La tensione intorno alla Fondazione di Alleanza Nazionale – il tesoro patrimoniale e immobiliare degli eredi del Movimento Sociale Italiano che si aggira intorno ai 200 milioni di euro – fa talmente gola ai “figli politici” di Giorgio Almirante che negli ultimi mesi sotto alla sede in via della Scrofa a Roma è comparsa persino una guardia giurata per evitare problemi di ordine pubblico. Occupazioni, piccoli gruppuscoli di nostalgici della Fiamma Tricolore e affini hanno spesso cercato di occupare la sede, rivendicando eredità o qualche euro per iniziative politiche. Il carattere fumantino degli ex aennini, poi, non aiuta. Basti pensare ai caratteri di Francesco Storace o dello stesso Maurizio Gasparri. Per questo motivo dopo l’articolo di Repubblica di lunedì 23 febbraio, dove si racconta della possibilità di nuove iniziative a destra da parte della coppia Gianni Alemanno-Isabella Rauti o di Ignazio La Russa o ancora di Gianfranco Fini, la base ha ricominciato a muoversi. E potrebbe presto farsi sentire nelle aule di tribunale. L’obiettivo, detto in soldoni, è che quel tesoretto non finisca solo per finanziare altre iniziative politiche “di chi in realtà l’eredità di Almirante l’ha massacrata”.
A quanto pare, un centinaio di storici dirigenti della destra missina (come Roberto Jonghi Lavarini) insieme ad una ventina di avvocati (come Simone Andrea Manelli), con la consulenza tecnica di alcuni giuristi ed esperti internazionali del Centro Studi del professor Gaetano Rasi del Centro Studi Cesi ed il sostegno morale di Donna Assunta Almirante è pronto ad intraprendere una azione politica e legale congiunta (class action) a difesa dei diritti di tutti gli ex iscritti ad Alleanza Nazionale, a tutela del patrimonio (morale, culturale, storico, politico ma anche immobiliare ed economico) gestito dalla omonima fondazione. Lo spazio per farlo ci sarebbe, anche perché dopo che Alleanza Nazionale è confluita dentro il Popolo della Libertà non ci sono state spartizioni di tipo contrattuale simili a quelle del Partito Comunista Italiano, quando il Pds si prese il 90% del patrimonio lasciando a Rifondazione Comunista il 10. In pratica, ragionano i militanti, chiunque sia stato iscritto ad An dal 2003 potrebbe rivalersi contro la Fondazione per ottenere la sua parte.
«Nessuno pensi di mettere le mani sul tesoro del Msi e di An che appartiene a tutti gli ex iscritti. I vecchi colonnelli, artefici, insieme a Fini, del fallimento di Alleanza Nazionale, hanno perso ogni credibilità ed è ora che escano definitivamente dalla scena politica» ha dichiarato Jonghi che è pure in corsa per candidarsi a sindaco di Milano nel 2016. E l’idea si starebbe espandendo a macchia di leopardo. Del resto, spiega un dipendente della Fondazione a microfoni spenti «non mi sorprenderebbe che in tanti alzino la mano rivendicando qualcosa nei prossimi mesi….». La stessa base militante, in rete, anche sul sito lanciato da Isabella Rauti e Gianni Alemanno, forumdestra.it continua a sparare a cannonate, ricordando nei post «i goffi tentativi di ricostruire un mondo che loro stessi hanno politicamente sfruttato e distrutto».
Colpire la Fondazione, legalmente e politicamente, infatti, significa colpire il cuore degli eredi di Almirante. Basta guardare l’organigramma del consiglio di amministrazione del comitato esecutivo dove siedono Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli, Italo Boccchino e persino Giorgia Meloni. In tanti sono espressione di diverse correnti, ormai spezzettate nei vari partiti. Da Fratelli d’Italia, da tempo in avvicinamento alla Lega Nord di Matteo Salvini, fino alla parte da tempo in sintonia con Silvio Berlusconi dentro Forza Italia, quella più gasparriana e barricadera. D’altra parte il patrimonio di An è ingente, soprattutto è composto da immobili di prestigio e da qualche vecchia sede che in tempi di spending review per la politica potrebbe fare gola a tanti per qualche nuovo partito. Si va alla guerra insomma. Molti nemici, molto onore. Qui di nemici ce ne sono molti, di onore ben poco.