Bastardi senza gloria, ma in Sicilia

Bastardi senza gloria, ma in Sicilia

Il concetto dell’originalità è, in fondo, un concetto piuttosto recente nella storia dell’arte, la cui data di nascita può essere situata intorno all’inizio dell’Ottocento. All’epoca per l’Europa si aggirava lo spettro — no, non ancora quello spettro — di una rivoluzione estetica, quella del Romanticismo, che avrebbe trasformato in un paio di decenni l’intero mondo artistico e avrebbe fatto fare all’umanità un grande passo in direzione della modernità.

Il concetto dell’originalità è, in fondo, un concetto piuttosto recente nella storia dell’arte

Quello che il Romanticismo stava prendendo a calci era un concetto chiave della storia dell’arte, di ogni arte, ovvero il principio di imitazione, una robetta che aveva guidato la mano di ogni artista nei precedenti venti secoli, all’incirca. Per tutto quel tempo, l’arte era tale se imitava i modelli e il canone, ovvero se copiava, se sembrava sempre la stessa, sempre se stessa. Si eternava, così, non solo il nome dell’autore — che per quanto fosse riconoscibile e, quasi sempre, tenesse moltissimo a ciò che faceva e voleva diventare il canone, non era ancora stato contagiato da quella forma di individualismo che ci ha regalato il concetto di genio — ma anche l’Arte stessa, ovvero l’unica delle attività umane che, creando qualcosa dal nulla, ci ricorda di essere tutti, potenzialmente, dio.

È una semplificazione, certo, ma tra i pregi di questo Bastaddi, l’ultimo romanzo del siciliano Stefano Amato, appena pubblicato da Marcos y Marcos, c’è anche quella di rappresentare, in qualche modo, una piccola rivincita che quel vecchio amico dell’arte che è il principio di imitazione si è preso sul principio di originalità, preso a botte — con simpatia, s’intende — dall’inizio alla fine di questo divertente romanzo.

Amato prende un film come Inglorious Basterds e, spostandolo opportunamente nella Sicilia degli anni Novanta, lo fa diventare un romanzo

L’operazione di Amato è molto semplice e, paradossalmente, è anche piuttosto originale: prendere un film di grande successo come Inglorious Basterds di Quentin Tarantino e, spostandolo opportunamente nel tempo e nello spazio — rispettivamente i primi anni Novanta e la Sicilia — farlo diventare un romanzo, un vero e proprio remake.

Siamo nella primavera del 1992, il Maxiprocesso di Palermo si è appena concluso e la Sicilia è in preda a una vera e propria guerra. Da una parte c’è la Mafia, dall’altra lo Stato, che però, visto che la cosa bella dei romanzi è che la realtà si può modificare e, ogni tanto, anche migliorare, non ha deciso di mandarci un agnello sacrificale come il povero generale Dalla Chiesa, ma una squadra di otto mezzi matti capeggiati dal tenente Aldo Ranieri: i Bastaddi.

Il compito della squadra, come nel film di Tarantino, è molto semplice: uccideteli tutti, e fategli male.

Il compito della squadra, come nel film di Tarantino, è molto semplice e, citando i Metallica, si potrebbe riassumere nel cruento ma liberatorio Kill’em all, uccideteli tutti. Detto questo, della trama del libro si può anche smettere di parlare, perché è esattamente quella di Inglorius Basterds — che figata questo principio di imitazione, per il recensore — che scena per scena rivive quasi identico a se stesso nel racconto di Amato. Quasi, ho scritto, perché chiaramente, come in una traduzione, se a un “Brad Pitt contro i nazisti” togli i nazisti e ci metti i mafiosi, chiaramente una serie di cose devi sistemarle di conseguenza.

E anche qui, Amato è proprio bravo a inventarsi gli escamotage necessari per portare a casa il risultato finale e farlo alla grande. Giusto per citarne alcune: quella che nel film è la giovane ebrea Shosanna, scampata qualche anno prima al massacro della sua famiglia da parte del colonnello Hans Landa “the Jew Hunter”, diventa la giovane Giovanna, unica sopravvissuta al massacro della famiglia da parte di Enzo Moncada “l’ammazzacristiani”. E ancora, la svastica che Aldo Raine, The Apache, incide in fronte ai pochi nazisti che lascia in vita, diventa una stidda; il famigerato gesto del Tre fatto all’americana — ovvero con le tre dita centrali della mano, diversamente da noi europei che lo facciamo con le prime tre partendo dal pollice — che tradisce i Basterds nel film di Tarantino e provoca una carneficina nel seminterrato di una locanda, diventa una frase in milanese, Figa, quanti anni ha, quindici? che rivela la non sicilianità di tre Bastaddi e provoca la stessa identica carneficina. E si può andare avanti, tutti i dettagli sono curati alla perfezione, il che ci porta al motivo per cui possiamo dire che Bastaddi sia proprio un bel libro.

Il lettore che inizia il libro sa già come finisce, ma la suspense c’è lo stesso, ed è travolgente

Si tratta di un fenomeno strano, che il lettore prima di iniziare la lettura non si aspetta, ma che accade, e accade subito, dalle prime pagine. Si tratta di una sorta di ribaltamento del concetto di suspense, ed è presto spiegato. Il lettore che inizia il libro sa già esattamente la natura dell’operazione e, se ha visto — come spero tutti abbiano fatto — Inglorious Basterds, capisce al volo che quello che si troverà a leggere è la stessa storia, prticamente identica, scena per scena, di quella che ha già visto al cinema.

Eppure, e qui sta la dinamica strana e la riuscita del libro, pur sapendo come finisce, nella mente del lettori si innesca lo stesso quella sensazione che avvolge la bocca dello stomaco e segnala al nostro cervello la presenza di una forte attesa: non ci si può sbagliare, è suspense e pur essendo incredibile, si attiva anche se mentre leggiamo sappiamo già, non solo come finisce, ma come va esattamente la storia, chi morirà, quando e come, chi si salverà, come e perché, e se maciniamo le pagine vorticosamente per arrivare in fondo è anche perché vogliamo vedere Aldo Ranieri che incide la stidda in fronte a Enzo Moncada, e anche perché sappiamo da subito che la vedremo.