Paramatti e il Bologna di Ulivieri

Paramatti e il Bologna di Ulivieri

Chi nasce a Salara, nella bassa polesana, sa solo una cosa: il suo destino è legato a quell’orizzonte basso che accomuna gli abitanti della pianura padana ai marinai di Melville. Tra l’odio per l’umidità e quello per l’umanità, tra il risentimento verso i fumi degli zuccherifici e quello verso i banchi di composti ionici delle saline, rimane quella tenue linea visibile soltanto nelle giornate limpide, quando il cielo rischiara e mostra a quella gente, gente bastarda, un po’ ferrarese, un po’ rodigina e un po’ mantovana, che la terra non è piatta. Come quando, finalmente giunti sul cassero di una nave, i marinai notano la curva convessa dell’orizzonte e comprendono che la Terra è una gigantesca palla pronta per essere esplorata. Perché è questo, in fondo, il destino di ogni polesano: andare via, cercare fortuna altrove anche quando questo altrove è soltanto a quaranta chilometri di distanza.

Estate 1982. Un ragazzino di quattordici anni sta tirando un pallone contro un muro. Chiamatelo Michele. I suoi capelli ricci e corvini, bagnati dal sudore, proseguono sul viso in un prepotente accenno di barba puberale. Per ritmare meglio i propri palleggi il ragazzino indossa un paio di cuffie collegate a un walkman: Parallel Lines dei Blondie, appena rimediato su nastro da LP, fornisce il giusto accompagnamento sonoro per un pomeriggio come quello, passato da solo davanti a un muro. Con Debbie Harry. Nei momenti di silenzio tra un brano e l’altro, tra un pensiero bagnato e un altro, il ragazzino ripete due parole sentite per caso da un ex-compagno delle medie che ora frequenta la prima ginnasio: “Panta rei”. Che cosa voglia dire quella frase, il ragazzino non lo sa. Ma gli piace il suono,  gli ricorda O Rey, Pelé. Il ragazzino continua a calciare il pallone e a ripetere meccanicamentePanta rei, fino a quando la cassetta arriva alla fine del lato e anche lui si ferma, smette finalmente dipalleggiare e si siede su un marciapiede per rifiatare.

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Estate del 1995. Paramatti ha appena chiuso la sua parentesi alla SPAL, squadra in cui ha esordito a livello professionistico. A giugno gli hanno comunicato che il contratto non verrà rinnovato. La dirigenza ha altri piani. Michele vacilla, pensa per un attimo che forse è il caso di rispolverare quel diploma in ragioneria, preso proprio perché non si sa mai, magari un giorno, quando meno te lo aspetti. Seduto su una panchina, Paramatti guarda i muri dell’edificio della SPAL e ripete, di nuovo, senza motivo, Panta rei. Come un ricordo sbucato fuori da chissà dove. Pochi giorni dopo arriva la convocazione dell’Equipe Romagna, la selezione dei calciatori disoccupati, con il gusto amaro e spaventoso dell’ultima occasione. Chiudere la carriera a ventisette anni, nel momento in cui, al contrario, un giocatore dovrebbe essere al suo apice, è troppo anche per uno che ha applicato inconsapevolmente il pensiero eracliteo alla propria esistenza. Durante gli allenamenti i dubbi continuano a ripresentarsi: ne vale veramente la pena? Come cazzo si fa una partita doppia? Perché quella volta ho fatto fughino e non ho seguito la lezione di contabilità? E il curriculum, in che formato va fatto? In mezzo a queste domande, a cui Paramatti non sa rispondere, arriva la telefonata, quella giusta. Dall’altra parte del filo c’è Gabriele Oriali, direttore sportivo del Bologna.

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