CasaPound fa paura, ma i suoi voti piacciono a tutti

CasaPound fa paura, ma i suoi voti piacciono a tutti

I militanti di CasaPound fanno paura, ma solo se si alleano con la Lega Nord di Matteo Salvini. Dopo la manifestazione di Piazza del Popolo, nel centrodestra ormai nessuno nasconde i timori. Prende le distanze dal Carroccio Silvio Berlusconi che, così raccontano, sarebbe rimasto poco convinto dalla deriva estremista dell’operazione politica leghista. E con lui gran parte del gruppo dirigente forzista. Alza la voce il presidente di Ncd Angelino Alfano, che assicura di aver chiuso da tempo ogni dialogo con il leader padano: «Va a braccetto con i fascisti di CasaPound, siamo incompatibili». Opinioni legittime, persino condivisibili. Strano, semmai, che nessuno si era preoccupato quando CasaPound venne candidata assieme alla Casa delle Libertà. Era il 2006. Gli stessi dirigenti del movimento di estrema destra che sabato scorso sono scesi in piazza con Matteo Salvini erano stati inseriti, da indipendenti, nelle liste della Fiamma Tricolore. Alleata di Forza Italia nella sfortunata competizione elettorale vinta dall’Unione di Romano Prodi. E che dire del sindaco di Verona Flavio Tosi? A un passo dalla rottura con il segretario federale, pronto a candidarsi in Veneto in alternativa al governatore uscente Luca Zaia, oggi si stupisce anche lui della deriva estremista di Salvini: «Per rappresentare il centrodestra non puoi esprimerne solo una parte». Eppure lo stesso rappresentante veronese di CasaPound è un consigliere circoscrizionale della sua città. Si chiama Marcello Ruffo, ha trent’anni. Candidato, ed eletto, proprio nella lista civica del sindaco leghista. 

Se il comizio di sabato scorso a Roma è stata la consacrazione di Matteo Salvini, protagonista indiscusso della manifestazione, l’attenzione di giornali e politica ha finito per concentrarsi anche, soprattutto, sui “fascisti del terzo millennio”. Gli alleati scomodi del leader padano. Li hanno raccontati incuriositi tanti cronisti inviati a Piazza del Popolo. Li hanno intervistati, ripresi, fotografati. Alla fine tanta visibilità forse non se l’aspettavano neppure i militanti del movimento di estrema destra. I resoconti del giorno dopo sono pieni di descrizioni preoccupate: la discesa dal Pincio a passo di marcia, i capelli rasati, le bandiere. Qualcuno ha denunciato persino le infiltrazioni di esponenti ellenici di Alba dorata, il partito xenofobo greco. Dalla politica un coro unanime di sdegno. Il capogruppo del Partito democratico alla camera Roberto Speranza ha parlato di «realtà inquietante». Paradossalmente ancora più duri i commenti da parte del centrodestra. In un’intervista ad Avvenire all’indomani della manifestazione, il leader di Ncd Angelino Alfano ha preso nettamente le distanze dall’iniziativa. Raccontano che persino Silvio Berlusconi non abbia gradito la manifestazione di Piazza del Popolo. Un’operazione politica velleitaria «e anche un po’ estremista» avrebbe confidato. Peraltro i suoi più stretti collaboratori spingono ormai da tempo per saldare una nuova intesa con il nuovo centrodestra di Alfano, proprio a discapito delle tendenze estreme della Lega di Salvini. «Abbiamo poco in comune con CasaPound» ha spiegato a caldo il capogruppo in Senato Paolo Romani.

Casapound è una realtà attiva ormai da anni in tutta Italia. Nel 2003 l’organizzazione diventa celebre grazie all’occupazione dello storico palazzo di Via Napoleone III, vicino alla stazione Termini di Roma, oggi sede di un centro sociale di estrema destra e di una web radio. Ma Casapound è anche un radicato movimento politico, presente già da qualche anno alle principali competizioni elettorali. Gli stessi dirigenti del movimento non si fanno troppi problemi a dichiararsi “mussoliniani”, attirando inevitabilmente lo sdegno di stampa e politica. Il volto noto di CasaPound è quello di Simone di Stefano, il vicepresidente. Qualche giorno fa è stato lui a salire sul palco di Piazza del Popolo, prendendo la parola prima di Matteo Salvini. Sempre presente alle discusse iniziative elettorali del leghista Mario Borghezio durante la recente campagna per le Europee, Di Stefano è stato candidato premier alle ultime Politiche e aspirante sindaco alle ultime Comunali di Roma. Nel 2013 è finto al centro delle cronache politiche durante la campagna elettorale delle Regionali, quando il rappresentante di Rivoluzione Civile Sandro Ruotolo si è più volte rifiutato di stringergli la mano. 

Ma il vicepresidente di CasaPound si era candidato alle Politiche anche nel 2006. All’epoca i “fascisti del terzo millennio” corrono da indipendenti nelle liste della Fiamma Tricolore di Luca Romagnoli, alleati di Silvio Berlusconi nella Casa della Libertà. Sono le prime elezioni in Italia con il Porcellum. Spinti dalla nuova legge elettorale, i candidati a Palazzo Chigi cercano costruire coalizioni politiche più ampie possibile. Mentre a sinistra nasce l’Unione, il centrodestra si presenta con Forza Italia, Lega, Alleanza Nazionale, Udc. A sostegno di Berlusconi ci sono anche il Movimento No Euro, i Pensionati uniti, il Partito liberale italiano, il nuovo Psi-Dc per le Autonomie. E nonostante qualche polemica interna sui “candidati impresentabili”, vengono coinvolti nell’intesa anche il cartello Alternativa sociale di Alessandra Mussolini, di cui fanno parte il Fronte Nazionale di Adriano Tilgher e Forza Nuova. E la Fiamma Tricolore, dove sono confluiti i dirigenti di CasaPound.

E sì che in quell’occasione la campagna elettorale di CasaPound era stata molto più esplicita di oggi. Pochi giorni fa a Piazza del Popolo Simone di Stefano ha presentato il nuovo logo politico del movimento: “Sovranità”. Al posto della tartaruga, simbolo delle occupazioni a scopo abitativo, tre spighe gialle su sfondo blu e uno slogan accattivante: “Prima gli italiani”. Nel 2006, invece, andava per la maggiore il colore nero. C’è un libro di Nicola Rao che ripercorre la storia della destra italiana “La fiamma e la celtica”. Tra quelle pagine si trova un breve resoconto di quella campagna elettorale. L’autore intervista Gianluca Iannone, presidente di Casapound, che ricorda quell’esperienza. Per molti media è l’inizio dello “squadrismo mediatico”. 

«Durante la campagna elettorale noleggiamo un camion scoperto – racconta Iannone nel libro – Una trentina di noi sale sul camion con le bandiere della Fiamma, i volantini e i “santini“ con la mia faccia (…). Dietro il camion una ventina di macchine con altre ragazzi, tutti con bandiere della Fiamma , e dietro di loro una trentina di motorini, sempre con le bandiere del partito. Giriamo tutti i quartieri di Roma. Dai due grossi altoparlanti piazzati sul camion esce musica sparata a mille. Con dei classici del fascismo storico, come l’Inno a Roma, fino a a canzoni più recenti con La rivoluzione è come il vento. Tutti a cantare e urlare, mentre salutiamo la gente romanamente». all’epoca però nel centrodestra nessuno si indigna. I romani ricordano ancora i manifesti di quella campagna elettorale. I più discussi ritraevano una foto di squadristi anni Venti. Con tanto di gagliardetti e manganelli. In basso, vicino al logo della Fiamma Tricolore, lo slogan: “Sostieni la squadra del cuore”. «Come ci è venuto in mente? – racconta ancora Iannone nel libro di Rao – Be’ dopo anni che tutti ci chiamavano “squadristi” ci siamo detti: allora recuperiamo davvero la ritualità e la mitologia delle squadre d’azione. (…) È stato un successo d’immagine incredibile». Iannone viene inserito nelle liste del Lazio, Simone di Stefano in Veneto e Toscana. Alla fine la Fiamma (e Casapound) sfiorano l’elezione. La Fiamma raccoglie in tutta Italia 230mila preferenze. Ma come miglior partito sotto il 2 per cento all’interno della coalizione la spunta il cartello Nuovo Psi-Dc per le Autonomie, che conquista quattro seggi a Montecitorio. Nelle urne ha ottenuto solo 50 mila volti in più della Fiamma. 

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