Piatte e superficiali, le donne nelle serie tv italiane

Piatte e superficiali, le donne nelle serie tv italiane

«In tv le donne si trovano dappertutto. Ma una cosa è il potere, un’altra è la presenza». Milly Buonanno, sociologa, studiosa della tv italiana e direttrice dell’Osservatorio sulla fiction italiana (Ofi), ha dedicato il suo ultimo libro alla evoluzione della rappresentazione delle donne in tv (Il prisma dei generi. Immagini di donne in tv, Franco Angeli). «Rispetto alla televisione maschiocentrica del passato», dice, «molto è cambiato. Ma molto ancora deve esser fatto». I talk show politici sono tutti condotti da uomini. E nella fiction, rispetto alle serie inglesi o americane, «i nostri personaggi femminili mancano di spessore, sono piatti». E non è una questione di ruoli. «La fiction italiana ha una capo della polizia donna, ma poi non va a fondo. Pensiamo invece allo spessore che ha il personaggio della moglie di Frank Underwood in House of Cards». 

Dove si trovano le donne nella tv italiana?
Si trovano dappertutto, dalla real tv all’informazione, all’intrattenimento. Rispetto al passato non c’è dubbio che le donne siano più presenti in tv, ma se parliamo di parificazione bisogna fare ancora passi avanti. C’è una forte presenza delle donne negli spazi dell’informazione, soprattutto come anchor. Si tratta di una grande visibilità, ma poche responsabilità. A parte qualche direttora, come al Tg3 e a Rainews24, le donne in tv non hanno potere. Nell’intrattenimento italiano, certo, la figura più potente è una donna, e cioè Maria De Filippi. Il cambiamento principale degli ultimi anni è che una caratteristica tipica dell’intrattenimento televisivo italiano, e cioè la sessualizzazione estrema del corpo femminile, si è fortemente attenuata. Le conduttrici, in realtà, a parte pochissime eccezioni, sono comunque relegate in alcune tipologie di programmi televisivi. I talk show politici della prima serata, ad esempio, non sono condotti da donne. Troviamo solo due donne come Lilli Gruber e Lucia Annunziata alla guida di Otto e mezzo e In 1/2 ora, ma non sono in prima serata. Le donne sullo schermo ci sono. Ma una cosa è il potere, un’altra la presenza.

C’è una forte presenza delle donne negli spazi dell’informazione, soprattutto come anchor. Si tratta di una grande visibilità, ma con poche responsabilità

E la pubblicità?
Nella pubblicità la rappresentazione della donna è rimasta vecchia, con una divisione dei ruoli ancora fortemente convenzionale. Il tempo della pubblicità è così stretto che ritaglia dalla complessità solo performance in cui i ruoli della donna sono sempre quelli convenzionali. La pubblicità nasce come arte d’avanguardia, nel senso che è in grado di prevenire i bisogni dei consumatori, ma la rappresentazione dei generi è ancora fortemente tradizionale. Le uniche novità sono pochi casi di femminilizzazione della figura maschile e qualche eccezione nella rappresentazione di donne che prendono decisioni o sono nei ruoli tipicamente maschili.

Il Festival di Sanremo 2015 ha avuto sul palco ben tre donne. Cosa ne pensa?
A Sanremo le tre donne che ci sono state hanno svolto il proprio ruolo nel modo in cui hanno voluto svolgerlo. Arisa si è ritagliata la sua parte, Emma un po’ meno, Rocio l’abbiamo vista pochissimo. Quello che è stato veramente degradante è stata invece la performance di Giorgio Panariello, che ha fatto un confronto tra l’avvenenza delle ministre del governo Renzi e le meno avvenenti ministre del governo Monti, con un primo piano non proprio gentile dell’ex ministra Annamaria Cancellieri. È stato un momento di estrema ineleganza, con una insistenza sgradevole e discriminante. Il presidente Anna Maria Tarantola ha detto che quella di quest’anno è stata una edizione elegante del festival, ma sicuramente ha dimenticato questa caduta indecorosa.

Andiamo alla fiction. Nel libro è scritto che Sex and the City ha avuto un forte ruolo di innovazione.
Sex and the City è stato uno spartiacque, che ha mostrato donne imprenditrici di se stesse. C’è un ribaltamento di prospettiva di una visione dal punto di vista femminile. Samantha, ad esempio, fa un uso degli uomini paragonabile a quello che nell’immaginario comune fanno gli uomini con le donne. È una serie che nasce in un clima di postfemminismo, che vede i progressi e gli avanzamenti all’interno però degli schemi tradizionali. Alla fine, anche le quattro ragazze di Sex and the City sono alla ricerca dell’uomo della loro vita.  

Che posto occupano invece le donne nella fiction italiana?
Dal punto di vista quantitativo, la fiction italiana per molti anni è stata maschiocentrica. Le storie principali erano tutte incentrate su protagonisti maschili. Pensiamo a Corrado Cattani de La Piovra, al Commissario Montalbano, al Maresciallo Rocca, ma anche allo stesso Don Matteo. Si fa fatica a trovare nomi femminili paragonabili a queste figure nella fiction italiana. Qualcosa è cambiato solo all’inizio degli anni 2000, con la presenza di protagoniste femminili, in ruoli che vanno da quello di dottoresse fino a ruoli tipicamente maschili nelle serie poliziesche. La fiction italiana ora è molto meno maschiocentrica, con personaggi femminili anche in ruoli forti. In Distretto di polizia, ad esempio, troviamo una donna a capo della squadra. La stessa cosa in Squadra Antimafia. Ma al di là della maggiore presenza della donna nella fiction, restano delle differenze notevoli rispetto agli uomini. C’è, ad esempio, una valorizzazione maschile nel titolo: Il Commissario Montalbano, Il Maresciallo Rocca. Il nome femminile, nonostante la protagonista sia donna, spesso non compare nel titolo. Pensiamo a Fuoriclasse, dove la protagonista è una professoressa interpretata da Luciana Littizzetto, o a Che Dio ci aiuti, dove la protagonista è Suor Angela, interpretata da Elena Sofia Ricci.

(Che Dio ci aiuti)

Qual è la differenza rispetto ai personaggi maschili?
Al di là dell’aspetto quantitativo, i personaggi femminili sono diversi da quelli maschili perché sono e restano personaggi superficiali. Non è solo una questione di ruoli. Nelle serie straniere abbiamo anche le casalinghe disperate, ma sono personaggi pieni di spessore. La nostra fiction, anche se mette una donna a capo della polizia, poi non le dà uno spessore identitario. I nostri eroi sono perfetti. Ma un’eroina che ha spessore non è perfetta. Nel nordic noir, ad esempio, i personaggi principali hanno sempre qualche difetto. I nostri personaggi sono piatti, soprattutto quelli femminili. Manca l’autodeterminazione. Ai nostri personaggi femminili viene detto “Come sei straordinaria”, ma nella messa in scena questo non viene dimostrato. La nostra fiction è lastricata di buone intenzioni nei confronti dei personaggi femminili, che non si ritrovano però nella messa in scena.

La nostra fiction, anche se mette una donna a capo della polizia, poi non le dà uno spessore identitario. I nostri personaggi femminili sono piatti

Da cosa dipende?
Dipende da un deficit attoriale, ma anche di scrittura. Sicuramente il nostro star system non è paragonabile a quello americano o inglese. Pensiamo alla sceneggiatura straordinaria di The Honourable Woman, interpretata da Maggie Gyllenhaal. O anche alla moglie di Frank Underwood in House of Cards, interpretata da Robin Wright. È nel ruolo tradizionale della moglie, ma ha uno spessore fortissimo. I personaggi nascono al di là dei ruoli, che possono anche essere quelli tradizionali. Questo non avviene nella fiction italiana. Qualcosa è cambiato da quando Eleonora Andreatta è andata alla guida di Rai Fiction, ma stiamo ancora aspettando un personaggio femminile paragonabile a quelli della fiction straniera o che almeno sia alla pari di Don Matteo. Molto dipende anche dalle strategie delle emittenti. La differenza la fa anche il canale.

Cioè?
Da noi la fiction è prodotta da Rai 1 e Canale 5, che sono reti generaliste. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito le serie tv sono prodotte sulle reti minori. Da noi gli altri canali non producono assolutamente niente. In buona parte degli altri Paesi esiste una produzione di fiction molto più articolata per reti. Solo Sky in Italia investe sulle serie tv. Le ultime due serie che sono andate molto bene sono Romanzo Criminale e Gomorra, entrambe produzioni di Sky. Pensiamo a Gomorra, il personaggio femminile, moglie del boss: è un personaggio significativo, con una eccellente interpretazione dell’attrice. Il punto è che dobbiamo pretendere di fare cose belle anche su Rai1 e su Canale 5, che ora sono ben al di sotto delle esigenze di un pubblico moderno.

(Squadra Antimafia)

Noi investiamo molto meno nella fiction.
Le risorse che spendiamo per la fiction sono nettamente inferiori rispetto a quelle impiegate negli altri Paesi. Ma è anche importante come vengono impiegate le risorse: nella nostra fiction c’è un ritorno del già noto, una ripetizione delle strutture. Produciamo serie vetuste rispetto alle esigenze più sofisticate del pubblico contemporaneo. Non c’è una rappresentazione moderna. Non abbiamo una tv che voglia spaziare in un bacino di pubblico più ampio, in grado di attirare anche i giovani. Tant’è che importiamo tantissimo dall’estero ed esportiamo poco, al massimo nei Paesi dell’Est Europa e qualcosa in Oriente.

Solo Sky in Italia investe sulle serie tv. Le ultime due serie che sono andate molto bene sono Romanzo Criminale e Gomorra, entrambe produzioni di Sky

Perché noi non investiamo molto nella fitcion?
È una domanda senza risposta. Le ragioni sono sia economiche, ma anche perché non si osa. La nostra tv è poco orientata al mercato. Manca un atteggiamento imprenditoriale, non si corre alcun rischio. L’unica novità dello scorso anno è stata Braccialetti Rossi, ma già quest’anno ha perso l’originalità della prima serie.

Il pubblico, soprattutto quello giovane, finisce per guardare le serie tv americane in streaming.
Sì, ma è anche vero che c’è un certo snobismo intellettuale soprattutto da parte di giovani, ma anche di critici e intellettuali, nei confronti della fiction italiana. Va detto però che Don Matteo, per esempio, è un prodotto molto ben fatto. Certo, dovremmo aspettarci di più anche dal punto di vista estetico, con una maggiore capacità di racconto del presente, con un racconto migliore di come gli uomini e le donne vivono il presente, con tutto il loro spessore.

Una soluzione potrebbe venire dalla Rete?
Ci sono delle web series deliziose, altre amatoriali. In genere in tutto il mondo la grande fiction resta quella televisiva. L’unica eccezione è Netflix, che non è una rete tv ma spende un sacco di soldi.

Una delle caratteristiche vincenti delle grandi serie tv americane è la contaminazione con il cinema. Potrebbe essere la soluzione anche in Italia?
Ci sono già sceneggiatori del cinema che stanno approdando in tv, come Stefano Rulli e Sandro Petraglia. E anche qualche attore del cinema è passato anche attraverso la tv. La gente che prima schifava la tv ora ha di meno la puzza sotto il naso. Il problema è che anche per il cinema italiano non è un momento di splendore, al di là dell’Oscar vinto con La Grande Bellezza. Non è un Oscar che migliora lo stato di salute del cinema italiano, né quello della fiction.  

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