e della Lega Nord. Le accuse dei pentastellati sono gravi: «Alfano è inadeguato al ruolo che ricopre – si legge in un comunicato – E a causa della sua mediocrità mette a rischio l’ordine pubblico del Paese». Un attacco frontale, peraltro non inedito, che nel Nuovo Centrodestra viene bollato come l’ennesimo «sciacallaggio politico».

Di certo per Alfano questa non è la prima mozione di sfiducia. E probabilmente non sarà l’ultima. Sembra quasi una maledizione. Da quando è diventato ministro dell’Interno gli inviti a dimettersi si susseguono quasi mensilmente. In neanche due anni il Parlamento ha già votato – e respinto, è bene ricordarlo – due diverse richieste di dimissioni. Senza contare quelle annunciate e mai discusse alle Camere. Incapacità del ministro, semplice sfortuna, o accanimento nei suoi confronti? Tra i più convinti accusatori del ministro spicca il Movimento Cinque stelle. L’ultima sfiducia nei confronti di Alfano i grillini l’hanno annunciata giusto la settimana scorsa. Era il 12 febbraio, a poche ore dall’ultimo naufragio davanti alle coste di Lampedusa costato la vita a oltre 300 migranti. Colpa di «un ministro dell’Interno indecoroso e indegno – ha spiegato per l’occasione il deputato Alessandro Di Battista – che è responsabile più di tutti delle vittime nel Canale di Sicilia». Tra i banchi della maggioranza si parla apertamente di speculazione politica. Al pressing dei pentastellati, intanto, Alfano sembra essersi abituato. «La mozione di sfiducia? – ha scherzato il ministro poco dopo – È quella mensile….».

Effettivamente le richieste di lasciare il Viminale arrivano con inquietante frequenza. È l’inizio di novembre quando l’Aula di Montecitorio respinge una mozione di sfiducia individuale nei confronti di Alfano presentata da Sel, Cinque Stelle e Lega. Al centro del caso finiscono gli scontri tra polizia e manifestanti durante un corteo a Roma degli operai delle acciaierie di Terni. Le opposizioni accusano il ministro di aver mentito in Parlamento quando, pochi giorni prima, è intervenuto per riferire sulla vicenda. In effetti la sua ricostruzione dei fatti – in particolare sulle cariche delle forze dell’ordine a piazza Indipendenza – viene in parte smentita da un video pubblicato dalla trasmissione Rai Gazebo. Alla fine l’Aula respinge la richiesta di dimissioni. «Una mozione pretestuosa e strumentale» si sfoga subito Alfano.

Le pagine del calendario tornano alla scorsa estate. Alla fine di giugno il ministro dell’Interno si vede recapitare un’altra mozione di sfiducia. Stavolta viene depositata al Senato. Alfano è accusato dal Movimento Cinque Stelle di «una clamorosa svista istituzionale sul caso Yara». A sollevare le polemiche dell’opposizione è un comunicato del titolare del Viminale. Una nota stampa diramata qualche giorno prima, forse con troppa fretta, per annunciare la svolta nelle indagini sull’omicidio di Yara Gambirasio e il fermo del presunto assassino. «Per millantare meriti – spiegano i parlamentari – non ha esitato a rivelare notizie riservate». E ancora: «Come denunciato dallo stesso procuratore della Repubblica di Bergamo, con il suo comportamento il ministro dell’Interno ha messo a rischio tutto l’importante lavoro svolto dai magistrati e dalle forze dell’ordine in anni e anni di pazienti riscontri e indagini». Accuse pesanti, probabilmente persino eccessive. A conti fatti, l’ennesima puntata di un lungo braccio di ferro parlamentare.

La precedente mozione di sfiducia nei confronti di Alfano risale a poche settimane prima. A maggio. In quell’occasione il titolare del Viminale è accusato di «manifesta incompetenza nella gestione dell’ordine pubblico». A presentare il documento, manco a dirlo, il Movimento Cinque Stelle. È l’ex capogruppo Roberta Lombardi a puntare il dito contro il ministro dell’Interno, chiamato in causa per gli scontri che hanno preceduto la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. Sulle pagine dei giornali campeggiano ancora le immagini della polizia costretta a trattare con i capi delle tifoserie per dare inizio alla gara. Ma non ci sono solo gli incidenti prima della partita. «Abbiamo rivelato – spiega la parlamentare pentastellata – che Alfano sta mentendo rispetto a quanto affermano il prefetto di Roma e il capo della Polizia relativamente ai fatti di Tor di Quinto». La zona di Roma dove è stato ferito a morte il tifoso napoletano Ciro Esposito. 

Alcune settimane prima, invece, è la Lega Nord a presentare un’altra mozione di sfiducia. La annuncia alla Camera dei deputati il segretario Matteo Salvini. Fine marzo, stavolta Alfano non è considerato responsabile di un precisa mancanza. Piuttosto di una lunga serie di errori in tema di legalità e immigrazione clandestina. «Il combinato disposto degli sbarchi a Lampedusa, dello svuotacarceri, della sostanziale cancellazione della legge Bossi-Fini e dei tagli alla polizia rischia di riportare l’Italia indietro di trent’anni» spiega il leader padano in conferenza stampa. «E che la responsabilità sia di un ministro di centrodestra, almeno sulla carta, mi sembra folle». Attacco politico, sia chiaro. Più o meno condivisibile, ma senza alcun seguito in Parlamento.  

Esito diverso l’estate precedente, quando al Senato approda la mozione di sfiducia al ministro Alfano per la vicenda Shalabayeva. Il titolare del Viminale si è insediato da pochi mesi, in carica c’è ancora il governo di Enrico Letta. Al centro del caso finisce l’espulsione dal nostro Paese della moglie e della figlia di sei anni del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov. Fermate nella loro villa di Casal Palocco, vicino Roma, con una discussa irruzione notturna delle forze dell’ordine. Un rimpatrio illegittimo, peraltro. Come stabilito qualche mese fa dalla Cassazione. Alla fine in difesa di Alfano deve intervenire anche il premier Enrico Letta, che in Parlamento chiede un atto di fiducia al suo governo. Risultato: la mozione di sfiducia viene respinta. Anche stavolta Alfano supera indenne l’ostacolo. 

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