Maurizio Milani ama tutte, soprattutto la Boschi

Maurizio Milani ama tutte, soprattutto la Boschi

Una strada di Parigi affollata, assordante. Una donna che passa, con uno sguardo di tempesta. Un uomo, il poeta, che incrocia quello sguardo e sbanda, per un solo potentissimo attimo che non dimenticherà mai più. È l’attimo in cui si innamora, perdutamente, ma è soprattutto l’attimo in cui vive un’epifania, in cui convergono e si scontrano la potenza dell’immaginazione e dell’amore e la consapevolezza malinconica del tempo che fugge, della morte.

Non ti vedrò più se non nell’eternità?
Altrove, lontano! Troppo tardi! Forse mai!
Perché ignoro chi eri, e tu non sai dove vado,
Oh, te che avrei amato, oh, tu che lo sapevi!

È uno dei topos più eleganti e insieme drammatici della poesia moderna. È quello della Passante, una figura femminile mitica, celebrata in quei versi da Charles Baudelaire in una delle sue più fantastiche poesie che si intitola proprio A une passante, una poesia che è stata poi declinata da un altro francese, Antoine Pol, in quella che è diventata una strepitosa canzone di Georges Brassens, Les passantes, tradotta anche in italiano — alla grande — da Fabrizio De André ne Le Passanti:

A quelle che sono già prese e che vivendo delle ore deluse
con un uomo ormai troppo cambiato ti hanno lasciato, inutile pazzia,
vedere il fondo della malinconia di un avvenire disperato.

La malinconia di un amore impossibile, univoco e irrisolvibile è in qualche modo anche il punto di partenza di Lettere d’amore. Perchè le donne vogliono l’uomo che nel parlare esagera, una raccolta di lettere pazze di Maurizio Milani pubblicata dall’editore Wingsbert che però fa a pezzettini la malinconia a colpi di surrealismo e comicità. Scrive Milani nella sua introduzione:

L’uomo antico diceva un sacco di balle.
L’uomo moderno uguale. L’uomo, specialmente se anziano, deve esser falso, sia con la fidanzata che con gli amici. Dire balle dalla mattina alla sera. Non so perché fa così. L’uomo dice una cosa, poi si dimentica e va a dire la stessa cosa a un’altra donna, poi loro sono amiche, si incontrano… L’uomo non è mai maturo, perché si innamora in strada, va a caso, non ha quella profondità di sentimenti… è un cretino.

Maurizio Milani però non è un cretino, è un genio, o forse, più semplicemente, è uno dei più brillanti (e meno compresi dal grande pubblico) comici italiani degli ultimi vent’anni. È una vera potenza, un surrealista che alla erre moscia francese sopperisce, alla grande, con quella codognese, molto più sincera. È un inventore di non sense, di supercazzole a mitraglia, ma non solo.

Milani è anche un originalissimo cultore di quella speciale branca dell’amore univoco e totalmente irricambiabile che lega un uomo — invariabilmente, ogni uomo — al proprio olimpo di divinità femminili provenienti dal cinema, dalla musica, dalla politica, ma anche dalla vita di ogni giorno. E chi lo segue sul Foglio, quotidiano su cui pubblica una rubrica periodica intitolata non a caso “Innamorato fisso” non si stupirà.

Proprio da quella rubrica nasce l’idea di questo libro, una raccolta di strampalate lettere d’amore indirizzate a una lunga lista di donne per cui Milani ha perso la testa. Basta scorrere l’indice per capire l’esatta dimensione — ingombrante — dei suoi sentimenti: si va da Demi Moore a Natalie Imbruglia, da una hostess a Mara Venier, da Mara Carfagna a Selvaggia Lucarelli, fino a Christine Lagarde.

Il libro, dicevamo, esce oggi. E noi, grazie alla gentile concessione dell’editore, vi proponiamo una delle suddette lettere d’amore, quella indirizzata al ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi.

Buona lettura.

Lettera a Maria Elena Boschi (scopo: chiederle l’amicizia su Facebook)

Gentile ministro,
sono un operaio edile di cinquantun anni. Fin da ragazzo vado a installare “un bagno nuovo” in meno di otto ore, nelle case degli anziani di Milano, come dice la pubblicità della nostra ditta.
La tecnica è questa: quando arriviamo a casa dell’anziano con il mio collega (di quindici anni) cominciamo a spaccare fuori tutto il vecchio bagno. Pavimento, muri, sanitari… tutto. Spacchiamo tutto. A metà lavoro ricevo una telefonata.
Io “No! Amore! Vediamoci per un’ultima volta per chiarire”.
Lei: “No! Basta, è finita”. Io: “Valeria ti amo!”
Telefonata finita.
A quel punto della delusione d’amore, pianto di lavorare e dico al cliente: “Mi dispiace, ma mi licenzio”.
Cliente: “Come mai?”
Io: “Non mi trovo più bene con questa ditta”. Cliente: “Ma almeno finisca il lavoro da me, qui ha spaccato tutto”.
Intanto che lui parla mi sono già gentilmente congedato dall’abitazione.
Cliente al mio collega: “Almeno finisca lei il lavoro”. Collega: “No! Da solo non sono in grado. Anzi, mi licenzio anch’io”. Cliente: “Motivo”? Collega: “Delusione d’amore”.
La donna anziana con il bagno demolito chiama il numero verde della ditta. Si lamenta. Risponde Valeria la centralinista: “Ok! Signora le mandiamo un’altra squadra molto più potente”.
Arrivano altri due operai. Appena iniziano a intonacare il muro litigano, uno prende e va via senza salutare.
Il cliente rimane deluso e chiama il numero verde.
Valeria: “Scusi tanto, ma noi non possiamo sapere se i nostri operai, fuori dal lavoro sono così coinvolti sentimentalmente da non essere sereni sul lavoro”.
Il cliente: “Secondo me mischiate lavoro e sentimenti per cui gli operai si innamorano delle impiegate della ditta. Le impiegate li illudono, questi essendo ragazzi molto emotivi diventano scemi per amore e si licenziano”.
Sempre parlando di me, gentile ministro Boschi, al pomeriggio vado in giro a consegnare quadri di Mario Schifano. Quelli che la gente prenota in tv di notte. Sono clienti che fanno tutto quello che vedono in televisione (giustamente). Ti aspettano fuori dalla villetta a schiera in canottiera (estate e inverno). Quando sei lì però gli viene un dubbio (detto diritto di ripensamento per il Codice civile).
Ti fa: “Per lei questo quadretto è bello?”
Io: “Non bello, bellissimo! Vale molto di più di quello che lo ha pagato”.
Cliente: “Ok, lo molli nel box”.
Un giorno ci hanno inquisito perché abbiamo fatto noi dei quadri di Marietto Schifano. All’udienza ci fanno: “Imputati, volete dire qualcosa?”
Io: “Sì! Ma cosa vuole inquisire che la città è piena di Rom”.
Il mio socio: “Però, lascia perdere gli altri problemi, noi abbiamo truffato”.
Io: “Sì è vero! Hai ragione. Vostro onore, la prego di accettare le mie scuse”.
Questo atteggiamento “bipolare” di dire una cosa e poi il suo opposto in un minuto ha fatto innamorare una della giuria popolare. Ella, da buona cittadina, non sentendosi più serena nel doverci giudicare, ha dato le dimissioni ed è andata ad abitare in Messico. (Penso proprio a Messico City – in centro).
Vorrei spiegare perché abbiamo iniziato a truffare. Ci era capitato di consegnare quadroni di Schifano a persone che si fingevano acquirenti. Invece erano vicini di casa di disonesti che scavalcando la siepe in canottiera si facevano passare per il cliente. In pratica ci ciulavano il quadro. A quel punto per non far risultare alla ditta di aver consegnato il quadro al ladro, ci siamo messi a fare le copie del Maestro Schifano… poi parliamoci francamente: nessuno al mondo sa quanti quadri ha fatto Mario Schifano. Nemmeno lui. Quindi cosa cambia averne in giro dieci-quindici miei falsi? Gentilissima dottoressa Maria Elena Boschi, spero accetti la mia amicizia su Facebook e anche su Twitter. Le dico un’ultima cosa, vorrei sapere da lei se ho fatto bene o no.
Sono stato moroso per cinque anni con una ragazza del mio paese. Poi ho scoperto che i suoi nonni erano “orsanti”. Sa quelli che ai primi del Novecento andavano in giro nell’appennino con l’orso e al povero animale gli facevano fare l’imbecille nelle piazze? L’ho lasciata. Anche se ero innamorato. Ho fatto bene?

Distinti saluti molto sinceri.

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